Il processo di “radicalizzazione” tra CPA di Lampedusa e carceri italiane. Di Stefano Anastasia

Pubblichiamo il secondo post per il dibattito sulle tematiche del terrorismo, processi di radicalizzazione e retoriche di supporto di strategie di controllo che da ieri abbiamo inaugurato e accogliamo nel blog di Studi Sulla Questione Criminale online. Di seguito la lucida riflessione di Stefano Anastasia al processo di radicalizzazione di Anis Amri che lo ha portato dall’arrivo in Italia cinque anni fa ad un gesto come quello dell’attentato al mercatino di Natale di Berlino e alla sua uccisione. 

Invitiamo tutte e tutti a partecipare alla discussione in corso commentando questi post e/o inviandocene di nuovi a ssqc.online@gmail.com.

Ringraziamo Stefano Anastasia per questo post. Buona lettura!

 

Il processo di “radicalizzazione” tra CPA di Lampedusa e carceri italiane

 

stefano_anastasia

Romanzesca la storia della radicalizzazione di Anis Amri raccontata sui giornali poco prima del tragico epilogo della sua fuga dalla Germania. I social network sono già pieni di commenti: dal plauso alle forze di polizia al vergognoso entusiasmo per una morte che speriamo non voluta. Nella eccitazione del momento rischiano di passare sotto silenzio gli elementi di fatto che hanno portato Amri in cinque anni dalla Tunisia alla strage di Berlino. Nel mezzo il Centro di prima accoglienza di Lampedusa, quello per i minori di Belpasso, e poi le carceri di Catania, Palermo e Agrigento, fino al Cie di Caltanisetta. Nel mezzo, come si dice la “radicalizzazione”. La Polizia penitenziaria osserva e annota, segnala e relaziona, ma alla fine, quando la pena finisce, non può che scarcerare. E così la Questura: in assenza di riconoscimento dalla Tunisia, lo lascia andare, con il solito foglio di espulsione in tasca. Nel 2015 Amri lascia l’Italia e ci ritorna solo in questi giorni, in fuga – appunto – da Berlino.

Pare che anche la prima volta in Italia fosse arrivato in fuga. I rapporti di polizia dicono per carichi pendenti in Tunisia. Storie di droga, comuni da questa e quella parte del Mediterraneo. Un ragazzo irregolare, che alle prime forme di coazione mostra reazioni violente. Così finisce in carcere: per la devastazione del centro di accoglienza che lo ospita. E lì iniziano la pratica integralista della religione, le relazioni pericolose, fino a qualche minaccia inquietante.

Sì, dunque, se il racconto dei fatti corrisponde al vero, le forze di polizia – quelle interne e quelle esterne al carcere – hanno ben operato, ma che dire del circospetto dispositivo di internamento che ha trasformato un diciannovenne irregolare in un pericoloso terrorista? Fossimo stati più ospitali, si sarebbe radicalizzato lo stesso? Anche questo è un interrogativo da porsi, col senno di poi, per quello che verrà.

Stefano Ananstasia

Garante dei detenuti dell’Umbria

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...