“In memoriam. massimo Pavarini” di Maximo Sozzo, in traduzione italiana

Pubblichiamo il terzo contributo per la sezione del nostro blog dedicata alla figura di Massimo Pavarini. Rendiamo disponibile anche in traduzione italiana il saggio del professor Maximo Sozzo che abbiamo già pubblicato in Spagnolo su questo sito.

Ringraziamo Francesco Fantoni (Università di Roma Tre) e Nicoletta Fantoni che hanno lavorato a questa traduzione.

 

“In memoriam. Massimo Pavarini”

di Maximo Sozzo

 

Delito y Sociedad. La Rivista di Scienze Sociali ha subito una perdita irreparabile che riempie di tristezza con la morte di Massimo Pavarini, che dalla sua posizione nel Consiglio degli Assessori ha accompagnato questa iniziativa dalla sua stessa nascita, collaborando in diversi modi al suo sviluppo durante gli anni con una generosità straordinaria. Di fatto fu l’autore del primo articolo sul primo numero di Delito y Sociedad già ventitré anni fa, con il quale ripercorreva la storia delle diverse teorie circa la legittimazione della pena giuridica che si sono succedute nel corso della modernità, definendola come la storia di una “giustificazione impossibile”, un modo molto efficace di caratterizzare la questione che penetrò profondamente tra i suoi lettori di ieri e di oggi. Abbiamo perso un amico fantastico, un uomo arguto con un carattere allegro, che proponeva costantemente interrogativi e argomenti brillanti, mettendo sempre in discussione i modi con cui affrontiamo certe tematiche e problemi, tanto a livello scientifico che politico. Massimo però compiva questo lavoro – in accordo con la sua affabilità – in un modo “frivolo”, senza emotività – come direbbe il nostro amico comune Juan S. Pegoraro – tendendo costantemente ponti in modo da non generare scissioni nette – probabilmente un atteggiamento ereditato da chi fu suo grande maestro, Alessandro Baratta. Invitava tutti a un atteggiamento attento a non paralizzare lo sguardo critico, disposto a riesaminare più volte il pensiero, cercando di immaginare quanto questo possa cambiare, senza cedere fino a quando la considerazione delle alternative avesse permesso di arrivare ad un punto di vista convincente.

Il contributo di Massimo agli studi sociali circa la questione criminale è stato enorme e duraturo. I suoi testi sono stati e sono una fonte costante d’ispirazione per chi lavora nel campo della ricerca su questi temi e problemi. “Carcere e fabbrica. Le origini del sistema penitenziario” (1977), scritto insieme al comune amico Dario Melossi quasi quarant’anni, è l’ovvio punto di partenza. Fu pubblicato in spagnolo nel 1980 ed è stato tra i primi libri del gruppo dei criminologi italiani in questa lingua e uno dei mezzi privilegiati della peculiare influenza di Massimo nel mondo di lingua spagnola. Un testo scritto a quattro mani che ripercorre la storia della nascita della prigione simultaneamente nel contesto europeo e nordamericano, partendo da una forte preoccupazione per il proprio presente, un libro segnato dalle lotte di quegli anni contro questa istituzione privativa della libertà e per possibilità della sua abolizione – seguendo i passi, soprattutto nel contesto italiano, del movimento antipsichiatrico e della sua lotta contro il manicomio. Si tratta di un testo che ha instaurato una forte connessione tra l’emergenza della prigione come forma di pena legale e la nascita del capitalismo come modello di produzione, sulle tracce di Marx e della riscoperta del lavoro di Rusche e Kirchheimer – del quale Melossi e Pavarini furono certamente responsabili, fino ad arrivare alla traduzione in italiano di “Pena y estructura social” – e che inoltre ha prodotto una lettura originale circa il “come” della prigione, enfatizzando il concetto di “disciplina”, parallelamente al lavoro di Foucault in “Sorvegliare e punire. Nascita della prigione”, ispirato all’analisi della stessa questione e realizzato nello scenario della fabbrica descritto ne Il Capitale e recentemente valorizzato da Jonathan Simon nel suo contributo al “Sage Handbook on Punishment and Society” edito insieme a Richard Sparks (2013). Massimo stesso è tornato su questo libro, fondamentale per il suo percorso intellettuale, presentando un gioco di contrasti con il presente sotto il titolo di “Carcere senza fabbrica”(Pavarini, 2009, 45-57). Il collega Melossi sta lavorando in questa direzione, nella scrittura di una nuova edizione in lingua inglese di questo libro che sarà realizzata da Macmillan e che vedrà la luce il prossimo anno. In ogni caso, si è trattato un contributo decisivo che ha collocato l’autore al centro della costruzione della tradizione intellettuale definita “economia politica del castigo”.

Nel 1980 Massimo pubblicò in italiano un piccolo libro intitolato “Introduzione alla criminologia”. Fu pubblicato tre anni dopo in spagnolo, tradotto da Ignacia Munagorri e con un epilogo di Roberto Bergalli, con il titolo molto più ambizioso di “Control y dominacion. Teorias criminologicas burguesas y proyecto hegemonico”. Come Massimo stesso segnala nell’”Avvertenza dell’autore all’edizione spagnola”, si tratta soprattutto di un testo introduttivo e dedicato a un pubblico non specializzato, “scritto tutto di un fiato in non più di tre mesi, senza aprire un libro né consultare una bibliografia, senza utilizzare vecchi appunti…solo di fronte ad una pagina bianca e a una macchina da scrivere” e che è stato terminato compiendo una “riflessione su me stesso”(Pavarini, 1983, 14). Senza dubbio questo piccolo libro, con i suoi obiettivi limitati, produsse un forte impatto nel mondo ispanico, così come l’altro grande testo che anche ebbe una grande funzione didattica circa il lavoro dei criminologi critici italiani, “Criminologia critica e critica del diritto penale” di Alessandro Baratta, pubblicato in spagnolo nel 1986 e che condivide con il testo di Massimo la capacità di generare un certo avvicinamento critico alla storia del pensiero criminologico e il fatto che fosse pensato come un’introduzione, in questo caso, alla “sociologia giuridico-penale”. “Control y domiacion” fu molto letto e impiegato in un’infinità di corsi di vario livello destinati a ripercorrere la storia della criminologia nel mondo di lingua spagnola, come una specie di libro di testo, così come lo accredita il suo esito editoriale – nel 2013, allo scadere dei venti anni di pubblicazione originale, constava di otto edizioni in spagnolo – arrivando fino ai giorni nostri. L’uso massiccio che se ne faceva da tanto tempo generava in Massimo una certa riluttanza poiché credeva che quel modo di raccontare una certa storia, nonostante le sue bontà, dovesse essere completato e corretto sotto vari aspetti passate diverse decadi dalla sua pubblicazione.

Durante gli anni ’80, Massimo si dedicò ad andare avanti nell’analisi critica della storia e dell’attualità della pena, cosa che si riscontra in una moltitudine di articoli e capitoli di libri, tanto da un punto di vista sociologico quanto giuridico, specialmente nell’ambito del diritto penitenziario e in relazione al suo ruolo di docente presso l’Università di Bologna. Questa produzione intellettuale si compose poi in due volumi pubblicati in italiano agli inizi degli anni ’90 che in parte avevano come destinatari i suoi studenti: “Lo scambio penitenziario. Manifesto e latente nella flessibilità della pena in fase esecutiva” (1994; 1996 2 Ed.) e “I nuovi confini della penalità. Introduzione alla sociologia della pena” (1994; 1996 2 Ed.). Articolavano una forte preoccupazione di Pavarini per le trasformazioni della pena a lui contemporanee e in particolare i dubbi riguardo al funzionamento concreto della prigione, i meccanismi di flessibilità della durata della reclusione e il ruolo che il diritto rivestiva. S’interessava in questo modo anche ai fenomeni cruciali dei movimenti di depenalizzazione da un punto di vista sociologico e alle forme moderate assunte nel contesto italiano costruendo paragoni con le dinamiche presenti negli altri paesi centrali. Questo modo di lavorare si completava con il suo impegno per il progetto politico di ridurre l’uso della prigione e produrne l’apertura verso la società, che ebbe una sua incarnazione pratica in alcune iniziative sviluppatesi negli anni ’80 e ’90, come i comitati “carcere-territorio” e il coinvolgimento iniziale dei governi locali e regionali su questo terreno.

Gli inizi degli anni ’90 segnarono anche una variazione della traiettoria intellettuale di Pavarini. Nell’ambito della crisi politica italiana, con il disfacimento e successiva ricomposizione delle forze politiche, Massimo s’impegnò attivamente per la nascita del Partito Democratico della Sinistra nella sua città e regione e in particolar modo per l’emergente problema della sicurezza urbana, tradizionalmente una questione al di fuori delle preoccupazioni sociali e politiche della società italiana. Questo interesse caratterizzò fortemente i suoi lavori durante un decennio, in un primo momento con la rivista Sicurezza e Territorio, un organo di stampa destinato a generare dibattiti circa questi problemi nell’ambiente politico e accademico italiano e con il Progetto vivere una citta sicura del comune di Bologna, un’iniziativa d’intervento alternativo nella materia. Più tardi, con la creazione del programma Città Sicure della regione Emilia-Romagna, un’iniziativa più ambiziosa destinata a produrre soluzioni e valutazioni ma anche interventi insieme ai governi locali di questa regione su questa materia. Massimo è stato una specie di alma mater di questo programma, in quanto direttore del suo Comitato Scientifico. Si trattava di creare una politica di sicurezza urbana alternativa a quelle offerte dalla destra che tanto stava facendo in quel periodo per porre questa questione al centro dell’agenda pubblica e politica, tentando di portare avanti una posizione di sinistra in questo campo così scivoloso. Massimo impiegò molto tempo ed energia in questa direzione, discutendo costantemente circa le possibilità e i limiti insieme al resto dei membri del Comitato Scientifico, al quale parteciparono buona parte dei criminologi critici italiani più interessati. Le sue posizioni non sempre generarono consenso e produssero accese discussioni. L’esperienza politica di Città Sicure sviluppò le sue caratteristiche alla fine degli anni ’90 e lo spazio che aveva aperto la voce di questi intellettuali provenienti dal campo critico cominciò ad avere una certa ripercussione, seppur ancora limitata, fino a culminare nel suo allontanamento dal progetto iniziale.

Penso che il messaggio finale dell’avventura politica ha avuto per Massimo un tono di disincanto che segnò le riflessioni successive. Va detto che la stessa generò un forte raffronto con la dimensione empirica su una molteplicità di temi collegati al delitto, e al controllo dello stesso, che il mondo accademico italiano non aveva prodotto fin a quel momento per diverse ragioni: dalla mancanza di adeguati finanziamenti all’assenza di tradizioni di ricerca empirica circa questi problemi all’interno delle università. La valutazione di detti risultati in termini di investigazione sociale circa alcuni aspetti della questione criminale contemporanea è materia di dibattito e sicuramente troveremo posizioni contrastanti nella “compagnia dei critici” circa le sue diverse espressioni particolari, sulla sua utilità e sulla sua forza. Credo però che tanta eco fu per Massimo il risultato più duraturo di questa esperienza collettiva.

Dagli anni 2000 tornò a concentrarsi quasi completamente sull’attività accademica. In questo nuovo momento i suoi interessi continuarono a essere fortemente focalizzati sulla questione penale contemporanea e in particolare sul sistema punitivo e sulla questione di come fosse possibile rispondere eticamente e politicamente ai dilemmi che genera, dialogando con la produzione intellettuale che si sviluppò dentro e fuori dell’ambiente italiano di riferimento. In questo senso si contraddistinsero numerosi saggi prodotti negli ultimi quindici anni. Alcuni di questi sono stati recuperati, insieme con altri capitoli tratti dal suo libro in italiano “I nuovi confini della penalità” del 1994, nel libro in spagnolo “Un arte Abyecto. Ensayo sobre el gobierno de la penalidad” (2006). Altri nel libro che è stato pubblicato anche in spagnolo alcuni anni dopo con il titolo “Catigar al enemigo”(2009). In questa produzione intellettuale è però presente anche la preoccupazione, riflesso dell’esperienza di Città sicure, circa la possibilità di costruire politiche democratiche di sicurezza urbana, delle promesse e dei limiti della “nuova prevenzione” come alternativa e dei vincoli con le caratteristiche più generali del dibattito e le lotte politiche nelle società contemporanee (Pavarini, 2006, 215-266;2009, 207-278). Purtroppo rimane molto materiale di questi ultimi anni ai quali il lettore in spagnolo non può facilmente accedere e sicuramente renderlo disponibile sarà un obiettivo da realizzare nell’immediato futuro.

La sua vasta produzione intellettuale ha avuto un impatto peculiare nel mondo di lingua spagnola e in particolare in America Latina, come parte della generale e forte influenza generata dalla criminologia critica italiana in questi scenari culturali. Molte furono le ragioni di questo impatto e una certamente non trascurabile è stata la disponibilità di Massimo a essere fisicamente vicino alla nostra regione. Viaggiò molte volte attraverso l’America Latina (Brasile, Messico, Argentina, Colombia, Cile ecc.), chiamato da amici e colleghi per tenere conferenze e corsi. In questo senso il suo atteggiamento era esemplare, sempre disposto a dare e a ricevere. Questi viaggi moltiplicarono la sua presenza intellettuale nei nostri spazi, combinandosi con la diffusione dei suoi testi.

L’ho conosciuto più di vent’anni fa durante uno di questi viaggi. Juan S. Pegoraro aveva organizzato un corso post-laurea nella Facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Buenos Aires che Massimo avrebbe impartito nel mese di settembre del 1993. Era già stato nel paese nel corso del 1988, Juan aveva bisogno di qualcuno che potesse tradurre dall’italiano. Mi offrii in modo generoso ma consapevole dei rischi di farmi carico della cosa, accettai il lavoro con un atteggiamento lieto ma nervoso. Da poco avevo cominciato a collaborare a distanza con Delito y Sociedad perché continuavo a vivere a Santa Fe. Era un’opportunità unica poter ascoltare dal vivo l’uomo che avevo tanto ammirato leggendone i libri. Questa esperienza fu straordinariamente importante da un punto di vista formativo. Trascese ampiamente i momenti formali delle lezioni del corso. Accompagnai Massimo attraverso la città e questo mi diede la possibilità di fargli molte domande e ascoltare le sue pazienti risposte, sempre dense di perspicacia, ma anche d’ironia e di umorismo. Inoltre ho potuto assistere da privilegiato a numerose conversazioni di Massimo con Juan e altri partecipanti del PECOS durante quelle due intense settimane nei più diversi ambiti e circa i temi più svariati. Ricordo in particolare il memorabile “Seminario del Carapachay” organizzato da Pegoraro, che riunì due decine di giovani studenti e laureati interessati a quest’argomento nella casa che Juan e Silvia avevano in quel momento nel Tigre, durante due giorni di cameratismo e svaghi, ma anche di apprendimento e dibattito, al quale oltre a Massimo parteciparono Amadeu Recansens, Brunet e Rene Van Swaaningen. Alcune delle relazioni sono state poi pubblicate nel numero 6/7 di questa rivista nel 1995. Sicuramente quelle settimane finirono con indirizzare i miei interessi nella direzione dell’insegnamento e della ricerca nel campo degli studi sociali sulla questione criminale. In un secondo momento, grazie anche a questo primo incontro, arrivarono le prime visite in Italia. Queste furono possibili grazie alla generosità di Massimo. Dopo aver passato qualche mese nella città di Barcellona con gli amici Roberto Bergalli e Inaki Rivera Beiras, stetti diverse settimane dell’inverno del 1995 a Bologna. Alloggiai presso lo studio di Massimo in Via delle Tovaglie 35. Lì ho avuto accesso alla sua immensa biblioteca. Lessi e fotocopiai centinaia di pagine. Ci sono molti libri nel mio studio di cui conservo la versione fotocopiata in quei momenti.

Il lavoro bibliografico si completava di lunghe conversazioni con Massimo, il quale in maniera ammirevole trovava un po’ di tempo nel frenetico ritmo della sua vita, divisa tra il mondo accademico e quello politico. In seguito sono tornato un paio di volte, sempre grazie alla sua straordinaria generosità e dell’amico Melossi, fino a settembre inoltrato, quando insieme a Tamar Pitch ci recammo in visita a casa sua. Durante tutti questi anni il segno dell’aiuto e dell’insegnamento di Massimo è stato molto importante nella mia formazione di docente e ricercatore e per questo motivo In Memoriam è un testo difficile da scrivere. Costa fatica pensare che dovremo andare avanti senza contare sul rifugio delle sue parole, mai altisonanti, però sempre suggestive e conturbanti. Rimane la magra consolazione di poter tornare a quello che ha lasciato impresso sulla carta.

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