Quella degli ex-soldati nelle carceri britanniche è una condizione ambigua e poco conosciuta, ma capace di mettere in luce una contraddizione. Pubblichiamo un contributo di Teresa Degenhardt (University of Bellfast) su il progetto artistico TO SERV, dedicato appunto agli ex-soldati detenuti, che dall’essere celebrati come “difensori” della propria nazione si trovano a vivere invece la condizione di criminali reclusi in prigione, spesso per reati violenti che molto hanno a che fare con la propria precedente condizione.

“La questione per le istituzioni sembra essere per lo più quella della “gestione” di questa popolazione anomala non solo all’interno delle carceri ma anche nei confronti dell’opinione pubblica, visto che la questione pone in discussione il paradigma del soldato eroe. Le difficoltà per lo staff carcerario invece sembrano essere maggiormente legate alla duplice natura di questi soggetti vulnerabili: tendono al suicidio soprattutto all’ingresso in carcere – cosa per altro alquanto comune anche per il resto della popolazione detenuta; hanno problemi di dipendenza da alcool e di salute mentale, con preciso riferimento al PTSD (Post Traumatic Distress Disorder); e tuttavia sono estremamente disciplinati, e ben si relazionano con lo staff che con essi ha quindi un rapporto privilegiato.”

Dando voce agli stessi detenuti, il progetto artistico qui raccontato restituisce la complessità di una realtà troppo poco narrata.

“L’esercito, i soldati e l’aura di eroismo che usualmente li circonda sono qui rappresentati da loro stessi come puri ingranaggi che li hanno schiacciati, macchine più potenti che non tengono conto delle vite umane che si celano dietro ai corpi, inaugurando e sostenendo una forma di pensiero che sempre più pone in questione la Guerra proprio mentre la Guerra cambia forma eppur dilaga”

Ringraziamo Teresa Degenhardt per il post. Buona lettura!

 

I veterani di Guerra in carcere e l’arte: Project TO SERVE- presso FACT -Liverpool

di Teresa Degenhardt

TO SERVE e’ un progetto artistico creato da veterani di Guerra detenuti in carcere e artisti che hanno dato loro voce: specificatamente Katy Davis (Separate System), Larry Achiampong e David Blandy (FFGaiden Control). Le opere sono state finanziate da organizzazioni quali Armed Forces Covenant Fund and Paul Hamlyn Foundation e da FACT, una importante fondazione che si occupa di arte e tecnologia creativa a Liverpool. I video che lo compongono mostrano come alcuni ex-soldati delle guerre in Iraq e Afghanistan ora detenuti in carcere percepiscano la loro storia che li ha visti prima impersonare il ruolo di “difensori” della loro nazione e poi in seguito accusati di azioni criminali e reclusi in prigione.

Molti sono gli ex-soldati finiti in carcere per via di azioni commesse una volta rientrati in territorio britannico. I numeri sono incerti, nel 2007 si diceva fossero poco piu’ di 2.100, e le percentuali andavano dal 4%-16% della popolazione carceraria, ma uno studio di self reporting di qualche anno fa li dava più verosimilmente al 7% (HM inspectorate of Prison, 2014), risultando tra i carcerati il gruppo professionale più rappresentato. Non si deve pensare che la percentuale di soldati in carcere sia maggiore di quella della popolazione in generale, ma sembra che i militari tendano ad avere commesso crimini più violenti (violenza alla persona e sessuale) e ad avere quindi pene più sostanziose della popolazione in generale. La questione per le istituzioni sembra essere per lo più quella della “gestione” di questa popolazione anomala non solo all’interno delle carceri ma anche nei confronti dell’opinione pubblica, visto che la questione pone in discussione il paradigma del soldato eroe. Le difficoltà per lo staff carcerario invece sembrano essere maggiormente legate alla duplice natura di questi soggetti vulnerabili: tendono al suicidio soprattutto all’ingresso in carcere – cosa per altro alquanto comune anche per il resto della popolazione detenuta; hanno problemi di dipendenza da alcool e di salute mentale, con preciso riferimento al PTSD (Post Traumatic Distress Disorder); e tuttavia sono estremamente disciplinati, e ben si relazionano con lo staff che con essi ha quindi un rapporto privilegiato. Di fatto o di norma, i veterani richiedano una sorta di trattamento “alternativo” dovuto al servizio prestato allo stato. Alcune di queste problematiche (dipendenze, problemi di salute mentale, shock all’ingresso al carcere) sono di fatto comuni ai molti altri che vengono quotidianamente rinchiusi; ovviamente, però, lo statuto di questi come servitori dello stato è alquanto problematico. L’opinione pubblica ne è al corrente, e questo ovviamente pone in difficoltà le autorità dal momento che le numerose celebrazioni delle gesta delle forze militari britanniche sono a questo punto spettacolarizzate tramite i media ma con una non irrilevante zona d’ombra. Come mai sono finiti in carcere? Come mai così tanti? Che sia il risultato delle modalità nuove della Guerra? Che sia semplicemente il frutto della crisi economica che sempre di più investe anche il Ministero della Difesa che sempre meno non solo dispone di mezzi tecnici adeguati a proteggere i soldati in battaglia, ma anche e soprattutto non offre supporto a coloro- i tanti- che soffrono di post traumatic stress disorder (PSTD)? Quel che è certo è che le carceri sembrano essere in difficoltà rispetto a questa popolazione di “fu valorosi”, ora imprigionati dallo stesso stato che aveva richiesto il loro servizio, e cui loro avevano perfino “sacrificato” la possibilità della loro morte. Che si fa quindi? L’arte, come sempre più spesso di questi tempi, viene utilizzata per capire, o chissà forse proprio alla fine per gestire questi nuovi difficili territori.

The Separate System (2017), video still, © Katie Davies, commissioned and produced by FACT, supported by the Covenant Fund and Paul Hamlyn Foundation, all rights reserved

Così FACT, prestigiosa istituzione Britannica, si sta cimentando in un progetto ambizioso: far parlare questi soggetti, imprigionati in due ruoli apparentemente opposti: defender and offender (dicono loro), riassumendo forse la questione all’origine di questa problematica: l’uso della violenza che nelle mani delle agenzie dello stato e di quelli che li rappresenta è consentita, e pure considerata necessaria e altruistica, mentre se operata da privati è percepita come pericolosa e da’ legittimamente adito al suo sanzionamento. Molti ricorderanno l’opera di Becker (1967) che poneva l’accento sulla questione dell’etichettamento con il famoso esempio per cui uccidere è di fatto consentito in guerra e proibito in tempo di pace, ponendo quindi chiaramente in dubbio la possibilità di una disciplina criminologica che assuma il crimine come un fatto analizzabile al di fuori del contesto di riferimento e soprattutto al di fuori dell’operato dell’agenzia del controllo sociale. I criminologi critici cominciarono quindi più sistematicamente a interrogarsi sulla diversità delle norme e sugli effetti della criminalizzazione. La questione è stata al centro della rivoluzione copernicana all’interno della criminologia, per cui si è iniziato a osservare ciò che accadeva “all’interno delle macchine della polizia”, e per opera dei funzionari e delle istituzioni del controllo. In ogni caso, la questione della violenza di coloro che sono stati addestrati a usarla non è nuova: similmente al termine della Prima Guerra Mondiale commentatori avevano prospettato un innalzamento della criminalità dovuto al ritorno di coloro che avevano appreso a usare la violenza in modo sistematico durante il conflitto. Secondo le ricerche di Knupper però questo non si avverò: le statistiche non lo dimostrano (2011; 2013), almeno non nei grandi numeri che venivano prospettati allora. Numerosi sono gli studi che, seguendo la teoria dell’apprendimento di comportamenti, in vari modi assumono una sorta di correlazione tra l’uso della violenza da parte dello stato, e la sua legittimazione, e l’uso da parte di civili, come forma di risoluzioni dei conflitti (tra tutti si veda Archer and Gardner). Questi soggetti quindi, passati dall’istituzione totale e disciplinante dell’esercito a quella del carcere, sembrano interessanti interlocutori cui rivolgersi per rendere noto e chissà forse disarticolare questa sorta di strano connubio.

Le opere che fanno parte di “TO SERVE -FF Gaiden Control” e “the Separate System” sono ambiziose, come ambiziosa è la direttrice del programma che le produce, Emily Gee, e gli artisti stessi: Katy Davis (for Separate System) e Larry Achiampong e David Blandy (for FFGaiden Control). Le opere non si pongono come spesso può accadere all’arte in carcere in una linea interpretative che vede l’arte al servizio terapeutico dei soggetti reclusi. Le opere piuttosto tentano narrazioni che pongono in crisi le nostre istituzioni, e modi di pensare come attiene all’Arte con la A maiuscola. Tuttavia implicito è in questa ricerca artistica l’assunto che questi soggetti siano in grado di rivelare ed esplicitare queste crepe -queste problematiche- proprio in virtù delle loro esperienze private, prendendo come assunto- alla Foucault- che gli assoggettati al potere possano meglio di chiunque altro illuminare le dinamiche che li assoggettano, ma non considerando le più problematiche rivelazioni della letteratura post coloniale che invece mette questo assunto in scacco.

The Separate System (2017), video still, © Katie Davies, commissioned and produced by FACT, supported by the Covenant Fund and Paul Hamlyn Foundation, all rights reserved

FF Gaiden Control è stato prodotto da Larry Achiampong e David Blandy, e utilizza il video game Grand Theft Auto V, una play station, per offrire agli ex-soldati detenuti l’opportunità di narrare la loro storia o i loro dialoghi più o meno interiori, tramite la visualizzazione e il gioco. Il video gioco, di uso comune, è così portato in carcere con questo fine. Chi di carcere si occupa ovviamente penserà subito: come diavolo hanno fatto a passare i video games in carcere? Altri chiederanno, Come si fa a dare dei video giochi che stimolano alla violenza a chi deve cambiare il proprio rapporto con questa? Insomma ci sono anche solo nell’ideazione del progetto una serie di provocazioni. Comunque abbiano fatto, la play station permette ai veterani di costruirsi e narrarsi attraverso una sorta di avatar che possono costruire a loro piacimento, forse utilizzando skills che fin da bambini avevano acquisito. I personaggi creati sembrano rispettare la persona narrante piuttosto che inventarsi nuove identità: corpo di uomo, voce da uomo, corpo di donna, voce di donna. Quindi nessuna concessione all’idea del web e della realtà virtuale come possibile fonte liberatoria. Gli uomini sembrano tutti essere ex-militari, le donne sembrano essere familiari, dal tono e dalle questioni e narrazioni rappresentate. I personaggi di questi video hanno tutti corpi ben strutturati, muscolosi, seguendo lo stereotipo dell’eroe/militare, o anche più semplicemente i comuni standard di “bellezza palestrata”; in alcune narrazioni gli indumenti sono bianchi, forse indicando l’innocenza che alcuni vorrebbero ancora avere, oppure con cui vorrebbero essere visti. Uno in smoking bianco, uno con una altrettanto bianca tuta da astronauta, alcuni in tenuta militare casual. Tutti in qualche modo corrono, forse scappano, forse si esercitano: uno nuotando attraverso spazi desolati, un altro sembra cercare punti di osservazione privilegiati: la cima della montagna sulla città, la banchina del porto. A tratti la corsa si interrompe, e sembra che ci sia il momento per ragionare. Le narrazioni variano: una pone la questione della crescita, sul come si arrivi ad assumere certe identità-come quella del soldato- adottando molto presto, prima di capirci qualcosa, dei ruoli, manifestando ovviamente non poco rammarico rispetto alle scelte personali e forse attribuendo alle fascinazioni del bambino verso l’autorità e la forza del soldato la responsabilità della propria storia. In una sequenza un soggetto sembra incastrato in un’ossessiva ripetizione di gesti (scassinatura della macchina) che poi l’autore riesce finalmente a disinnescare, come in uno di questi flash cui la memoria traumatizzata ogni tanto accede senza poter disinnescarne il meccanismo. Un altro poeticamente si interroga sulla condizione di libertà o meno degli esseri umani, di nuovo molto verosimilmente alludendo alla propria esistenza, e verosimilmente imputando alla poca libertà la responsabilità del proprio agire.  Il soggetto con la tuta da astronauta stupisce nel suo ricoprire e allo stesso tempo mettere in risalto il corpo. La tuta è piena di valvole –rendendo così i movimenti del corpo poco agili, chiudendo il soggetto dentro un casco che forse gli permette di respirare un’aria che non appartiene al mondo e, forse, di sopravvivere; o forse allude invece alla dimensione militare, in cui i soggetti sono contenuti dentro un’istituzione che non permette loro di condividere le narrazioni egemoniche della normale vita quotidiana. In un’altra sequenza, una donna corre senza sosta, e senza sosta del respiro descrive in maniera scarna ed inesorabile gli eventi della sua vita: una vera raccolta di tragedie, di sventure, di passaggi violenti, che forse, sembra dire, possono aver indotto colui che ora è in carcere a fare ciò che ha fatto; non sappiamo cosa, ma si può presumere. Un’altra donna, nell’ultima vignetta, in modo più argomentativo si interroga sulla possibilità di prevenzione e trattamento per questi soggetti che un tempo potevano essere visti come modelli di disciplina, e che ora sono invece soggetti al più formale e violento dei sistemi di controllo sociale. Questi avatar, tutti, provano a rispondere alle domande sulle loro storie e sembrano porre in questione la propria scelta, o la propria capacità di scelta nella vita più in generale. Ci si potrebbe chiedere se – e in che modo- queste narrazioni potrebbero dirsi diverse da quelle che potrebbero produrre altri soggetti in carcere, ma certamente questo sarebbe oggetto di uno sforzo comparativo più consono alla ricerca che all’arte.

The Separate System (2017), video still, © Katie Davies, commissioned and produced by FACT, supported by the Covenant Fund and Paul Hamlyn Foundation, all rights reserved

Molto interessante è anche il progetto “Separate System” di Katy Davis che invece ha utilizzato la tradizionale lettera e intervista ai fini di permettere ai veterani reclusi in carcere di narrarsi. Le voci si sovrappongono a immagini di lettere scritte a mano, a fotogrammi di scene di ordinaria quotidianità miste a close up di dettagli di muri, di bandiere, di parcheggi, che ne mostrano le crepe e ne tracciano un’inconsueta instabilità. Le voci presentano un’immagine dell’esercito come del posto in cui si sentivano al sicuro e dal quale sono stati rigettati: o per aver posto in essere azioni per le quali erano stati addestrati, o per avere semplicemente raggiunto l’età massima, i quaranta anni. Alcuni si sentono devalorizzati, altri imbrogliati, altri traditi. Puntano l’indice sulla mancanza di accompagnamento nel reinserimento nella vita civile, o anche molto più duramente allo stato per aver insegnato loro a reagire e assumere comportamenti che poi non solo non sono utili nella vita di ogni giorno, ma non sono neanche riciclabili. Questa separazione tra vita militare e vita civile sembra essere l’elemento che maggiormente sconvolge la vita di questi soggetti che grazie all’esercito si sentivano finalmente qualcuno, o sentivano di avere un ruolo, di essere parte di una istituzione unitaria, e che invece una volta fuori si sono trovati in posizioni subalterne, e a dover seguire altri canoni; spesso a doversi occupare di cose pratiche cui non avevano mai dovuto far fronte. Oppure si sono trovati a essere interrogati sulle loro esperienze al fronte: “come era? Cosa facevi? Cosa hai visto?”, chiedono i civili, coloro che il fronte l’hanno visto solo in TV, e senza dubbio lo hanno spettacolarizzato. A queste domande insistenti molti dei veterani non potevano rispondere, come se mancassero di punti di riferimento, come se fossero intrappolati tra due tipi diversi di discorsi egemonici, quello della Guerra e quello della pace. A questa distinzione che sempre più si va sfilacciando a causa della Guerra al terrorismo e delle nuove modalità della Guerra in generale, alcuni fanno riferimento in queste narrazioni, chi per portare l’esperienza di chi è stato addestrato ad individuare elementi chiari di combattimento ed invece si trova a combattere un nemico non chiaramente distinguibile; chi invece sottolinea ancora una volta l’ironia di essere finiti in carcere per avere agito in modi e con soluzioni tecniche apprese nell’esercito.

L’esercito, i soldati e l’aura di eroismo che usualmente li circonda sono qui rappresentati da loro stessi come puri ingranaggi che li hanno schiacciati, macchine più potenti che non tengono conto delle vite umane che si celano dietro ai corpi, inaugurando e sostenendo una forma di pensiero che sempre più pone in questione la Guerra proprio mentre la Guerra cambia forma eppur dilaga. In questo contesto, lo stato quindi viene chiamato in causa per aver offerto delle professioni e promesso dei ruoli eroici a questi giovani che poi sono stati da questa attività completamente distrutti; la più grossa difficoltà che questi soldati accusano è quella del rientro alla vita civile dopo esser stati assoggettati a regimi militari che miravano al loro completo distacco dal mondo civile. Appena il loro corpo/macchina non sono più all’altezza della funzione cui erano destinati, sono stati abbandonati e in molti casi proprio la loro capacità di usare la violenza – in diversi contesti- li ha portati in carcere. Dopo averli assoggettati e disciplinati conformemente alla vita militare, in tempi di neo-liberismo, questi soggetti si trovano ora inadeguatamente preparati a sostenere la soggettività civile e la comune libertà, mostrando una scollatura- una sconnessione tra tecniche di disciplinamento e macchina governmentale.

Se lo statuto di vittime che alcuni qui nel mondo anglosassone gli hanno attribuito (Walklate e McGarry) è sicuramente difficile da accettare, vista spesso la volontà di questi stessi soggetti di arruolarsi, sicuramente ciò che dimostrano i loro numeri in carcere e gli studi di quanti li hanno intervistati (Murray; Albertson)  è che molti di questi soggetti provengono dalle stesse fasce sociali e di deprivazione da cui vengono tanti altri che sono in carcere, ma che erano un tempo considerati proprio dallo stato come valorosi soldati da mandare in missione bellica.


The Separate System (2017) Katie Davies working with Andy, Billy, Callum, Danny, Gaz, Gaz, Jay, Jonno, Mark, Mark, Paul, Rob and Trevor. Commissioned and produced by FACT. Supported by the Covenant Fund and Paul Hamlyn Foundation. With thanks to HMP Altcourse and HMP Liverpool. For more information: http://www.fact.co.uk/get-involved/veterans-and-older-people/separate-system.aspx

Per citare questo post: Degenhardt, T. (2017) “I veterani di Guerra in carcere e l’arte: Project TO SERVE- presso FACT -Liverpool”, in Studi sulla questione criminale online, consultabile al link https://studiquestionecriminale.wordpress.com/?p=659&preview=true