Guerra al terrorismo: chiudere le moschee…o chiudere le carceri? Di Gabriele Arosio

Per il dibattito iniziato qualche giorno fa sulle tematiche connesse al cosiddetto processo di radicalizzazione che accogliamo nel blog di Studi sulla Questione Criminale Online, pubblichiamo questo breve intervento uscito su www.glistatigenerali.com il 29 dicembre 2016 e riproposto da Ristretti Orizzonti.

Invitiamo tutte e tutti a partecipare alla discussione in corso commentando questi post e/o inviandocene di nuovi a ssqc.online@gmail.com.

Ringraziamo Davide Petrini per la segnalazione.

Guerra al terrorismo: chiudere le moschee… o chiudere le carceri?

di Gabriele Arosio
Dove dunque viene ucciso l’attentatore di Berlino Anis Amri? Nella città dove sta per sorgere una grande moschea: 4 mila posti, ristorante, caffetteria, biblioteca. A Milano no, ma a Sesto san Giovanni sì. Per molti è scattata immediata l’idea che complici e appoggi devono essere cercati nell’ambito dei frequentatori della moschea. La soluzione al terrorismo infatti è dietro l’angolo, come non vederla: chiudere le moschee.
E se invece il problema andasse cercato nella biografia di Amri? In quei quattro anni passati nelle carceri italiane? Da tempo è chiaro a molti che l’affiliazione al terrorismo passa proprio da qui. Il progetto migratorio di uno straniero, in una situazione di detenzione, conosce un fallimento. Destina alla privazione affettiva, alla solitudine, all’incomprensione del complesso meccanismo della giustizia e dei regolamenti carcerari. È frequente l’esplodere di stati depressivi, aggressivi e auto-aggressivi.
La propria identità, la propria collocazione nella società ospitante, il proprio futuro, tutto viene messo in forte discussione. Facilmente nascono e si sviluppano meccanismi di rifiuto e di resistenza all’integrazione. L’incontro con altri elementi radicalizzati spesso diventa l’occasione
per l’acquisizione di un modello “forte” di identità che consente di superare molte difficoltà.
Ad oggi nelle carceri italiani più di un detenuto su tre è musulmano. Nel 2012 i ministri di culto musulmani autorizzati dal Ministero degli Interni non superavano le ventinove unità. A questi tuttavia devono essere aggiunti coloro che negli istituti decidono spontaneamente (e non
sempre con comprovate competenze) di ricoprire questo ruolo in un contesto così delicato. In questa situazione, la necessità di strutturare percorsi formativi per imam da impiegare nelle carceri è evidente e urgente.
Una risposta politica a questa esigenza sembra essere rappresentata dal Consiglio per i rapporti con l’islam italiano, istituito nel gennaio del 2016. Presieduto dal Ministro dell’Interno, ne fanno parte docenti ed esperti della cultura e della religione islamica. Siamo ai primi passi in tema di tutela del diritto alla libertà religiosa per i credenti musulmani in carcere e ciò appare davvero un ritardo molto grave. Mancano del tutto progetti di rielaborazione di accompagnamento di detenuti musulmani che consentano approfondimenti della propria cultura di origine e di incontro con espressioni culturali e religiose di altri mondi, per imparare a riconoscere i valori comuni di umanità che caratterizzano ogni espressione culturale. Non mancano i pionieri. A Bologna nel carcere della Dozza opera con i suoi corsi da qualche anno padre Ignazio de Francesco, rientrato in Italia dopo una permanenza di anni in Medio Oriente.
Proprio a partire dalla sua presenza è stato possibile girare un documentario, fatto direttamente con i detenuti, dal regista Marco Santarelli, Dustur (2016), “costituzione” in arabo. Il lavoro è stato costruito come un viaggio dentro e fuori il carcere seguendo due storie: quella dei detenuti musulmani impegnati in un corso scolastico sulla Costituzione italiana e quella di Samad, giovane marocchino ex detenuto dell’istituto penitenziario bolognese.
All’indomani dell’attentato di Berlino, Paolo Branca, docente di letteratura araba all’Università cattolica di Milano e da anni impegnato come volontario nelle carceri ha dichiarato: “pochi mesi fa, una circolare del Ministero della Giustizia chiedeva alle università di fornire personale che parlasse arabo per intervenire nelle prigioni a titolo di volontariato. Se non fosse tragico, ci
sarebbe da ridere. Nei centri per minori non accompagnati non va meglio. Potrei continuare la lista di negligenze inconcepibili. Per ora, in Italia il fenomeno dei foreign fighters è fortunatamente limitato, ma cullarsi nell’illusione di essere immuni da ciò che succede in altri
paesi europei è da irresponsabili”.
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