Nu va credem nu cedăm. Di Valeria Ferraris (Università di Torino e Amapola)

Pubblichiamo su quanto accade in queste ore in Romania un intervento di Valeria Ferraris dell’Università di Torino, ricercatrice di Amapola e membro della nostra redazione.

Ringraziamo Valeria Ferraris per il post. Buona lettura!

 

Nu va credem nu cedăm

di Valeria Ferraris

 

valeria_ferrarisEra l’ottobre 2015 quando un incendio della discoteca Collectiv di Bucarest causa la morte di 32 persone e il ferimento di 130. Mancato rispetto delle norme di sicurezza e una discoteca che apre grazie alla corruzione.

Lì cominciò il #corruptionkills e cominciarono le manifestazioni. Giovani i morti e molti giovani (quelli veri sotto i 30 anni) tra i manifestanti ma anche adulti e famiglie. Allora si dimise il Governo di Viktor Ponta e il sindaco di Bucarest. Per le pressioni popolari.

Ponta era allora sotto processo per evasione fiscale, riciclaggio di denaro e falso. Come molti esponenti del governo. Questo anche grazie alle risorse investite nella creazione della DNA, la procura nazionale anticorruzione. Con gli amici rumeni ogni tanto si scherza che sarà una notizia quando il governo rumeno non sarà sotto processo per reati economici.

Le proteste di questi giorni sono partite dall’approvazione di un provvedimento di emergenza che modifica la normativa in materia di abuso di ufficio rendendolo punibile soltanto qualora riguardasse una somma superiore a 38.000 euro circa (200.000 Lei). Parallelamente un’amnistia, che richiede ancora l’avallo del Parlamento, è stata approvata dal Governo per i reati sotto i 5 anni commessi dalle persone over 60 (tra cui oggi spiccano molti esponenti politici o del mondo dell’informazione vicini al governo.

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Bucarest, 5 febbraio 2017

Questa vicenda non può non interrogare uno studioso critico del sistema giuridico-penale perché viene a toccare temi caldi quali il contrasto al crimine dei colletti bianchi e allo stesso tempo la depenalizzazione e la decarcerizzazione, due capisaldi di chi, come me e gli studiosi riuniti in questa rivista, ha speso carta e penna a discutere degli effetti criminalizzanti di un eccesso di penalità e del carcere, tanto da abbracciare posizioni abolizioniste.

Questi temi rimangono e hanno nella vicenda rumena un interessante banco di prova.

Sarebbe errato vedere nella piazza rumena una richiesta di più penalità. Le manifestazioni sono soprattutto la reazione a un provvedimento oltraggioso preso nella notte allo scopo di eliminare i problemi giudiziari di molti esponenti del partito al governo (ma anche di alcuni partiti dell’opposizione). Si tratta di manifestazioni che hanno coinvolto molti giovani, certo, ma anche adulti e famiglie, trasversalmente alle classi sociali e alle posizioni professionali. Non è un’avanguardia. Niente violenza, niente danneggiamenti. E la protesta ha progressivamente raggiunto anche i rumeni all’estero.

16427268_10206263228659203_477712407761545900_nParliamo di un paese dove anche grazie al Cooperation and Verification Mechanism la questione della corruzione, della criminalità organizzata e della riforma della giustizia sono state oggetto di rilevanti interventi. E dove, non certo per merito dei dispositivi messi in campo dall’Unione Europea, è cresciuta l’indignazione per la corruzione e il clientelismo quotidiano.

Ed è questa indignazione che oggi fa rimanere al freddo delle serate di febbraio le persone in piazza a chiedere le dimissioni del governo perché l’oltraggio è stato troppo grande.

Similitudini e differenze con la situazione italiana degli anni ‘90. Io spero, per i rumeni innanzitutto, che prevalgano le differenze. Che i magistrati non divengano politici, che l’indignazione cresca senza lanciare monete o provare quell’irresistibile attrazione per il potente nella polvere per poi nel proprio privato continuare a perpetrare lo stesso schema comportamentale fatto di clientela e favori.

Lo studioso critico osserva la Romania perché i colletti bianchi sono oggetto di una importante reazione penale e ciò richiede riflessioni sul se e cosa è cambiato (è celebre un commento del primo ministro Arian Nastae all’allora responsabile della DNA, Daniel Morar, “quando ho agito per creare la DNA non era previsto che la DNA mettesse me sotto processo e mi condannasse”).

Le sfide della depenalizzazione e decarcerizzazione –  in termini altri, più prolissi ma meno cacofonici, del punire non affidandosi supinamente a pene draconiane e carcere più o meno duro per contrastare la corruzione – sono tutte lì, in cosa potrà emergere dalla civile protesta di chi non è disponibile a farsi prendere in giro da un decreto approvato nella notte.

PS. Di chi ha indossato delle scarpe invernali, un piumino e ha protestato in piazza, non si è limitato a facebook, twitter, instagram. E in questo sta una delle differenze.

 

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Un pensiero su “Nu va credem nu cedăm. Di Valeria Ferraris (Università di Torino e Amapola)

  1. GRAZIE Valeria per l’ottimo articolo. A volte, come nel caso, la richiesta, peraltro indiretta, di penalità è sostanzialmente l’esperssione di una sacrosanta indignazione. .il vero problema penso sia capire se la stessa può trasformari in istanza di trasparenza e di sostanziale partecipazione, verso un modello più avanzato di democrazia. >In questo senso la prospettiva che si apre resta abolizionista. Ciao. Alle prossime.

    Beppe Mosconi

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