Mezzadra e Neilson (2014), “Confini e Frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale” (Il Mulino). Recensione di Enrica Rigo

Per la sezione Recensioni di Studi Sulla Questione Criminale on-line pubblichiamo la recensione di Enrica Rigo (Università Roma Tre) al libro Confini e Frontiere di Sandro Mezzadra e Brett Nielson. Molti i contributi usciti in questi ultimi 3 anni sulla problematica dei confini e delle frontiere. Auspichiamo che questo primo contributo sia di stimolo per successivi interventi.

Ringraziamo Enrica Rigo  per questo post. Buona lettura!

 

SANDRO MEZZADRA, BRETT NEILSON Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale, Il Mulino, 2014

mezzadra-nielsenQuello qui presentato è certamente uno dei testi recenti più stimolanti per mettere a fuoco il contributo che la riflessione sul ruolo dei confini nel mondo globale può fornire alla critica del diritto. Gli autori tracciano, infatti, una connessione immediata tra le linee di confine che hanno disegnato le mappe della modernità e il dominio del giuridico: «L’appropriazione dello spazio che è al centro della moderna cartografia replica l’appropriazione dei commons che istituisce la proprietà privata, così come la conquista coloniale con la sua geografia globale di genocidio ed estrazione» (p. 54).   Mezzadra e Neilson vanno però ben oltre la «nazionalizzazione del territorio e dello Stato» (ivi) che viene generalmente chiamata in causa come unità di misura per riconoscerne la costituzione del moderno.  È nella «fabbrica coloniale» che essi identificano il «momento iperbolico» generativo non solo dello Jus Publicum Europeaum,  ma di confini simultaneamente geopolitici e cognitivi che danno origine a un «pensiero della civiltà» (pp. 54-55). L’incontro/scontro tra «l’Occidente e il resto»  è interpretato dunque come momento produttivo dei modelli epistemologici attraverso i quali è stato compreso il mondo; ricostruendo così una genealogia  che non è volta a cogliere la tradizionale coppia cittadino/sovranità – che nella modernità sono rispettivamente il soggetto e il fondamento dei diritti, condizione e garanzia della loro esistenza – bensì quella di sfruttamento/dominazione.

È probabilmente tale impostazione a rendere il volume particolarmente interessante nel panorama editoriale dedicato ai border studies, dove prevalgono invece gli studi dedicati alla sicurezza, e per i quali il momento dello circolazione e dello scambio assume priorità rispetto a quello dei regimi di produzione, troppo spesso lasciati in ombra.  Nella tesi degli autori, i nuovi spazi dell’integrazione continentale, e i confini da questa prodotti, sono gli spazi attraversati sì dal capitale, ma anche dalla forza lavoro. L’incontro tra questi movimenti e i confini non corrisponde solo a una dinamica di inclusione o esclusione, bensì a uno spostamento dei regimi del lavoro e alla loro moltiplicazione. Da questo punto di vista, la categoria di «moltiplicazione del lavoro», utilizzata da Mezzadra e Neilson per integrare quella della divisione internazionale del lavoro, appare una delle tesi più produttive del volume, sia in una prospettiva analitica, per mettere a fuoco le dinamiche di dominazione e sfruttamento che accompagnano il capitalismo contemporaneo, sia per un confronto critico sulle sfide poste alla soggettività giuridica nell’era della globalizzazione.

    Come bene mostrano gli autori, per espandersi il capitale ha bisogno di produrre continuamente un fuori che non è solo territoriale. La comprensione di questa espansione (estensiva e intensiva) passa dalla combinazione delle categorie marxiane di plusvalore assoluto e relativo: «[l]ungi dal diventare solo intensivo (attraverso la creazione di plusvalore relativo e quella che Marx chiama “la sussunzione reale del lavoro sotto il capitale” questo processo ridefinisce continuamente il significato dello spazio, aprendo la possibilità di una nuova espansione estensiva delle frontiere del capitale (che corrisponde, per usare ancora i termini di Marx, alla continuità di movimento di sussunzione formale)» (p. 99).  La categoria di «moltiplicazione del lavoro» integra, dunque, quella più consueta della divisione internazionale del lavoro, la quale, come ricordano gli autori, «ha in fondo sempre avuto come obbiettivo la moltiplicazione» (p.117), intesa non solo come specializzazione delle funzioni sociali, ma anche come modalità per accrescere e aumentare le forze produttive, andando addirittura oltre il limite che il corpo biologico dei lavoratori pone all’estrazione del plusvalore dalla forza lavoro.

Mezzadra e Nielsen riportano numerosi esempi utili a comprendere come la proliferazione dei confini nel mondo globale assolva alla funzione di accrescere la forza lavoro moltiplicando i regimi di sfruttamento. Paradigmatico è il caso del body shopping, attraverso cui vengono reclutati in tutto il mondo esperti informatici indiani, facendosi carico altresì dell’organizzazione dei viaggi e dell’acquisizione dei documenti; ma esemplificativa è soprattutto la pratica del benching, ovvero di formule contrattuali che prevedono una sorta di «messa in panchina» dei lavoratori informatici per periodi durante i quali sono assegnati a mansioni dequalificate e, allo stesso tempo, rimangono «a disposizione» come forza lavoro che può essere impiegata just in time.

Inutile sottolineare come il diritto sia all’opera in un ruolo da protagonista nella costruzione dei regimi di lavoro e sfruttamento, che gli autori di Confini e frontiere descrivono chiamando in causa la dimensione temporale del confine, oltre a quella spaziale.  Il soggetto dei diritti è stato inscritto nei confini che hanno disegnato il mondo a partire dalla modernità, e continua, oggi, a portare addosso i segni dei confini che attraversa.

 

Enrica Rigo, Università di Roma Tre

Una versione estesa di questa recensione è pubblicata in «Rivista critica del diritto privato», Anno XXXII, n. 3, settembre 2014

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