Thomas Casadei (a cura di), “Donne, diritto, diritti. Prospettive del giusfemminismo” (2015, Giappichelli)

Pubblichiamo la recensione di Alessandro Di Rosa al libro collettaneo “Donne, diritto, diritti. Prospettive del giusfemminismo”, a cura di Thomas Casadei, uscito nel 2015 per Giappichelli Editore.

Ringraziamo Alessandro Di Rosa per la recensione.

 

Thomas Casadei (2015), “Donne, diritto, diritti. Prospettive sul giusfemminismo”. Giappichelli.

di Alessandro Di Rosa

 

donnedirittodirittiNella storia dell’affermazione della categoria dei diritti soggettivi l’uomo (inteso come individuo di sesso maschile) ha sempre giocato un ruolo di primo piano, relegando la figura femminile “dietro le quinte”, contribuendo dunque alla negazione della sua soggettività, fondata sulla sua “naturale” inferiorità. Ciò risulta piuttosto evidente nelle Dichiarazioni di fine Settecento, che nel riconoscere valore politico-giuridico al pensiero razionale e universale finiscono per costruire la propria architettura individualista ritagliandola sull’individuo-uomo, escludendo da tale novero le donne. Su questo nodo storico si gioca il valore delle rivendicazioni, come quelle di Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft, e poi di John Stuart Mill e Harriet Taylor tra Settecento e Ottocento (per citarne solo alcune), che denunciano la sventurata condizione delle donne.

Proprio da qui parte il saggio a carattere introduttivo di Carla Faralli, che mediante un approccio storico-giuridico evidenzia i passaggi fondamentali delle conquiste delle donne fino a giungere alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Distinguendo tre “ondate” della rivendicazione femminista (rispettivamente: dell’eguaglianza, della differenza e post-moderno: pp. 6-7), Faralli introduce le coordinate attraverso le quali si sono articolate le riflessioni femministe fino ai giorni nostri, non tralasciando altre importanti distinzioni, come ad esempio quella proposta da Gary Minda tra femminismo liberal, culturale e radicale. Questa analisi teorica delle distinzioni tra le varie correnti del femminismo consente di mettere in luce i diversi apporti di ciascuna alla storia delle rivendicazioni dei diritti delle donne.

Nel suo saggio, Susanna Pozzolo recupera il concetto di eguaglianza valutativa proposto da Letizia Gianformaggio: si tratta di un modo di concepire l’eguaglianza che si serve di un termine di paragone interno alla coppia uomo-donna, ovvero l’uomo, giustificando il “dover essere” femminile in relazione all’“essere” maschile e producendo così un concetto di eguaglianza solo apparentemente neutrale (p. 21). A partire da ciò, ecco la proposta del giusfemminismo: guardare al diritto con un approccio di denuncia della “normalità” (p. 23), illuminare la parzialità delle categorie giuridiche e contribuire a chiarire “che cosa sia” la donna come soggetto giuridico e politico (pp. 29-33).

Il problema del femminismo è dunque la sua natura politica, generalmente non ammessa dalla teoria del diritto dominante: con questa consapevolezza Orsetta Giolo, richiamando le tesi di Dolores Morondo Taramundi (p. 44), sottolinea la necessità di porre la questione femminile agli occhi del diritto, focalizzando l’attenzione sulla soggettività femminile che, al contrario di quella maschile, emerge solo (e di recente) nel gruppo, mai singolarmente. È questo l’effetto delle cosiddette “strategie di contrasto” al femminismo, che non potranno essere superate se non nella consapevolezza che, come diceva Simone de Beauvoir, l’eguaglianza tra uomini e donne è questione che riguarda entrambi, non solo il mondo femminile (p. 59).

Un’intera sezione del volume è dedicata significativamente al pensiero di Catharine A. MacKinnon, che Alessandra Facchi illustra con chiarezza, presentandola come l’autrice stessa suole fare: una femminista post-marxista. MacKinnon, riprendendo le categorie del marxismo per teorizzare l’antagonismo tra i gruppi sociali esemplificato nella contrapposizione donne vs. uomini, possibile entro il paradigma della sessualità eterosessuale, evidenzia l’assoggettamento delle prime da parte dei secondi (p. 64). Su queste premesse si basa la sua proposta di portare la sessualità dalla sfera privata alla sfera pubblica, smascherando il sesso come una questione di dominio (emblematico è, al riguardo, il caso della pornografia): ciò permette l’operazione di demistificazione del diritto, che è lo strumento primo attraverso il quale si potranno ottenere conquiste significative per le donne nello spazio pubblico (p. 71).

La severità e il rigore delle critiche di MacKinnon al femminismo dell’uguaglianza e, soprattutto, al femminismo della differenza costituisce l’oggetto del contributo di Lucia Re, che propone una prospettiva critica sul “fraintendimento” mackinnoniano della seconda ondata di femminismo. Secondo MacKinnon, infatti, il femminismo della differenza è a sua volta maschilista, perché attribuisce il paradigma del dominio al sesso maschile, mentre esso sarebbe da individuare nel più generale sistema del patriarcato (p. 80). Il problema è che, secondo la prospettiva di Re (e delle critiche più comuni all’avvocata e studiosa femminista statunitense), una tale prospettiva finisce per non affermare la soggettività politica delle donne, non individuando alcuna modalità di “ribellione” e concretizzando la profezia delle accuse di essenzialismo, nella cui prospettiva, negando la differenza tra donna e donna, si giunge a contribuire all’omologazione delle stesse.

La riflessione teorica sul giusfemminismo fa da sfondo alle successive linee interpretative che prendono in considerazione settori concreti della legislazione. Contribuendo alla ricerca di un “senso più ricco di umanità” (p. 103), infatti, ciò può risultare utile, ad esempio, alla soluzione di problematiche in campo bioetico, come evidenziato da Caterina Botti, offrendo un punto di vista etico che non sia solo quello maschile. Il disinteresse della bioetica per le tematiche della gravidanza e del parto (se non per ciò che riguarda il feto, come se esso fosse separabile dal corpo femminile), l’assenza della ricerca (sino a poco tempo fa) sulla salute delle donne e la sperimentazione dei farmaci sul modello del corpo solo maschile, nonché le esperienze di trattamento “paternalistico” sono solo alcune delle problematiche cui una bioetica femminista, valorizzando l’elemento relazionale, può contribuire a porre saggi interrogativi ed altrettanto valide risposte. Un’impostazione diversa si rileva nel saggio di Patrizia Borsellino, che individua il valore fondamentale delle questioni bioetiche nell’autonomia: la bioetica, secondo questo approccio, non è tenuta ad un proprio ripensamento generale, bensì ad una maggiore attenzione alle donne (pp. 119-120), che può sfociare nel discernimento circa la mistificazione cui il valore dell’autonomia è da sempre stato soggetto, propugnando pratiche di diseguaglianza. Borsellino rileva dunque l’assenza di una diretta contrapposizione tra etica della cura ed etica dell’autonomia, sancendo in tal modo una loro possibile armonizzazione (p. 127).

Paradigmatico di quello che MacKinnon chiama il “dominio” sulle donne è il caso della violenza su di esse, da parte maschile. Questo fenomeno, endemico e trasversale (Chiara Sgarbi: p. 131), rappresenta un complesso di pratiche e comportamenti all’interno del quale si rinviene il caso dello stalking: gli atti persecutori, introdotti nel nostro ordinamento solo di recente (art. 612-bis c.p.), influiscono sul corpo della donna e sulle sue condotte, contribuendo ad una vera e propria modificazione del suo stile di vita (ciò che pone l’attenzione sul ripensamento delle modalità di tutela della donna vittima di violenza da parte dell’uomo). Allo stesso modo il femminicidio, fondato su discriminazioni di genere, rende evidente la necessità, in una politica de jure condendo, di attenzione alle risposte che si fondano sul paradigma della protezione e della prevenzione (come indicato dalla Convenzione di Istanbul del 2011), più che a quello della mera repressione, che è invece in Italia reazione ricorrente fondata sulla legislazione d’emergenza (cfr. Barbara Spinelli; pp. 162-163).

Di fronte a questi fenomeni complessi e ad un patriarcato difficile da sradicare, la risposta può rinvenirsi in un’etica della cura non solo privata, bensì sociale, pubblica e politica, capace di disvelare, come già Gilligan suggeriva, in In a Different Voice (1982), gli ambiti della dipendenza e della vulnerabilità. Brunella Casalini recupera studi di psicologia evolutiva che evidenziano l’opposizione tra l’etica dei diritti, tipicamente maschile, fondata su una giustizia come eguaglianza, e l’etica della cura, di stampo femminile, che guarda all’eguaglianza in termini di giustizia distributiva (p. 174). Si giustifica così la proposta di Seyla Benhabib che, distinguendo tra “altro generalizzato”, che prescinde dalle differenze, e “altro concreto”, che invece le pone in risalto, auspica un’integrazione tra le due prospettive, possibile non tanto a partire dal velo di ignoranza rawlsiano, cieco alle differenze (già criticato, del resto, da Marta C. Nussbaum), bensì dall’etica comunicativa habermasiana che, valorizzando la comunicazione tra soggetti reali, potrebbe porsi come punto di incontro tra etica della cura ed etica dei diritti (cfr. p. 178). Se la cura rischia di confermare stereotipi, infatti, relegando ancora una volta nell’ambito privato la figura femminile in virtù di una sua apparente “disposizione naturale”, rivelando un’asimmetria e una diseguaglianza di potere (Eva Feder Kittay), è doveroso reinterpretarla, nello spazio pubblico, nei termini di una pratica (secondo la definizione di Joan C. Tronto).

Le riflessioni sulla cura sono utili, inoltre, a far emergere il “paradigma abilista”, fondato sulla concezione della “normalità” relativa ad un particolare tipo di corpo, che fa del soggetto “normodotato”, indipendente e autosufficiente il punto di riferimento cui ispirare le politiche pubbliche. Collegando i Disability Studies al paradigma della cura, infatti, Maria Giulia Bernardini dichiara l’importanza dell’adozione di un modello relazionale, capace di attenzione al contesto e alla vulnerabilità: il concetto-chiave viene dunque ad essere quello di «misfits», che recupera le forme di diversità nel “rapporto corpo-mondo” (p. 210).

Come ogni riflessione in campo femminista che si rispetti, anche quella sviluppata in questo volume si chiude con uno sguardo al futuro e al lavoro che ancora resta da fare. La situazione di grave crisi economica in cui versano il nostro Paese e l’Europa, infatti, paiono gettare alcune ombre sulla possibilità di intravedere un futuro roseo per l’affermazione dei diritti delle donne: è sufficiente leggere i dati per nulla rassicuranti raccolti da Susanna Pozzolo, nel suo saggio “59 giorni a salario zero”, come quelli contenuti nel Gender Equality Index Report dell’Unione Europea (che nel 2013 assegna all’Unione un punteggio di 50/100; p. 216) e le riflessioni in campo giuslavoristico, che risentono della parcellizzazione e della precarizzazione del lavoro, per rilevare la persistenza della retorica e della prassi maschilista. In quello che Pozzolo teme possa definirsi un “declino culturale” (p. 215), le stime riprese da Rossella Palomba (Sognando parità, 2013) sul raggiungimento della parità tra i sessi non sono sicuramente di buon auspicio (p. 226).

Esistono tuttavia alcuni strumenti importanti ed efficaci: tra questi, si ricorda l’istituzione delle Consigliere di Parità, nominate dal Ministero del Lavoro, con compiti di contrasto alle discriminazioni di genere in ambito lavorativo, alle quali è stata attribuita la capacità di agire in giudizio, nonché la possibilità di una richiesta diretta, al datore di lavoro, di rimuovere la causa di discriminazione del caso concreto (Rosa Amorevole; p. 234). Come Amorevole ricorda, esse possono essere un importante baluardo per i diritti delle donne in ambito lavorativo, aiutando a contrastare fenomeni discriminatori anche in seno alla Pubblica Amministrazione, quali, ad esempio, la richiesta di patente diversa dalla B per la partecipazione ai concorsi, l’esistenza di parametri di altezza minima per talune professioni, nonché i premi aziendali in funzione della presenza, che penalizzano le donne in congedo per maternità (pp. 238-240).

In conclusione, lo sguardo “situato” della riflessione femminista – così come la prospettiva che il curatore, Thomas Casadei, definisce «in ascolto», mutuando l’espressione da Iris Marion Young (Le politiche della differenza) – caratterizza l’intera opera, un libro “a più voci” capace di porre interrogativi al mondo del diritto e delle istituzioni (p. 249). L’obiettivo è quello di disvelare le pratiche della diseguaglianza e costruire proposte di prassi correttive fondate su un solido orizzonte teorico. In ciò si coglie l’importanza della riflessione gius-femminista, capace di sviluppare anche indirizzi normativi e istituzionali direttamente incidenti sulla vita delle donne e degli uomini: come MacKinnon ha affermato, infatti, «il diritto non è tutto, ma non è nemmeno niente».

Alessandro Di Rosa


Per citare questo post

Di Rosa A. (2017), Recensione di “Donne, diritto, diritti. Prospettive del giusfemminismo”, a cura di Thomas Casadei (Giappichelli, 2015), in Studi sulla questione criminale online, pubblicato in https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2017/03/05/recensione-a-don…iappichelli-2015/‎

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