Recensione dell’ultimo numero di Aut Aut “individui pericolosi e società a rischio 2”, di Xenia Chiaramonte (Università degli studi di Milano)

Pubblichiamo la recensione di Xenia Chiaramonte (Università degli studi di Milano) al bel numero della rivista Aut Aut dedicata a “Individui pericolosi e società a rischio”, N.373/217. Questo è il secondo numero, dopo il 370/2016, che Aut Aut dedica all’analisi rigorosa del concetto di pericolosità, tema a noi molto caro.

Segnaliamo che la rivista verrà presentata a Bologna Sabato 13 maggio 2017, alle ore 15.30 presso il Centro Costa – Via Azzo Gardino 48 – all’interno del seminario permanente sull'(In)attualità del pensiero critico, attivato dall’associazione officinaMentis. Interverranno il dr. Mario Colucci, psichiatra, psicoanalista e redattore di Aut aut, e il prof. Dario Melossi,  (ordinario di Criminologia, Università  di Bologna). Modera Francesco di Maio (studente di Filosofia, Università  di Bologna, officinaMentis). L’incontro è a cura di Angela Peduto e Daniela Iotti, officinaMentis.

Ringraziamo Xenia Chiaramonte per il post. Buona lettura!

 

Individui pericolosi, società a rischio

di Xenia Chiaramonte

L’ultimo numero di aut aut (373, marzo 2017, a cura di Mario Colucci e Pier Aldo Rovatti) inizia con un’inedita conversazione fra Jonathan Simon, allora giovane dottorando del programma in JSP (Jurisprudence and Social Policy) dell’Università di Berkeley e Michel Foucault, già famosissimo fuoriclasse, che tenne lì delle lezioni sia nell’80 che nell’83. Come si usa nel vivace ambiente accademico nordamericano, ai corsi spesso si aggiungono gruppi di ricerca in cui gli studenti interessati hanno la chance d’incontrare de visu i loro maestri e instaurare con loro un vero e proprio dialogo. Questo avvenne fra il curioso e brillante Jonathan Simon e il maestro della storia dei sistemi di pensiero nel 1983. Il loro dialogo è oggi restituito nella sua emozionante presa diretta. Tocca il tema della pericolosità, così come quello della nascita di un nuovo genere di controllo sociale, meno intento a indagare la psiche individuale che non teso a raccogliere e gestire informazioni e dati complessi sulle popolazioni. Si tratta di quello spostamento dalle tecnologie disciplinari a quelle di sicurezza che tuttora è al centro di un incessante dibattito. Ma non ci si limita a questo: Jonathan Simon anticipa quello che poi chiamerà, nel suo celebre nonché criticato articolo scritto a quattro mani con Malcolm Feeley, The New Penology: Notes on the Emerging Strategy of Corrections and Its Implications (1992). Alla psichiatria si sostituirà la statistica, ed essa si intreccerà col diritto come forma di sapere che si riesce a installare tanto bene da “intronizzarsi” sul diritto stesso – questa è l’ipotesi di Simon.

A proseguire il discorso sul cosiddetto “attuarialismo”, ossia la trasposizione nella penologia odierna del calcolo delle probabilità propria del campo assicurativo , è Bernhard Harcourt col suo Breve genealogia della razionalità attuariale americana, che indaga

le discipline, i discorsi, le professioni, i desideri – e al contempo le frizioni e le resistenze – che hanno presieduto all’affermazione, nell’odierna penalità statunitense, di una razionalità di ispirazione esplicitamente attuariale. L’impiego di algoritmi per prevedere l’evasione fiscale, l’utilizzo di profili per decidere chi perquisire negli aeroporti (o per le strade), così come l’uso di strumenti di valutazione del rischio per determinare la custodia cautelare (o la scarcerazione) […][1].

Di qui l’analisi prosegue con un testo di Fabienne Brion, criminologa critica che abbraccia la tesi d’impronta marxista di Rusche e Kirchheimer (1939) secondo cui vanno visti congiuntamente i dati dell’occupazione e quelli carcerari alla luce della cosiddetta less eligibility (minor preferibilità), in base alla quale a una fase storica di svalutazione del lavoro corrisponderà tendenzialmente l’uso del carcere come discarica sociale, mentre in una fase di occupazione crescente le carceri saranno meno affollate. In altre parole, affinché permanga sia la capacità deterrente della pena sia la costrizione al lavoro, deve rimanere meno preferibile il carcere al lavoro peggio pagato. In particolare, quel nesso apparentemente inscindibile fra delinquenza ed etnicità – sulla criminalizzazione dei migranti si sofferma Edoardo Greblo più avanti – viene smentito in modo convincente da Brion, secondo cui:

Dobbiamo cambiare i nostri dispositivi, le nostre pratiche, i nostri rituali, i nostri gesti, se vogliamo cambiare quel dispositivo che governa invisibilmente le nostre “mentalità”: non basta cambiare mentalità, non è sufficiente cambiare idea, per cambiare qualcosa nel dispositivo. Per cambiare un dispositivo bisogna cambiare le pratiche in cui consiste, solo così sarà un giorno possibile cambiare “mentalità” (anche questo ci ha insegnato Karl Marx).

Potremmo dire che a un approccio che guarda alla questione criminale come un insieme di dati statistici “puri” dovremmo sostituirne uno che metta in dubbio le categorie stesse attraverso cui giudichiamo una tal condotta e un tal soggetto criminale. La svolta degli anni ’70 inaugurata dai teorici dell’etichettamento e tuttora preziosa per una criminologia che voglia dirsi critica sta proprio in questo: decostruire la storia che si è fatta natura. Noi dobbiamo occuparci dei dispositivi che presiedono alla naturalizzazione di dinamiche storiche, in quanto tali sempre potenzialmente diverse da come è capitato che si siano incarnate. Ad applicare questa inversione è Christophe Adam, criminologo, che propone un’esplorazione del concetto di “pericolosità” nella società belga, dove – si scopre – il termine fa la sua prima apparizione linguistica in ambito psicologico solo nel 1969. Inverosimile per un concetto che ha avuto così tanta fortuna e prodotto così profondi effetti.

Ma, perché? Per quale motivo un soggetto che ci appare anormale è un soggetto che di per sé riteniamo pericoloso? Questa è la domanda che si pone Andrea Muni, promettente filosofo, così spostando il problema dall’analisi del sistema di pensiero a quella della soggettività che lo riproduce e che ne è prodotta allo stesso tempo. La risposta non è certo facile, e la proposta di Muni, che non anticipo, irriverente e inedita.

Piero Cipriano, psichiatra riluttante, come ama definirsi, dona poi al lettore uno sguardo impietoso sul mestiere di “esperto della complessità”, della salute, della cura, della vita. E’, però, un esperto che,suo malgrado, si scoprirà piuttosto uno specialista del pericolo, chiamato a esercitare il potere del suo sapere.

Il giudice che dice allo psichiatra: non so cosa farne di quest’uomo il cui reato mi è incomprensibile, è pericoloso? Lo capite anche voi che questa è una domanda da non fare agli uomini, fossero anche psichiatri, perché è la richiesta di una profezia, è domanda da fare a un mago, a un indovino, o meglio a un profeta, anzi a un dio. Lo psichiatra, però, cade nel tranello, e non dice: signor giudice, mi scusi, e io che ne so?, mica sono dio? Dice, invece, purtroppo: sì, signor giudice, io sono dio, io sono in grado di prevedere il destino di quest’uomo, e so che se non verrà custodito, delinquerà ancora, e ciò me lo dice la sua malattia, che io ho visto, e che si chiama, mettiamo… schizofrenia.

Un prezioso contributo è quello di Dario Melossi, professore di Criminologia, che con Marx e Foucault mostra i legami fra economia politica e penalità, rifacendosi certamente alla proposta già citata di Rusche e Kirchheimer, di cui, insieme a Massimo Pavarini, fu il traduttore italiano nel 1978. Diversamente dalla possibile deriva deterministica della proposta dei francofortesi, Melossi mostra come Marx per primo avesse contemplato, insieme con l’analisi delle strutture economiche, quella delle tecnologie disciplinari imprescindibili per un efficace assoggettamento della forza-lavoro. In modo identico e inverso, Foucault in Sorvegliare e punire (capitolo III) non dimentica che c’è un’accumulazione originaria del capitale (di cui al libro I de Il Capitale), benché focalizzi l’attenzione sugli aspetti disciplinari dell’accumulazione degli uomini. Melossi in Carcere e fabbrica (1977) aveva cercato la ragion d’essere del carcere al crocevia fra disciplinamento, obbedienza e inclusione subordinata degli strati perennemente marginali della popolazione, etnici o migranti che siano. Oggi quelle ipotesi purtroppo paiono ancora valide:

La grande massa di migranti che è andata a rifornire le file della classe operaia europea negli ultimi decenni ha fatto sì che di nuovo facessero la loro comparsa, nelle varie società europee, modi e costumi di rapporto con le classi subalterne che erano scomparsi dopo la stagione della militanza operaia degli anni sessanta e settanta.

Cambiando piano, Ilaria Papandrea, filosofa e psicologa, esibisce il “guasto” della malattia mentale, ciò che si fa da “sintomo” (come prima veniva chiamato) “disordine”, mentre contemporaneamente il soggetto “disturbato” si fa (tacitamente) soggetto ontologicamente “disturbante” al quale la corale risposta che la comunità degli autoproclamatisi “normali” garantisce è un set di cure civilizzanti[C-UdB9] . Che ne è, allora, della condizione di vita? E, se il “guasto” fosse condizione di vita? E chi sono questi normali? Tanto per cominciare sono coloro che hanno il potere di dire di certi altri che normali non sono.

La pericolosità nelle sue vesti più familiari viene investigata, poi, da  Francesco Stoppa, psicanalista e psicologo, che s’interroga sui fondamenti psicologici di una mascolinità violenta. Alla base della violenza maschile sulle donne – ipotizza l’autore – ci potrebbe essere l’insostenibilità della libertà della donna da parte dell’uomo, la sua incapacità di fare i conti con una “inconfessabile invidia” per come la donna se la sa cavare con la vita:

l’invidia che dilania il maschio concerne non tanto il possesso di qualcosa quanto una certa qualità dell’essere, una possibilità di godimento che, come non manca di ribadire Lacan a proposito del godimento femminile, non sarebbe tra l’altro negata a nessuno a patto che voglia assumersela.

Infine, Daniele Piccione mostra che

il sistema securitario ha un senso perché esiste il concetto di pericolosità sociale e, per converso, questa espressione è funzionale a poter impiegare lo strumentario delle misure di sicurezza a fini di controllo sociale.

Come si vede, la ricchezza di quest’ultimo numero di aut aut è tale da offrire diversi sguardi in molteplici direzioni, accomunate, dietro qualche frammentarietà, dall’analisi di un dispositivo più longevo di quanto non sia necessario. Un’opzione, niente più che un’opzione fra tante è quella del dispositivo pericolosità, il quale merita ancora un instancabile lavoro demolitorio, capace prima o poi di aprire la strada a un nuovo ordine del discorso. Individui pericolosi, società a rischio 2 avrebbe potuto essere più organico od omogeneo, eppure riesce così a esibire la contraddittorietà di un dispositivo e anche della critica a esso.

Chi di noi è contro l’etichetta di “pericolosità” quando si presenta così utile per quell’uomo che non ci piace vedere con nostra madre o sorella o amica? Chi di noi è capace di chiedersi ogni volta che vede un anormale perché lo avverte istintivamente come pericoloso? Chi di noi è disposto, come invita Muni, non tanto o non solo a demolire il dispositivo ma il fondamento stesso di tale dispositivo ossia l’individuo? “La disindividualizzazione è una rivoluzione soggettiva, micro-politica” scrive Muni, eppure questa è, forse, la contraddizione prima. Come può l’individuo stesso disindividualizzarsi? Non c’è micromeccanica individuale che non sia macromeccanica sociale: il nostro è un progetto comune, fatto innanzitutto di una rivoluzione del linguaggio, che non a caso è il nostro primo comune.

[1] Per approfondimento si veda il suo Against Prediction. Profiling, Policing, and Punishing in an Actuarial Age, Chicago University Press, 2007.


Per citare questo post

Chiaramonte X. (2017), “Individui pericolosi, società a rischio”, pubblicato nel blog di Studi sulla Questione Criminale Online, al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2017/05/12/recensione-dellultimo-numero-di-aut-aut-individui-pericolosi-e-societa-a-rischio-2-di-xenia-chiaramonte-universita-degli-studi-di-milano-2/

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3 pensieri su “Recensione dell’ultimo numero di Aut Aut “individui pericolosi e società a rischio 2”, di Xenia Chiaramonte (Università degli studi di Milano)

  1. La pericolosità come costruzione sociale della anormalità e le logiche della identificazione e della distinzione sociale con le quali gli individui definiscono se stessi e gli altri nei confronti di loro stessi. Sempre viva la lezione di Foucault, tra l’altro tante volte ripresa durante le lezioni del Master in Crminologia Critica. Se il potere è microfisica di condizionamento della realtà sociale è solo a livello microfisico che può essere combattuto. Ottima recensione, leggerò sicuramente il libro

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