Saitta (2015), “Resistenze. Pratiche e margini del conflitto quotidiano” (Ombre Corte). Recensione di Alessandro Senaldi

Per la sezione Recensioni di Studi Sulla Questione Criminale on-line pubblichiamo la recensione di Alessandro Senaldi (ricercatore indipendente) al libro “Resistenze. Pratiche e margini del conflitto quotidiano” di Pietro Saitta. 

Ringraziamo Alessandro Senaldi  per questo post. Buona lettura!

 

PIETRO SAITTA, Resistenze. Pratiche e margini del conflitto quotidiano, Ombre Corte, 2015, pp 116.

resistenzeIl libro che ci si appresta a recensire è la nuova monografia di Pietro Saitta, un testo che ha il merito di porre con forza nel panorama scientifico italiano (asfittico su questi temi) la questione delle “resistenze”. La bella analisi proposta – quasi una fenomenologia dei comportamenti contemporanei di natura resistenziale – arricchita a livello esemplificativo dalla grande quantità di studi etnografici, è una lettura «di matrice libertaria e foucaultiana» (p. 99) degli «“eroi” del presente» (p. 95), ovvero di tutti quei soggetti che ponendo in essere certe pratiche, strategie e rivendicazioni in qualche modo producono conflitto, oppure negoziano spazi di libertà e autonomia.

Per sviluppare la sua argomentazione Saitta, dopo aver affrontato nel primo capitolo le problematiche e le ambivalenze teorico-empiriche legate all’analisi delle resistenze – in particolare le difficoltà che riguardano il definire e il riconoscere le resistenze stesse – si focalizza su due mondi forieri di innumerevoli spunti sul tema: nel secondo capitolo si immerge nel mondo delle economie informali e delle resistenze che in esse si sviluppano; nel terzo, invece, presenta le resistenze agite nello spazio pubblico. In entrambi i capitoli l’autore prima di evidenziare i modi resistenziali che si sviluppano nei contesti analizzati, effettua delle “operazioni di carotaggio” e decostruzione teorica.

Nella trattazione vi sono elementi di sicuro interesse per il dibattito criminologico e socio-giuridico. Molto rilevanti sono le pagine che spiegano il ruolo delle emozioni nelle resistenze, quelle che ci fanno riflettere sulla reificazione dello Stato da parte degli individui e sul rapporto intimo tra questo e le persone nell’ambito dello stato-nazione. Proprio perché, come dice l’autore, «lo Stato è una passione» (p. 30), le resistenze qui si svilupperebbero in reazione al tradimento delle aspettative legittime dei cittadini da parte dello Stato stesso.

Sono cariche di significato anche le parole sulle economie informali, che sono in stretta relazione con quelle formali e includono gli individui in posizione subordinata. Qui il punto nodale è il fatto che le «pratiche economiche informali possono giocare un ruolo diverso da quello strettamente economico […] possono diventare parte di un discorso più generale intorno alle idee di ordine, società, cittadinanza e pena» (p. 65), o per dirla in termini più radicali «l’informale è parte di una guerra […] che contrappone “diritto organizzato” e “diritto non organizzato”» (id.), «due forze di segno contrario: lo Stato […] e gli “altri”» (p. 67). Ritorna quindi un punto saldo nella teoria criminologica critica: ovvero il ruolo attivo dell’autorità come produttrice di devianza e informalità risultante da un processo sociale di criminalizzazione che vede le definizioni culturali dominanti, la produzione normativa e l’applicazione della legge penale tra i suoi attori principali.

Un contributo – gravido di implicazioni politiche – è infine quello relativo ai comportamenti che si sviluppano all’interno della dimensione urbana. Partendo da un analisi critica dello sviluppo neoliberale dello spazio pubblico, l’autore arriva a leggere le pratiche resistenziali in esso visibili come «“ibride” dal punto dal punto di vista della composizione e improntate al “bricolage” per quanto riguarda gli aspetti tecnico-contenutistici» (p. 90) e poste in essere da «presenze attive nello spazio» (p. 93).

Quella proposta nel libro è quindi una lettura “pluralista” del fenomeno resistenziale (emblematico è l’uso che spesso l’autore fa del plurale “resistenze” in luogo del singolare): suggerire che le “resistenze” siano pulviscolari, ibride – da un punto di vista di ceto, etnia e genere – ambivalenti, quotidiane, indefinibili sul piano teorico, rispondenti ad orizzonti morali ed etici non univoci, regolate dall’incedere del tempo presente e dai bisogni che da esso emergono.

Proprio questo nodo centrale costituisce il punto di forza e quello critico dell’argomentazione. Da un lato infatti, l’interpretazione così sviluppata ha il pregio di aprire interessanti prospettive teoriche e di ricerca. Ma dall’altro lato pone delle problematiche – che l’autore non manca di sottoporre a critica – circa la possibilità di sviluppare un concetto di “resistenza” al di fuori di una lettura della composizione di classe ed escludendo un orizzonte etico connaturato al terreno del “politico”. Queste criticità ad avviso di chi scrive, ma anche di Saitta stesso (p. 7-8), sono prodotte soprattutto dal difficile uso comune del termine “resistenza”, sul quale oltre ad essere scritte importanti pagine della storia del pensiero è stato pagato un dazio in termini di vita, tempo e libertà.

In conclusione è qui presentata un’ottima “cassetta degli attrezzi” per approcciarsi alla lettura e allo studio di un fenomeno, per stessa ammissione dell’autore, di difficile narrazione.

Alessandro Senaldi, ricercatore indipendente

 

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