Cecilia D’Elia e Giorgia Seughetti, “Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio” (2017, Minimum fax). Recensione a cura di Tamar Pitch.

Pubblichiamo la recensione di Tamar Pitch al libro “Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio”, di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti, uscito nel 2017 per Minimum fax.

Ringraziamo Tamar Pitch per la recensione.

 

Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti (2017), “Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio”, Minima & Moralia.

di Tamar Pitch

 

Libere tutte (Minimum fax, 2017), di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti, è un libro importante per molte ragioni. In primo luogo, è un libro femminista sul femminismo, e ciò ne fa una rarità. I libri sul femminismo, anche italiani, ormai abbondano, ma questo è speciale perché affronta la storia e il presente dei femminismi, non solo italiani, con la postura descrittiva e normativa di chi parte dalla propria esperienza e intende restituire un’analisi che, precisamente, parta da e restituisca l’esperienza e il vissuto (anche politico) di quelle di cui si parla. Non è un libro accademico, ossia scritto per l’accademia, e tuttavia per accuratezza, completezza, rimandi bibliografici e competenza analitica si raccomanda alla lettura anche da parte di chi, invece, nell’accademia lavora. In questo modo, centra due obbiettivi: raccontare alle più giovani, ma anche a chi giovane non è più, come si è arrivate fin qui; discutere con garbo ma approfonditamente, e prendendo posizione, dei conflitti interni al femminismo scegliendo “casi difficili”. Che sono il matrimonio, l’aborto, lo scambio sesso-denaro, la maternità, la gestazione per altri. I rimandi bibliografici alla letteratura femminista sono abbondanti e, per fortuna, non si limitano, come spesso è successo e succede con i testi “accademici”, alla letteratura anglosassone. La ricchezza dell’esperienza politica e analitica del femminismo italiano è qui viceversa utilizzata e valorizzata.

Questo è un libro sulla libertà delle donne e quindi di tutt°: che cosa è e come si dà questa libertà è indagato, come dicevo, attraverso la discussione di “casi difficili”. Se, dicono le autrici, riprendendo Ida Dominijanni, la seconda ondata femminista nasceva dalla frustrazione dell’emancipazione, oggi la nuova fase del conflitto, in epoca di egemonia politica, culturale, economica neoliberali si dà non attorno all’oppressione ma sul senso della libertà. La libertà del neoliberalismo è la finzione di non aver alcun vincolo, da cui la prescrizione a fare come se non se ne avessero. Al contrario, la libertà di cui qui si parla è quella che si dà in un contesto di vincoli, e non potrebbe essere altrimenti: questo è un fatto, su cui si basa una prescrizione. Ossia, per un verso è evidente che tutt* agiamo, scegliamo, e così via avendo un corpo, un’età, un colore della pelle; nascendo e vivendo in un luogo, un contesto familiare, economico, culturale, religioso; disponendo di certe risorse. Per altro verso, si dice qui, in opposizione alla norma neoliberale, che di questi vincoli si deve tener conto quando si valutano i gradi di libertà di certe scelte, o, in altre parole, che anche nelle situazioni più esplicitamente oppressive e di sfruttamento, bisogna non solo riconoscere, ma anche sostenere l’esistenza di agency.

Dunque, D’Elia e Serughetti si muovono, ma anche esortano a muoversi, tra due estremi: la norma neoliberale dell’individuo proprietario di sé, dove la libera scelta è insieme dichiarata e prescritta, e la riduzione delle donne a vittime bisognose di tutela e protezione. Su questo tornerò.

Il percorso di D’Elia e Serughetti restituisce insieme sia la complessità del passato e del presente che dei modi di comprenderli, nonché dei conflitti che li attraversano, tenendo conto di e ascoltando le esperienze e i vissuti delle donne stesse, cercando di non parlare per “loro”, dunque accogliendo la lezione di Spivak e dei subaltern studies, ma anche quella cara al femminismo italiano degli anni 70 e 80.

La procreazione (maternità, aborto, nuove tecnologie riproduttive, gestazione per altri), la famiglia, la prostituzione, il velo islamico sono quei “casi difficili” significativi sia di modi diversi di intendere la libertà nel femminismo, sia dei conflitti sorti per via o per contrastare il crepuscolo del patriarcato. E ciò implica anche parlare dei cosiddetti conflitti di “civiltà” e delle vere e proprie guerre che stanno insanguinando il pianeta, i e le quali hanno come almeno una delle loro poste in gioco il controllo delle donne e del loro potenziale riproduttivo. Le guerre si fanno per le donne, attraverso le donne, contro le donne, utilizzando le “nostre” donne.

Ma chi sono le donne? Bisogna sfuggire alla tentazione, dicono D’Elia e Serughetti, di trovare una qualche essenza delle donne, bisogna restare all’acquisizione di tanto femminismo italiano che parla di singolarità incarnata e si deve tener conto di ciò che divide le donne tra loro, tra cui esperienze diverse di oppressione, violenza, disuguaglianza, dominio (ciò che oggi viene definito “intersezionalità”).

Se la libertà si dà e non può darsi che in un contesto di vincoli, per le donne e per tutt*, come dicevo, le contrapposizioni all’interno dei movimenti femministi su questioni come la prostituzione e la gestazione per altri, da molt* ridotte a reciproche accuse di alleanza con il neoliberalismo o, peggio, connivenza con il nemico patriarcale, possono non dico attenuarsi, ma almeno dialogare. E’ capitato, per esempio, che il mio editoriale sul n.2/2016 di Studi sulla questione criminale, dove parlavo di un “femminismo punitivo” a proposito di richieste come la criminalizzazione dei clienti delle prostitute e di un bando universale della gestazione per altri, sia stato vivacemente attaccato sui social media (talvolta travisando ciò che intendevo dire, ma questo qui non interessa, rimarco soltanto che di “femminismo punitivo” si parla da molti anni in varie parti del mondo: io non ho inventato niente). La questione ha a che vedere in realtà con l’uso e l’abuso di due termini: violenza e vittima. Vi sono molti modi di definire la violenza, tra cui, per esempio, definire come violento ogni atto o comportamento o istituzione che violi i diritti umani di qualcun*. E’ il significato che troviamo nei documenti internazionali, tra cui la Convezione di Istanbul sulla cosiddetta violenza di genere. Tuttavia, questo termine, violenza, si è imposto negli anni fagocitando altri termini, per esempio oppressione, sfruttamento, dominio, discriminazione. Ho più volte formulato l’ipotesi che ciò sia avvenuto per via dell’uso del potenziale simbolico del penale, uso attraente perché proclama l’innocenza della vittima, ma rischioso perché semplifica il contesto e lo riduce a relazione semplice e univoca tra un offensore e, appunto, una vittima. Il termine violenza richiama inesorabilmente, e direi inevitabilmente, il diritto penale. A sua volta, il diritto penale attribuisce sì una responsabilità all’offensore, ma è una responsabilità puntuale e, per così dire, “semplice”, non troppo diversa dall’idea neoliberale di libertà, giacché, in linea di principio, si sostanzia unicamente di “coscienza e volontà”.

E’ ovvio che sia violenza che vittima siano termini del tutto adeguati in certi casi, e che il diritto penale debba essere utilizzato e chiamato in causa: il meno possibile, tuttavia, e mai per ragioni esclusivamente simboliche. La giustizia penale, conviene ricordarlo, è ed è sempre stata molto selettiva, abbattendosi perlopiù sui più deboli, vulnerabili, marginali. Pensare che sia uno strumento facilmente utilizzabile per battaglie di libertà è un errore, denso di conseguenze negative anche per chi lo utilizza.

Questo libro restituisce complessità e spessore alle questioni controverse, evita gli opposti riduzionismi e, dunque, dà il valore dovuto ad una politica femminista articolata, non schiacciata sul diritto e in specie sul diritto penale.


Per citare questo post

Pitch T. (2017), Recensione di “Libere Tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio”, di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti (Minima & Moralia), in Studi sulla questione criminale online, pubblicato in https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2017/06/10/cecilia-delia-e-…a-di-tamar-pitch/

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