Fassin (2013), “La forza dell’ordine. Antropologia della polizia nelle periferie urbane” (La Linea). Recensione di Enrico Gargiulo

Per la sezione Recensioni di Studi Sulla Questione Criminale on-line pubblichiamo la recensione di Enrico Gargiulo (Università del Piemonte Orientale) a “La forza dell’ordine. Antropologia della polizia nelle periferie urbane” di Didier Fassin. Il libro è uscito nel 2013 ed è ancora attualissimo. Una lettura necessaria per comprendere certe dinamiche del controllo poliziale e della cultura di polizia, usando come esempio un’etnografia delle interazioni tra polizia e cittadini considerati di serie B nelle periferie parigine.

Ringraziamo Enrico Gargiulo  per questo post. Buona lettura!

 

DIDIER FASSIN, La forza dell’ordine: Antropologia della polizia nelle periferie urbane, La Linea, 2013, pp 351

la-forza-dellordine-fassinLa forza dell’ordine è un testo fondamentale, non soltanto per capire dall’interno le logiche alla base dell’agire della polizia, ma anche – e soprattutto – per comprendere la struttura dell’ordine sociale e il modo in cui questo viene continuamente riprodotto dalle istituzioni. La ricerca su cui il libro si fonda, condotta da Fassin tra il maggio del 2005 e il giugno del 2007, è costituita dall’etnografia di una BAC (Brigade Anti-Criminalité), un reparto speciale della Police national nato nei primi anni settanta e istituzionalizzato poi negli anni novanta per “mantenere l’ordine e la pace”, prevenire crimini e mettere fine alle “violenze urbane” nelle periferie francesi, e in particolare nelle zones d’HLM (quartieri di case “popolari” ad affitto “moderato”).

Collocata temporalmente in un periodo piuttosto delicato – ossia tra le sommosse dell’ottobre del 2005, originate dalla morte di due adolescenti che, inseguiti da alcuni agenti, si erano nascosti in una cabina dell’alta tensione a Clichy-sous-Bois, e gli scontri del novembre del 2007, scoppiati in seguito all’investimento di due ragazzi da parte di un’auto della polizia a Villiers-le-Bel – l’indagine etnografica presentata nel testo, grazie a un elevato rigore metodologico e, allo stesso tempo, a uno stile narrativo efficace, fornisce, in una maniera comprensibile anche a lettori non “addetti ai lavori”, conoscenze approfondite sul sapere professionale e sulla mentalità diffusa all’interno delle forze dell’ordine francesi. Pur incentrandosi sulla “cultura” della polizia, La forza dell’ordine presenta anche interessanti considerazioni sulle condizioni “materiali” che fanno da sfondo all’adozione di determinati schemi comportamentali da parte degli operatori, contribuendo così a una conoscenza ricca e complessa del fenomeno oggetto di studio.

Il libro di Fassin entra subito nel vivo della quotidianità del lavoro poliziesco, rendendo evidenti le conseguenze che l’attività delle BAC produce sugli abitanti dei quartieri interessati. Nel prologo, intitolato Interpellazione, è descritto un evento specifico: l’“incontro” tra alcune pattuglie della polizia e tre giovani vestiti in maniera elegante che, la sera di capodanno, aspettano l’autobus per recarsi a casa di amici. Le intimidazioni e i controlli, bruschi e arbitrari, a cui sono sottoposti i tre adolescenti – confusi con un gruppo di altri ragazzi sospettati di aver appena commesso un reato nella stessa zona – sono riportati in maniera vivida ma distaccata.

A essere spiegato ed esemplificato concretamente, qui, è il concetto di interpellation, che Fassin riprende da Althusser e Foucault: coloro che rispondono a un “richiamo” da parte delle forze dell’ordine, che si credano colpevoli o che si sentano interpellati senza ragione, accettano i termini dell’interazione in cui si vengono a trovare, sottomettendosi “liberamente” alla legge e facendosi così soggetti. L’interpellazione, dunque, se da un lato procede per “assoggettamento” – ci si sottomette a una dominazione –, dall’altro implica una “soggettivazione” – l’identità è costruita attraverso una identificazione, che assegna i singoli a specifiche posizioni sociali.

Il registro narrativo apparentemente distaccato impiegato da Fassin nasconde un fatto importante, rivelato soltanto alla fine del racconto: uno dei ragazzi “interpellati” dai poliziotti è il figlio dell’autore. La scelta di portare il testo in una direzione così personale non risponde però alla volontà di fornire una semplice testimonianza: più che a consolidare l’esasperazione per i continui soprusi della polizia, La forza dell’ordine mira infatti a restituire intellegibilità ai fatti narrati. La ricerca di Fassin, in altre parole, non intende mettere sotto processo gli agenti, ma è interessata piuttosto a indagare, attraverso l’osservazione, la loro attività nelle periferie, a «cogliere le logiche e le restrizioni del loro agire, cercando di inquadrarle nel processo di trasformazione delle nostre società» (p. 40). L’obiettivo, dunque, è quello di provocare, «più che collera, indignazione, un sentimento morale suscettibile di produrre non impotenza o violenza, ma azione» (ibidem).

I capitoli successivi del libro affrontano il tema del lavoro della polizia da differenti punti di vista. Gli ostacoli amministrativi, le censure e le difficoltà metodologiche incontrate dalla ricerca sono oggetto specifico di attenzione: il segreto che circonda le attività poliziesche è senza dubbio uno dei fili conduttori dell’intera narrazione. Il linguaggio performativo delle forze dell’ordine, imperniato su immagini e parole di guerra e condizionato dalla necessità di gestire un certo tipo di potere, è un altro tema centrale.

Nel corso del volume, Fassin da un lato si focalizza su questioni “materiali” e dall’altro analizza aspetti “simbolici”. Ad esempio, ricostruisce brevemente la storia delle BAC e ricorda come la struttura statalistica e centralizzata della polizia francese e i meccanismi che presiedono al reclutamento dei poliziotti facciano sì che gli agenti neoassunti, assegnati alle periferie parigine, provengano in prevalenza da aree rurali (o da piccoli centri de-industrializzati) e da famiglie bianche della classe media, ossia da ambienti geografici e sociali molto diversi da quelli in cui si trovano poi a operare.

Ma l’autore si sofferma anche, in dettaglio, sulle modalità con cui le istituzioni poliziesche costruiscono e diffondono tra i propri membri specifiche rappresentazioni del loro lavoro e dei soggetti con cui interagiscono. Particolarmente significativa, a riguardo, è la descrizione delle immagini scelte dalle singole unità delle BAC come propri distintivi: condomini stilizzati al centro del mirino di un fucile; un branco di lupi di fronte a due palazzi; un ragno che imprigiona nella sua tela un insieme di edifici; un pugno che stringe scariche elettriche e sovrasta alcune costruzioni. Queste iconografie, come sottolineato dall’autore, trasmettono e rafforzano un certo tipo di immaginario, rivelando l’ostilità e l’aggressività che contraddistingue le Brigate.

La vita quotidiana degli agenti e le relazioni con le popolazioni locali sono trattate poi in maniera specifica. La violenza usata dalla polizia, ad esempio, è analizzata sia dal punto di vista del modo in cui viene rappresentata dalle istituzioni – è spesso “banalizzata” e letta come il segno dell’attaccamento al mestiere e dello spirito di corpo – sia da quello del difficile e ambiguo rapporto tra la sua dimensione fisica e la sua dimensione morale. Qui, Fassin cerca di andare oltre la definizione amministrativa e giudiziaria di ciò che costituisce un atto “violento”: tale definizione, infatti, «porta a condannare lo schiaffo, almeno in via di principio, ma, la maggior parte delle volte, a ignorare l’umiliazione» (p. 188).

Un altro elemento importante su cui si sofferma l’antropologo francese è la noia: è nell’inazione che caratterizza la maggior parte del tempo di lavoro che disturbi e fatti minori fanno da premessa a interventi sproporzionati e fuori luogo. Lo scarto tra una visione immaginaria delle attività poliziesche, fatta di azioni adrenaliniche e di rischio, e la realtà delle stesse, densa di immobilità e di banalità, contribuisce a orientare l’attenzione degli operatori verso certi gruppi. Dunque, le discriminazioni che segnano la quotidianità del lavoro della polizia – e a cui è dedicata una parte del testo – sono continuamente alimentate dalle frustrazioni e dalla noia. Allo stesso modo, i comportamenti discriminatori sono condizionati dalla politica, intesa sia come orientamento generale indicato dalla maggioranza al governo sia in termini di appartenenze e visioni politiche espresse dai singoli agenti.

A partire da queste considerazioni, Fassin conclude il suo lavoro riconducendo il potere discrezionale esercitato dalla polizia a una vera e propria “economia morale”, ossia a «un insieme di valori e disposizioni che permettono di rendere intelligibile ciò che altrimenti apparirebbe strettamente immorale» (p. 277). Questa economia morale implica che due diversi elementi siano in tensione: il principio di giustizia, secondo cui è normale maltrattare un presunto colpevole, soprattutto se non si ha la sicurezza che verrà condannato dalle istituzioni giudiziarie; la logica di risentimento, che esprime una profonda frustrazione dovuta alla constatazione dell’ingratitudine della popolazione e dell’inefficienza dei giudici. In un simile contesto politico e morale, osserva Fassin, la «radicalizzazione del discorso pubblico contribuisce a produrre e legittimare l’ethos della polizia, generando ostilità nel mondo sociale e chiedendo sempre più severità. All’intolleranza (nei confronti di certe parti della popolazione) va ad aggiungersi l’intolleranza alla tolleranza (attribuita ai magistrati). Gli agenti si sentono allora autorizzati a farsi giustizia da soli: una giustizia socialmente mirata» (p. 278).

Attraverso la categoria di economia morale si fa dunque evidente la tesi portante del lavoro di Fassin: anziché “mantenere l’ordine”, la polizia protegge uno specifico ordine sociale, contrassegnato da crescenti disuguaglianze economiche e da una preoccupante discriminazione razziale.

Per tutti questi elementi – e per i molti altri qui non evidenziati per motivi di spazio – La forza dell’ordine è un libro che in molti dovrebbero leggere. I comuni cittadini, per comprendere meglio come funzionano le istituzioni poliziesche, con le quali magari non vengono di frequente in contatto ma con cui potrebbero trovarsi un giorno a fare i conti. Gli appartenenti alle forze di polizia, per riflettere con maggiore consapevolezza sul proprio lavoro e sul proprio ruolo sociale, ma in particolare sulle conseguenze e sulle implicazioni delle loro azioni. I ricercatori, soprattutto se guidati da spirito critico e se rivestono anche il ruolo di attivisti, per imparare come l’impegno civico e politico, o addirittura il coinvolgimento personale, possano – e debbano – andare di pari passo con il rigore metodologico e la profondità analitica.

Enrico Gargiulo,

Università del Piemonte Orientale

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