“Sulla vicenda del ragazzo suicida di Lavagna”, di Daniele Scarscelli (Università del Piemonte Orientale)

Pubblichiamo il commento di Daniele Scarscelli, sociologo della devianza presso il Dipartimento di Giurisprudenza, Scienze Economiche, Politiche e Sociali dell’Università del Piemonte Orientale, sulla vicenda del ragazzo suicida di Lavagna. L’ottica dell’analisi di questa difficilissima vicenda è ancora quell’ottica critica che noi favoriamo e accogliamo in questo blog, per leggere la complessità della questione criminale odierna.

Ringraziamo Daniele Scarscelli per il post. Buona lettura!

 

Sulla vicenda del ragazzo suicida di Lavagna

di Daniele Scarscelli

 

scarscelliVorrei fare un paio di considerazioni sulla vicenda drammatica del suicidio del ragazzo di Lavagna, vicenda che ha scosso l’opinione pubblica.

La prima considerazione ha a che fare con il mio stato di figlio e di genitore.

Sono stato profondamente turbato, essendo stato un figlio ed essendo un genitore, dal comportamento di una madre che denuncia il proprio figlio adolescente per affrontare quello che lei riteneva un grave problema: il consumo di marijuana. Il comportamento di questo genitore può, ovviamente, essere giudicato in tanti modi, dipende dai criteri che adottiamo.

Per quanto mi riguarda, il mio punto di vista di figlio/padre è ben rappresentato da ciò che ha dichiarato, nel tentativo di rispondere alla domanda di un giornalista sul senso di quel gesto estremo, un amico adolescente del ragazzo che si è suicidato: “un ragazzo si deve poter fidare della propria madre”.

Non ci si può però limitare, se si adotta questo punto di vista per giudicare il comportamento della madre, a stigmatizzare questa donna.

Sarebbe troppo facile.

Dobbiamo tentare di comprendere il senso del suo comportamento.

Cosa può spingere un genitore a denunciare il proprio figlio per il consumo di “qualche canna”? E cosa può spingere un operatore di polizia che riceve tale denuncia a perquisire la stanza di un ragazzo di 16 anni incensurato, dopo aver trovato nelle sue tasche qualche grammo di hashish, come se fosse uno spacciatore (la risposta, che tale perquisizione fosse un atto dovuto, è superficiale, poiché esistono centinaia di studi sull’operato discrezionale delle forze dell’ordine)?

Come sociologo che studia da molti anni il consumo di droghe illegali ritengo che per rispondere a questi interrogativi dobbiamo individuare la rappresentazione sociale e il modello di spiegazione del consumo di droghe che hanno orientato il comportamento di tali soggetti.

Quali “occhiali” hanno indossato per osservare il consumo di droghe e per orientare le loro azioni?

Gli occhiali del proibizionismo.

Sono questi occhiali che ci consentono di dare un senso al comportamento di questa madre (e di quegli operatori di polizia).

Indossando questi occhiali osserviamo il fenomeno del consumo di droghe illegali in modo deformato.

L’unica variabile che riusciamo a mettere a fuoco è quella farmacologica: la “sostanza” e il suo potere psicoattivo.

Adottando un simile approccio, le droghe illegali sono tutte uguali, senza distinzioni: la cannabis è pericolosa come qualsiasi altra droga e i consumatori di droghe illegali sono visti come soggetti impotenti in balia del potere farmacologico della sostanza.

Attraverso le lenti del proibizionismo, si osservano prevalentemente i consumatori di popolazioni cliniche (cioè un tipo particolare di consumatore, quello che ha maturato problemi di salute e/o compromesso funzionamenti sociali) e si generalizzano le evidenze empiriche acquisite in tali contesti clinici e trattamentali. Attraverso queste lenti, erroneamente, una correlazione tra fenomeni diventa una spiegazione e, di conseguenza, la cannabis diventa una “droga di passaggio”: poiché, si nota, la maggior parte dei consumatori di eroina ha incominciato la sua carriera di consumo con la cannabis, la cannabis è pericolosa. Ovviamente, come la maggior parte di noi, le prime sostanze che tali consumatori hanno utilizzato nella propria adolescenza sono legali (alcol e tabacco), ma gli occhiali del proibizionismo questo fenomeno non lo vedono. E non importa se la quasi totalità dei consumatori di cannabis non diventerà mai un consumatore di eroina o di cocaina, tali lenti questa evidenza empirica non riescono proprio a vederla.

Infine i nostri occhiali, mettendo solo a fuoco il potere psicoattivo della sostanza, non ci consentono di notare come gli effetti negativi delle droghe sui consumatori dipendano soprattutto dal contesto sociale, familiare e culturale in cui matura e si sviluppa l’esperienza di consumo. Allo stesso modo, pure l’intossicazione acuta dall’uso di una droga non dipende soltanto dal potere farmacologico della sostanza ma anche dal modo in cui il consumo di droghe è regolato. Per esempio, i proibizionisti vi diranno che la cannabis è pericolosa come le altre droghe, poiché la cannabis, che si acquista oggi sul mercato nero, è più “potente” di quella che si poteva acquistare 10, 20 anni fa. Una tale argomentazione è però miope in quanto non consente di vedere come questo problema sia proprio creato dal regime proibizionistico: se un consumatore potesse scegliere la quantità di principio attivo della sostanza che intende assumere, correrebbe molti meno rischi (pensate all’alcol, se non volete rischiare il coma etilico, non berrete mai, mangiando una pizza, un boccale di vodka, poiché sapete bene quale è la “potenza” di tale bevanda, semmai berrete un boccale di birra).

Allora, se ci mettiamo nei panni di una madre, a cui vengono proposti questi occhiali come gli unici strumenti per osservare il consumo di droghe, la sua preoccupazione e la sua reazione di fronte alla scoperta del consumo di cannabis del proprio figlio non ci appaiono più così incomprensibili. La sua reazione è il prodotto di una specifica cornice culturale attraverso cui osserviamo il consumo di droghe: quella del proibizionismo.

La seconda considerazione, che vorrei proporre, è relativa alla prevenzione del consumo di droghe tramite il ricorso nelle scuole “ai cani antidroga”.  Su questa questione è bene fare chiarezza e per fare chiarezza dobbiamo provare a rispondere ad una domanda: coloro che hanno un ruolo educativo nei confronti dei ragazzi (genitori, insegnanti, dirigenti scolastici, ecc.) cosa dovrebbero fare di fronte al consumo di droghe tra gli adolescenti? Ovviamente io parto dal presupposto che ci sono molti adolescenti che sperimentano il consumo di droghe illegali nonostante la normativa che le proibisce; per favore, per un attimo, posate gli occhiali del proibizionismo perché vi faranno vedere una efficacia deterrente di tali norme che è assolutamente discutibile, come dimostrano gli studi sulla loro efficacia.

Gli adulti, che ritengono che la soluzione migliore sia quella dei cani antidroga, sappiano che questa è una tipica strategia di “prevenzione situazionale” attraverso la quale, forse, si può evitare che la droga sia consumata all’interno della scuola o nelle sue vicinanze, ma non si può evitare che essa sia consumata in altri contesti (è quello che si chiama “effetto spostamento”).  Quale è il risultato? Che la droga sarà consumata altrove. Con tale strategia, gli adulti non riducono, pertanto, il consumo di droghe, semplicemente lo spostano, compromettendo probabilmente la loro possibilità di aiutare i ragazzi a riflettere sul consumo di sostanze psicoattive (parlereste di droghe con un genitore o un insegnante che vi denuncerebbe o che chiamerebbe la polizia per perquisirvi?) e a comprendere che, se proprio si vuole fare questo tipo di esperienza (che nessuna politica proibizionistica può impedire!), si possono adottare modelli di consumo “controllati” per evitare di “farsi male”. Ogni adulto si assuma, quindi, le proprie responsabilità come educatore: dialogo o controllo (poliziesco)?


Per citare questo post:

Scarscelli D. (2017), “”Sulla vicenda del ragazzo suicida di Lavagna” in Studi sulla Questione Criminale Online, scaricabile al link https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2017/02/21/sulla-vicenda-de…emonte-orientale/

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Un pensiero su ““Sulla vicenda del ragazzo suicida di Lavagna”, di Daniele Scarscelli (Università del Piemonte Orientale)

  1. Concordo e sottolineo che al proibizionismo si coniuga il correzionalismo terapeutico, con la sua pretesa salvifica; modalitá discorsiva che pervade il senso comune grazie al silenzio degli operatori pubblici e al pensiero unico della “comunitá terapeutica”. In quarant’anni di lavoro sul campo é scomparso il pensiero critico, delegando a preti e salvatori la voce.

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