In risposta a “br, non si gioca con le parole”. Di Davide Petrini

Con piacere pubblichiamo la lettera di Davide Petrini, docente di Diritto penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogardro”, garante dei diritti dei detenuti del comune di Alessandria, nonchè membro della nostra Direzione, che commenta l’intervento di Gian Carlo Caselli “Br, non si gioca con le parole”. La lettera è stata inviata anche al Fatto Quotidiano.

Ringraziamo Davide Petrini per il post. Buona lettura!

 

redazioneweb@ilfattoquotidiano.it

Preg.mo Direttore,

ho letto con attenzione e interesse, nella rassegna stampa di “Ristretti Orizzonti”, un articolo uscito sul Fatto Quotidiano di ieri, a firma Gian Carlo Caselli, critico verso la decisione di presentare al Senato il volume “Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto“, che racconta un’inedita esperienza di gestione dei conflitti, pur a tanti anni di distanza, tra vittime e responsabili di gravissimi fatti di sangue. Comprendo – anche se assolutamente non condivido – il timore che questa iniziativa possa degenerare in un tentativo di legittimazione della lotta armata; penso, inoltre, anch’io che si debba fondatamente dubitare che si tratti di un libro che “cambia la storia d’Italia” (vivaddio, la storia non si cambia).

davide-petriniMi sento però in dovere di intervenire sulla questione che, forse un po’ improvvidamente (non penso per scelta del dott. Caselli) dà il titolo al pezzo, almeno secondo quanto compare nella citata rassegna stampa: “Br, non si gioca con le parole”. Il riferimento, ovviamente, è alla scelta di non inserire, già nel titolo del volume, il termine “terroristi”; scelta che viene criticata perché produrrebbe uno sbilanciamento della equiprossimità tra le parti in causa.

Sono, infatti, convinto che la equiprossimità – come dimostrano, da ultimo, le bellissime parole di Agnese Moro su La Stampa di oggi – sia inesorabilmente sbilanciata, rispetto ai due ruoli: vittima, purtroppo, si è per sempre, senza possibilità di “riscatto”. Chi perde un figlio, un compagno, un genitore, un affetto, resta vittima per sempre, e qualsiasi “rimedio” la società civile riesca a comporre – sia essa l’eliminazione fisica del colpevole, la sua neutralizzazione, l’ergastolo, ma anche la mediazione o il più efficace percorso di reinserimento sociale – non smetterà di essere vittima. Proprio su questa tragica realtà si fonda la irrisolvibile responsabilità storica di coloro che hanno commesso gravi fatti di sangue.

Per il colpevole, invece, non può essere così: non si può invocare lo stigma del terrorista, così come del pedofilo, dell’assassino o del ladro, per almeno due ragioni: nella nostra società civile qualsiasi riferimento al “tipo di autore” non è legittimo, neppure per i più gravi fatti di criminalità organizzata politica dei quali si tratta, perché il nostro è un diritto penale del fatto, e non dell’autore, come impone l’art. 25 della Costituzione, che legittima il ricorso alla pena solo in presenza di un “fatto”. Non esistono, nelle nostre carceri (e prima ancora nelle aule di giustizia) né ladri né assassini. E neppure pedofili o terroristi. Ma solo persone, donne o uomini che hanno commesso fatti di terrorismo, di pedofilia, di omicidio ecc. E’ una distinzione terminologica forse non immediatamente percepibile, che potrebbe financo apparire ipocrita, ma decisiva, e che impone di non evocare – per esempio nel titolo di un libro, ma in qualunque altra sede – stereotipi criminali, bensì persone che commettono fatti di reato.

La seconda, molto più decisiva ragione è che, mentre la vittima resta tale per sempre, l’autore di un reato non potrà mai essere ricondotto al delitto che ha commesso, fosse il più deprecabile di questo mondo, perché per fortuna (di tutti) l’uomo non è mai solo i suoi atti, i suoi crimini, ma è sempre qualcosa di altro, di non riducibile ad uno stereotipo delinquenziale, ad una categoria criminologica. E su questo, conoscendo il dott. Caselli, mi viene da pensare che potrebbe essere d’accordo con me.

Davide Petrini

Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Alessandria

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