“Bologna 2017”, di Luigi Pannarale (Università degli studi di Bari Aldo Moro)

Pubblichiamo il commento di Luigi Pannarale, professore ordinario in Sociologia del diritto presso l’Università degli studi di Bari Aldo Moro, a commento dei recenti fatti di Bologna (decisione dell’Università di installare i tornelli per regolare gli accessi alla biblioteca, proteste degli studenti, ingresso della polizia nella biblioteca dell’università di Via Zamboni 36).

Ringraziamo Luigi Pannarale per questo post. Buona lettura!

 

Bologna 2017

di Luigi Pannarale

 

luigi-pannaraleCi sono troppe coincidenze per ritenere che i recenti scontri tra polizia e collettivi nell’Università di Bologna siano soltanto un’operazione di ordine pubblico gestita malissimo.

Che i conflitti all’interno del mondo universitario debbano essere risolti attraverso un confronto a volte anche aspro tra i soggetti coinvolti è considerazione di buon senso, perché l’intervento di forze esterne rischia di interrompere in modo  irreversibile la possibilità di convivenza. Una convivenza che, malgrado tutto, deve continuare dal giorno dopo e che non può trovare sempre al di fuori delle proprie mura la soluzione (ammesso che sia una soluzione) ai propri problemi. È una situazione analoga a quella che si vive all’interno di qualsiasi condominio: spesso si litiga, ma il ricorso al giudice va evitato, perché non si può poi salire insieme nello stesso ascensore guardandosi in cagnesco.

Pertanto due domande sono necessarie: la prima è se fosse proprio inevitabile richiedere l’intervento della polizia per risolvere il conflitto in atto; la seconda è se la polizia ha scelto la forma migliore di intervento e se non vi fossero modalità più consone alle circostanze ed al luogo in cui si andava ad intervenire.

Sembra quasi che quelle scelte siano un allarmante incipit di una nuova stagione di gestione dell’ordine pubblico, improntata allo scontro piuttosto che al dialogo, alla “tolleranza zero” e alla voglia di dimostrare ad ogni costo una rassicurante discontinuità con un passato irragionevolmente ritenuto troppo lassista, in cui c’è una discutibile identificazione tra problema dell’ordine e intervento delle forze di polizia, limitando al massimo i fastidi o le lungaggini di un garantismo ormai fuori moda (almeno per i soggetti più deboli della catena).

Le conseguenze di queste scelte sono a dir poco devastanti, perché accrescono non solo  il rischio di una volontà di rivincita da parte dei movimenti e, quindi, una escalation degli episodi di violenza e di guerriglia urbana, tali da giustificare ex post l’inasprimento delle politiche di sicurezza e di ordine pubblico: una sorta di profezia che si autoavvera. Aumenta pure il rischio che crescano le tentazioni di vivere in modo diverso le forme della protesta politica con un ritorno alla clandestinità e forse anche (ma spero di sbagliarmi) al terrorismo. Insomma l’inasprimento dei mezzi di lotta non elimina il conflitto, ma lo acuisce e fa riemergere gli spettri di pagine di storia che consideravamo definitivamente archiviate.

I rimedi sembrano, perciò, molto peggiori dei mali, soprattutto se anche i movimenti in questa fase non sembrano attraversare un momento di particolare lucidità nella scelta degli obiettivi di lotta e rischiano di intraprendere strade che interrompono un sempre difficile dialogo con l’opinione pubblica, che finisce con il ghettizzarli ed isolarli: anche qui una regressione rispetto alle più recenti battaglie in materia, ad esempio, di NO-TAV, in cui la condivisione di percorsi comuni con la popolazione residente aveva costituito un punto di forza di quelle proteste.

Nel caso dell’Università di Bologna, invece, la protesta e le forme della protesta sono parse incomprensibili ai più. È vero, infatti, che quella biblioteca era stata da sempre un luogo che si era consentito ai movimenti di utilizzare anche per fini non strettamente legati alle funzioni più proprie di una biblioteca universitaria, ma – per quanto ne so – nell’Università non mancano luoghi specificamente destinati alla cosiddetta “agibilità politica” e, perciò, l’uso di una biblioteca per fini impropri appare più un puntiglio, che una reale esigenza da soddisfare. Nemmeno può seriamente sostenersi che quella protesta serviva a mantenere una qualche forma di apertura dell’Università verso la società civile, che può consistere nella fruibilità di quella struttura anche da parte di non iscritti, ma non in una sua utilizzazione per altri fini. Men che meno la giustificazione può essere quella di supplire attraverso l’uso di quella struttura a carenze proprie del welfare cittadino, piuttosto che del mondo universitario (come pure da qualcuno è stato detto).

Inoltre – come si sa – le biblioteche sono frequentate soprattutto da studenti pendolari, fuori sede o comunque persone che, nelle proprie abitazioni, non hanno luoghi idonei per leggere e per studiare e l’Università di Bologna può sicuramente addurre a proprio merito quello di essere riuscita a fare ciò che molti altri atenei non fanno: prolungare l’orario di apertura delle biblioteche fino alla mezzanotte. Perciò espropriare quelle persone di un loro sacrosanto diritto, per soddisfarne altri considerati prevalenti, appare un sopruso piuttosto che una lotta per il riconoscimento di un diritto violato e, comunque, contrappone soggetti deboli, che dovrebbero stare dalla stessa parte. Quale sia, poi, il diritto in concreto violato è difficile capirlo.

La situazione di lento regresso di una città come Bologna nel godimento di diritti sociali e il suo allineamento alle peggiori politiche securitarie in atto nel nostro paese, non dovrebbe rendere difficile per i movimenti la individuazione di obbiettivi di rivendicazione e di lotta più utili e più comprensibili almeno da parte di chi – come me – non è mai stato preconcettualmente ostile alla loro attività politica.

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