feminism-men-women

Pubblichiamo l’articolo della nostra redattrice Xenia Chiaramonte (Università di Milano), che offre una prospettiva critica sul tema caldo degli abusi subiti e denunciati dalle donne nel mondo, e mostra come l’allarme di una criminalizzazione della sessualità sia infondato o, peggio, sia il vano tentativo di governare una sequela insperata di opposizioni a soprusi attraverso l’antica tecnica della minaccia di cataclismi.

Buona lettura! 

La criminalizzazione del sesso è un’invenzione!

di Xenia Chiaramonte

La questione MeToo è più delicata di quanto non lasci pensare la mole copiosa delle osservazioni quotidiane sul punto. Certo, è anche una questione degna di suscitare un gran numero di reazioni. E però pare anche satura di argomenti. Quanto meno di argomenti originali. E’ piuttosto il gioco delle contrapposizioni angustamente binarie. Ogni volta che nel dibattito pubblico si voglia suonare impertinenti e innovativi, basta prendere uno slogan lanciato da qualcuno e declamarlo all’inverso. Lo coglie perfettamente nel suo puntuale articolo Ida Dominijanni. D’altronde, non sono servite che poche ore per la produzione di uno strillo presuntamente opposto a quello di Catherine Deneuve. Lo si deve a Marcela Iacub, giurista francese che reclama, con uno sguardo libertario avvezzo al porno, la libertà di essere noi stesse importunatrici di (mi)hommes-(mi)cochons. Un’antropologia fondata su una relazione violenta che non fa che confermare l’opzione cui spera di opporsi. Infatti, che il manifesto della “liberté d’importuner” (leggasi “di essere importunate”) sia più una richiesta di essere – vi prego! – oggetto di seduzione (e oltre) encore une fois è del tutto evidente. Mancava solo il suo contraltare non solo libertino ma appunto libertario: anche le donne sono esseri dominanti, e di dominio in dominio, si approderebbe niente meno che alla scena madre della liberazione: «Que truies et porcs s’importunent réciproquement !»

Questa “liberazione” è la prima cosa che non convince. Non è ancora davvero riuscito, un ponderato approccio foucaultiano, a eliminare i residui di una fasciatura della mente tale per cui saremmo in una sorta di condizione storica di avanzamento progressivo che alla fine ci farà approdare a questa panacea che è la fuoriuscita dai rapporti di forza. Come si fa a non vedere che è proprio questa retorica della liberazione a portare con sé malanni? Tale liberazione non fa che presupporre la repressione. Chiediamoci, invece, se “per decifrare i rapporti fra potere, sapere e sesso”, non si debba piuttosto evitare di “centrare tutta l’analisi sulla nozione di repressione”[1]. Ancora di repressione vanno discorrendo altri libertari, più obliqui se non reazionari: vedi chi sostiene che si aggiri per il mondo lo spettro del puritanesimo, della caccia agli stregoni. Mi pare che si tratti di un diffuso (ab)uso del “beneficio del locutore”[2], ossia del modo attraverso cui ci si può auto-promuovere come sovversivi, fieri oppositori di un ordine stabilito, a patto di dettare le coordinate di questo stesso ordine, di inventarlo così da spianare per bene la strada alle proprie invettive “sovversive” e auto-incensarsi. Non invento granché ricordando il sospetto con cui Foucault guardava alla vulgata secondo cui “il puritanesimo moderno avrebbe imposto il suo triplice decreto, di divieto, d’inesistenza e di mutismo[3]”. “A lungo avremmo sopportato, e subiremmo ancora oggi, un regime vittoriano. La puritana imperiale apparirebbe sul blasone della nostra sessualità, contenuta, muta, ipocrita”[4]. A ben vedere, quel che avviene è più complesso. Si fa un gran parlare del sesso, è sulla bocca di ognuno, e chiunque si sente legittimato a prendere la parola sul punto. La moria di discorsi non è davvero la sua pena. E non lo sarà, checché se ne possa dire. Non siamo di fronte al pericolo di una nuova ondata di puritanesimo né tanto meno a una rinuncia alla parola, come si vede. Non siamo tantomeno di fronte a un panico morale, a una criminalizzazione della sessualità.

Siamo precisamente di fronte a un altro effetto. Siamo davanti a un rifiuto: al rifiuto di una certa parte delle donne, nel mondo, di essere oggetto di molestie e violenze. Né le molestie né le violenze hanno a che vedere con la sessualità, o, per meglio dire, la superano deprimendola. Non tutti gli insiemi di denunce meritano il titolo di “criminalizzazione”. E, viene purtroppo da pensare che chi sogna questi fantasmi teme di non poter più superare disinvoltamente dei confini. Confini oltre i quali si offende un soggetto – questo significa “reato”: offesa.

metoo.png

Al contrario di un silenzio puritano, qui si ha una presa di parola. Questa è una “class action”! Ecco che si instaura una lotta, una lotta incessante, che se si sopirà a un certo punto non sarà per un effetto liberatorio ottenuto, ma perché si sposterà su altri terreni scottanti, le relazioni fra donne, o quelle fra uomini ad esempio. Ed è inevitabilmente anche una questione trans e più ampiamente queer. Paul B. Preciado ha pubblicato una Lettre d’un somme trans à l’ancien régime sexuel in cui scrive:

“Potremmo dire, leggendo Weber con Butler, che la mascolinità sta alla società come lo stato sta alla nazione: il detentore e l’utente legittimo della violenza. Tale violenza si  esprime socialmente sotto forma di dominio, economicamente sotto forma di privilegio, sessualmente sotto forma d’aggressione e stupro. Al contrario la sovranità femminile è legata alla capacità delle donne di procreare” (traduzione mia).

La tentazione d’abusare del proprio sbilanciato potere, dello strutturale squilibrio donna-uomo va di pari passo con l’accontentarsi reciproco di relazioni impari. Se si può abusare, credo, è perché si accetta – anche al netto di molestie o violenze – ciò che fa da presupposto alle stesse: la disuguaglianza.

Le dichiarazioni pubbliche di questa disuguaglianza materializzata in offesa ripetuta e diffusa restituiscono lo scarabocchio dell’immiserimento dei rapporti umani. Questo non gioca a favore né del desiderio, sublime o cocente, né di quel sentimento impronunciabile e, in effetti, taciuto accuratamente, che si chiama amore. Rispetto a questo stadio dei rapporti umani, istantanea di una prevaricazione strutturale che ci ha colonizzato mente e corpo, si può solo sperimentare e fallire meglio. E gli uomini hanno solo da guadagnare a diventare femministi, in desiderio e amore che sarebbero capaci di suscitare. Almeno da parte di chi è capace di desiderare la stessa parità.

 

[1] M. Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità I, Feltrinelli, Milano, 1984, p. 8.

[2] Ibidem, p. 12.

[3] Ibidem, p. 10.

[4] Ibidem, p. 9.


Per citare questo post

Chiaramonte, X. (2018), “La criminalizzazione del sesso è un’invenzione”, post pubblicato in Studi sulla questione criminale online, consultabile all’indirizzo: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/01/17/la-criminalizzazione-del-sesso-e-uninvenzione-di-xenia-chiaramonte-universita-di-milano 

Annunci