Didier Fassin (2016), “Prison Worlds: an ethnography of the carceral condition” (Polity Press). Recensione di Luca Sterchele

Per la sezione Recensioni di Studi Sulla Questione Criminale on-line pubblichiamo la recensione di Luca Sterchele (Università degli studi di Padova) al libro “Prison Worlds: an ethnography of the carceral conditions” di Didier Fassin, da poco uscito per Polity Press. Dopo “La Forza dell’Ordine: antropologia della polizia nelle periferie urbane”, Fassin torna con un’interessantissima indagine etnografica all’interno dei funzionamenti delle agenzie del controllo.

Luca Sterchele è dottorando di Scienze Sociali all’Università degli Studi di Padova, lo ringraziamo per questo post. Buona lettura!

 

DIDIER FASSIN Prison worlds: an ethnography of the carceral condition, Polity Press, 2016, pp. 416

 

prison-worlds-fassinDidier Fassin non ha deluso le aspettative. Tre anni dopo la pubblicazione de “La forza dell’ordine” (Fassin, 2013), l’antropologo francese ci presenta quello che può a tutti gli effetti essere pensato come il naturale seguito di quella prima indagine sull’attività della polizia nelle banlieues parigine: in Prison Worlds: an ethnography of the carceral condition, Fassin ci guida all’interno di una maison d’arrêt francese, dove ritroviamo, particolarmente sovrarappresentati, quegli stessi profili impoveriti e marginalizzati che nel lavoro precedente erano descritti come bersaglio privilegiato del controllo e della repressione poliziale.

È proprio in questo contesto, infatti, che l’arbitrarietà del potere della polizia e delle agenzie del controllo si rivela in tutta la sua spregiudicatezza: già dai primi capitoli risulterà chiaro al lettore come la sproporzionata presenza, all’interno della struttura, di immigrati, neri, poveri, non sia affatto riconducibile al semplice nesso eziologico marginalità-crimine sostenuto da una serie di teorie sociologiche tanto riduttive quanto imprecise, ma possa piuttosto essere spiegata dalla forte selettività delle forze di polizia, la cui attività di controllo è esercitata in prevalenza nelle cosiddette “zone sensibili” e seguendo la linea del colore, coadiuvata da una tendenza dei giudici ad agire più severamente e ad applicare con maggior frequenza la detenzione preventiva per i soggetti sopra descritti.

Il libro in questione però non si limita a queste – sia pur rilevanti – considerazioni sul mondo esterno e sull’attività di profiling svolta dalle forze dell’ordine e dagli organi giudiziari: il suo focus principale è sul mondo, o meglio, i mondi interni all’istituzione. Ed è nello svelamento di questa molteplicità che li contraddistingue che troviamo l’importanza centrale del metodo etnografico qui utilizzato: è solo grazie a questo approccio che l’autore riesce a rilevare l’eterogeneità del mondo penitenziario, la pluralità delle forme di adattamento alla vita istituzionale, i diversi approcci adottati dallo staff nel rapportarsi ai detenuti, tra cui anche forme subliminali di violenza e, di contro, le altrettanto sotterranee forme di resistenza che i soggetti esercitano.

La questione relativa al posizionamento del ricercatore nell’attività etnografica non è trascurata nel testo: Fassin si pone al contempo come figura “aliena e familiare”, situato in secondo piano rispetto alle attività della prigione ma al contempo fortemente inserito in queste, pronto a cogliere le varie interpretazioni, opinioni e definizioni sia dei detenuti che dei membri dello staff; la risposta alla beckeriana domanda “whose side are we on?” (Becker, 1967) si presenta così irriducibile ad una semplice (sia pur legittima e di fatto in molti casi individuabile) partigianeria per i detenuti , ma si pone ad un livello superiore, con uno sguardo volto a descrivere la complessità del potere istituzionale, che coinvolge allo stesso tempo detenuti e membri dello staff come nodi diversi di una stessa rete, seppur investiti dal potere in misura radicalmente diversa.

Ma questa consistente diffusione del potere non deve far pensare ad una sua corrispondente onnipervasività: una delle parti più interessanti del lavoro di Fassin, e quella che forse più di tutte rivela l’importanza dell’approccio etnografico nello studio del mondo carcerario, è la descrizione di tutte quelle micro-strategie resistenziali messe in atto dai soggetti coinvolti, non solo detenuti ma anche staff, per superare la durezza e l’aridità della quotidianità penitenziaria. Il lettore è così introdotto nel mondo sotterraneo dell’istituzione, dove può assistere al costante tentativo da parte dei detenuti di recuperare una condizione di autonomia nella quotidianità: si vedono così telefoni cellulari che permettono di contattare i familiari senza il controllo pressante dello staff, forni improvvisati fatti con materiali di fortuna, scambi di torte e buste di tabacco, spesso agevolati dalla complicità di alcune guardie, che non di rado partecipano a questi momenti di socialità informale; è, per utilizzare un’espressione foucaultiana, in questa “vita che sfugge senza posa” (Foucault, 1978) che si manifesta l’eterogeneità di un mondo che si vuole al contrario rigido e inflessibile.

Ma al di là di queste sottili e microscopiche forme di resistenza che qui abbiamo voluto evidenziare, volte alla semplice riconquista di una sia pur minima autonomia di vita, il carcere resta prevalentemente un luogo di oppressione e violenza, fatto di noia e senso di inutilità, di vuoto e solitudine; Fassin non manca di ricordarcelo, evidenziando come il carcere non sia affatto una parte separata e indipendente dal mondo sociale, quanto piuttosto la sua ombra[1], nella quale possiamo ritrovare  tutte le contraddizioni e le diseguaglianze del mondo esterno. È in questo senso che l’indagine sociologica e antropologica dell’universo penitenziario risulta di fondamentale importanza, in quanto capace di fare luce non solo su quel mondo opaco e lontano, ma al contempo anche sul mondo esterno e sui suoi processi: Fassin, pur senza dire nulla di radicalmente nuovo agli addetti ai lavori, contribuisce nel dare maggior ampiezza a questa luce, con un testo che è al contempo un contributo utile per chi si vuole avvicinare alle tematiche discusse e una lettura piacevole per chi già vi lavora da tempo.

Luca Sterchele, Università degli studi di Padova

 

Bibliografia:

Becker H.S., Whose side are we on?, in Social Problems, Vol. 14, n. 3, Winter 1967, pp. 239-247

Fassin D., La forza dell’ordine: antropologia della polizia nelle periferie urbane, La Linea, Bologna, 2013

Foucault M., La volontà di sapere: storia della sessualità vol.1, Feltrinelli, Milano, 1978

 

[1]              L’opera è infatti originariamente pubblicata in francese: Fassin D., L’Ombre du monde: une anthropologie de la condition carcérale, Seuil, Paris, 2015

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