E’ uscito oggi il nuovo numero di Studi sulla Questione Criminale

Annunciamo con piacere l’uscita del primo numero del 2016 della Rivista di Studi sulla questione criminale, il primo sotto la nuova direzione di Tamar Pitch (Università degli studi di Perugia), con articoli di José Ángel Brandariz García (Università de La Coruña), Alvise Sbraccia (Università di Bologna), Omid Firouzi Tabar (Università degli studi di Padova), Giulia Fabini (Università di Bologna), Alejandro Alagia (Universidad Nacional de Buenos Aires).

Qui di seguito la versione integrale dell’editoriale e l’indice della rivista con gli abstract in italiano e in inglese.

Studi sulla Questione Criminale è la prosecuzione naturale di “Questione criminale” diretto da Alessandro Baratta e Franco Bricola. Per vedere tutti i numeri della rivista basta cliccare su “fascicoli” nella finestra qui a destra. Per informazioni su abbonamenti sia a titolo individuale che istituzionale, basta cliccare su “abbonamenti”.

Buona lettura!

 

Studi Sulla Questione Criminale n. 1/2016

ssqc

Con questo primo numero del 2016 comincia la fine del ciclo inaugurato dalla direzione di Massimo Pavarini e proseguito con le direzioni di Dario Melossi e Giuseppe Mosconi. Adesso tocca a me, ultima della vecchia redazione della “Questione Criminale” diretta da Bricola e Baratta, a 41 anni dalla prima uscita della nostra rivista madre. Quarant’anni! Il mondo è molto cambiato da allora, si sa, ed è cambiato molto anche il modo di osservarlo. Noi, la generazione del baby boom, negli anni Settanta del secolo scorso non eravamo solo giovani, eravamo pieni di fiducia e speranza nel futuro e nelle nostre possibilità di forgiarlo secondo i nostri ideali di libertà, uguaglianza, giustizia sociale. Una rapida scorsa ai vari social media, ai siti di news, ai quotidiani, nonché le chiacchierate con i e le nostre studenti, ci restituiscono, al contrario, la sensazione che questa speranza e questa fiducia siano svanite. Il futuro è presentato come fosco e minaccioso, le vecchie ricette per mutarlo sono sparite. Ci sono  aturalmente buone ragioni perché il sentimento di incertezza e paura sia così diffuso e molte sono le analisi che le mettono in fila. Però: intanto, non è dappertutto così. In molte regioni del mondo il sentimento diffuso è invece analogo al nostro degli anni Settanta, e allora, insieme a tutte le buonissime ragioni di cui si discetta, credo che dovremmo metterci anche il fatto che la società europea è invecchiata. Noi baby boomers eravamo tantissimi, i giovani di oggi relativamente pochi, e non può sorprendere allora che futuro, speranza, fiducia, voglia di lottare per un mondo migliore siano traslocati altrove. La mia generazione è sconcertata e, spesso, delusa, ma perché dovrebbero esserlo i, e soprattutto, le più giovani? Molto, dopotutto, è cambiato in meglio. Per quanto riguarda l’Italia : 40 anni fa c’erano ancora i manicomi, il delitto d’onore, la criminalizzazione dell’aborto volontario, la riforma penitenziaria aveva appena un anno, così come la riforma del diritto di famiglia, lo stupro era ancora un reato contro la morale e il patriarcato era vivo e vegeto, giacché la rivoluzione femminista, da noi, stava muovendo allora i primi passi. Per non parlare, naturalmente, delle discriminazioni istituzionali nei confronti delle persone omosessuali.

Gli anni settanta, ora perlopiù ricordati come anni di piombo (l’Italia e la Germania hanno conosciuto, da questo punto di vista, anni forse peggiori di quelli presenti – non solo omicidi singoli, ma vere e proprie stragi), sono stati invece, anche, anni di profondo cambiamento sociale e culturale. Le grandi riforme – statuto dei lavoratori, riforma penitenziaria, riforma sanitaria, legalizzazione (in parte) dell’aborto volontario, riforma del diritto di famiglia, divorzio – sono appunto figlie di quella stagione. Che la nostra rivista ha accompagnato, stimolato, analizzato, criticato.

Oggi siamo alle prese con problemi diversi, ma non necessariamente più gravi. Mancano, forse, l’energia, l’ottimismo, l’entusiasmo di allora nell’affrontarli – e alcune delle condizioni, certamente. Tra cui, ovvio, la precarietà del lavoro che è anche complessiva precarietà di vita. E, per quanto ci riguarda più direttamente, la crisi profonda dell’università italiana (ma non solo), soprattutto quella pubblica, sfinita da mancanza di risorse e “riforme” managerialistiche che si sommano ai vecchi vizi: burocrazia, baronaggio ecc. I e le più giovani, insomma, sono alle prese con sfide per affrontare le quali sono molto più soli e sole di quanto eravamo noi, e per cui mancano ricette condivise e riconosciute.

Tuttavia, dopo questi tre anni di direzione dell’ultima dei “vecchi”, la mano non potrà che passare ai e alle nuove. Ai e alle quali vorrei ricordare che, dopotutto, anche noi vecchi ci abbiamo messo un bel po’ ad approdare nel porto sicuro dell’accademia, magari perché eravamo difficilmente incasellabili nelle discipline ufficiali, magari perché (parlo soprattutto di me) eclettici, magari perché senza potenti padrini (madrine quasi non ce ne erano all’epoca, figuriamoci potenti, e insomma oggi almeno questo un po’ è cambiato, in meglio).

Il nostro campo di studi è esso stesso territorio di confine e dai confini incerti e porosi, ciò che ho sempre considerato una ricchezza, e che invece tende a venir penalizzato: ma non solo oggi, anche ieri e ieri l’altro! Non mi sono mai definita una “criminologa”, nemmeno una criminologa “critica” perché ho sempre pensato e scritto che la criminologia è una non disciplina, ossia è solo uno dei nomi che designano lo studio della questione criminale, la quale, a sua volta, può essere e viene indagata dalla prospettiva sociologica, da quella giuridica, da quella psicologica, medica e così via. Si adatta meglio a ciò che facciamo, credo, la definizione di sociologia giuridico-penale, ma i nomi sono importanti soprattutto a fini accademici. Più rilevanti dal punto di vista sostanziale, mi pare, sono la multidisciplinarietà necessaria al nostro campo di studi, di cui la storia di questa rivista è testimone, e la postura critica, indispensabile per tutte le scienze sociali, e all’origine di questa impresa quarantennale.

Ciò, infatti, che ha condotto noi a questo studio non erano soltanto la passione intellettuale o il desiderio di far carriera all’università (ci sarebbero state strade più semplici), ma la passione politica: studiare, analizzare, comprendere, spiegare per cambiare. Direi, con Wright Mills, che non c’è altro modo di fare scienza sociale. La scienza sociale è critica o non è. Poi, certo, il rigore metodologico, l’attenzione ai dati della ricerca empirica ecc. sono indispensabili, ci mancherebbe. Però non posso che rivendicare le nostre origini e le nostre radici, perché ciò che di buono abbiamo fatto è da lì che viene. Può darsi che almeno alcuni dei nostri punti di riferimento, dei paradigmi che utilizzavamo siano invecchiati, debbano essere ripensati o sostituiti e credo che, insieme a molti altri e altre, lo stiamo facendo. Negli anni settanta in Italia eravamo pionieri. Il nostro modo di studiare la questione criminale ci permetteva, finalmente, di dialogare con quelli e quelle che su di essa lavoravano, ma non in Italia. Oggi, invece, magari sparsi tra varie discipline accademiche, magari ancora precari, siamo in tanti e tante, e questa rivista è ancora uno dei luoghi privilegiati dove confrontarsi, discutere, dialogare con tutti e tutte quell* che, da vari punti di vista e versanti diversi – penalisti, in primo luogo, ma anche storici, politologi, antropologi e così via –, mettono a tema il nostro oggetto di ricerca.

Da questo numero ci sono alcune novità. In primo luogo l’ingresso nella nostra direzione di autorevoli colleghi, italiani e non, che hanno accettato il nostro invito a lavorare assieme. Poi, il lancio di un sito e un blog dove speriamo affluiscano contributi brevi, notizie, recensioni, dibattiti. Inoltre, un riordino organizzativo, che vede una redazione di 5 persone più strettamente responsabili della confezione della rivista, in modo da snellirne le procedure e accorciarne i tempi. Infine, la pubblicazione di articoli in lingua originale (limitatamente a inglese, spagnolo e francese).

Abbiamo, quest’anno, perso amici e compagni. Massimo Pavarini, in primo luogo, cui dedicheremo un prossimo fascicolo della rivista. E Nicky Rafter e Alessandro Margara, illustri componenti del nostro comitato scientifico. Li ricorderemo cercando di onorare la loro memoria con il nostro lavoro.

P.S. ….e poi Trump è diventato presidente degli Stati Uniti. Diciamo che ora sono un po’ meno ottimista.

Tamar Pitch

Indice

  • Editoriale (pp. 7-10)

  • José Ángel Brandariz García

    “L’evoluzione dell’intervento penale nel contesto della Grande Recessione: la contrazione del sistema penitenziario spagnolo”  (pp. 11-38)

The rising puniteveness and the increase of the prison population that characterised the penal field over the last decades seem to have come to a halt in a number of ju¬risdictions since the onset of the so-called Great Recession. This paper analyses this phenomenon in the Spanish case and explores the forces that have driven the recent turn. In addition, this article, taking into account the debate in the US literature, seeks to explore whether the principle of scarcity that currently affects the criminal justice system may contribute to open up a new period of penal moderation.

  • Alvise Sbraccia, Omid Firouzi Tabar

    “La crisi segregata: criminalizzazione e costruzione del nemico interno a Zingonia” (pp. 39-72)

The article is focused on an empirical research conducted by the authors in Zingonia (Bergamo, Italy). This industrial and urban area was interested by the economical crisis since 2008, with specific reference to the local mot important economies (small factories ad building sector). Historical continuity from internal to international migration flows is related to the processes of workforce substitution and residential segregation. Through ethnographic techniques the researchers develop a reflection on the specific forms of criminalization in the area, where waves of moral panic and ambivalent perception of the autochthonous tend to give a peculiar shape to securi¬tarism and penal populism.

  • Giulia Fabini

    ““Buongiorno, documenti”. Meccanismi di controllo ed effetto di disciplinamento: storie di migranti e polizia locale” (pp.73-92)

The present article investigates the decision-making process of city police in Bologna during ID checks. Behind the police enforcing immigration law is the selectivity process through which some undocumented migrants are stopped, checked and eventually de¬tained in detention centers, and some others are let go free. This article is aimed at shed¬ding light on the criteria driving the selection process. It reasons around the complex relationship between law and praxis. The case study shows that Bologna’s city police officers make a strategic use of immigration law, and they enforce the law according to their task of order maintenance. At the core of the decision about whether or not to en¬force immigration law is the discretionary evaluation of migrants’ dangerousness made by the police. In particular, this article analyzes the elements which affect the evaluation of dangerousness. It also concludes that both enforcement and under-enforcement take part in the mechanisms of control, as they are two sides of the same coin, the need to govern and discipline the population of migrants living in Italy without resident permit.

  • Alejandro Alagia

    “Foucault murió en américa. Poder punitivo, derecho penal y colonialidad” (93-122)

There is a Latin American School of Criminal Law and Criminology which, though widely ignored by many Latin American scholars, dates back from the mid-70s and has a rich tradition of studies. A fundamental characteristic of this school, which differentiates it from the European and Anglosaxon tradition (Afroamerican studies excluded), is its attention at the region’s recent past. In particular, it focuses on in¬stitutional violence, State terrorism and genocide, framing them not as crimes but as punishments. Using ethnography, psychoanalysis and the sociology of genocide, it shows how the above phenomena may actually be defined as punishments. It also shows how, in Latin America, massive imprisonment is connected not to the factory, but to slavery. The current task of this school is to understand the punitive war on drugs (and the humanitarian crisis it caused) within a general theory of punishment.

  • Recensioni (pp.123-128)

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