against hate racism

Riceviamo e pubblichiamo un commento di Michele Miravalle, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino e Coordinatore dell’Osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone, a margine dei fatti accaduti a Macerata nei giorni scorsi. Saremo lieti di ricevere commenti e nuovi spunti di dibattito. Ringraziamo Michele Miravalle.

Buona lettura! 

 

Giù le mani dai folli. Chiamiamo le cose con il proprio nome

di Michele Miravalle

Luca Traini, il giovane di Macerata che una mattina di inverno si è svegliato, ha armato la sua pistola ed ha girovagato per la città puntando al “negro”, non è un folle. Non chiamatelo così, non usate quella parola come scriminante del suo gesto o per attenuare le sue responsabilità penali e politiche.

Probabilmente già ci penseranno giudici e periti ad affibbiargli l’etichetta di “folle”. La scriveranno nelle molte perizie e consulenze, di parte e di ufficio, che da qui alla sentenza definitiva lo giudicheranno, scegliendo accuratamente tra i tanti “tipi di follia” riportati nei bulimici manuali diagnostici.

Tecnicamente, c’è da aspettarsi che propendano per la seminfermità mentale, soluzione cerchiobottista (ancora) prevista dal nostro codice penale. Sei un po’ folle e un po’ criminale. Non così folle da ritenerti irresponsabile dei tuoi gesti e dunque assolverti (rectius “totalmente incapace di intendere e volere”), ma neanche così criminale da pensare davvero che quando hai puntato la pistola, la tua capacità di comprendere il significato della tua azione non fosse diminuita da qualche “vizio di mente” (proprio così lo chiama il codice Rocco).

La “categoria” del folle è però qualcosa di più di una classificazione normativa, è una linea invisibile che segna il confine tra “normale” e “a-normale”, tra “società sana” e “società malata”.

Il meccanismo è lucidamente descritto da Michel Foucault, che in Storia della follia nell’età classica, si concentra proprio sulle pratiche di esclusione con cui la società considera il folle altro da se.

Siamo alla fine del Medioevo, agli albori del Rinascimento e una nuova ossessione serpeggia e impaurisce la società, non più la lebbra che aveva falcidiato le città medioevali, ma la follia, che diventa una generalizzata «paura secolare, che suscita reazioni tendenti alla separazione, all’esclusione, alla purificazione» (M. Foucault, 1963, pag. 66)

A simboleggiare tale fobia collettiva, c’è la Nave dei Folli (il Narrenschiff), che nasce come creazione letteraria, ispirata agli Argonauti. Su questa nave, nell’immaginario collettivo i folli dovevano imbarcarsi e scomparire dalla città, intraprendendo un viaggio infinito e senza meta, pur di evitare di corrompere i consociati e diffondere il pauroso morbo della follia.

Il costringere i folli ad imbarcarsi attraverso rituali simbolici, la loro partenza verso un luogo lontano e indecifrato, simboleggia la «separazione rigorosa» (M. Foucault, 1963, pag. 70) dai “normali” e dà sollievo alle coscienze dei cittadini rinascimentali. Inizia così, la strategia del “grande internamento” destinata a caratterizzare il governo della follia dell’età moderna.

Il folle prima è assolto e poi allontanato, perché il suo “marchio di Caino” non infetti gli altri.

Narrenschiff

Dunque perché tanta urgenza di considerare Luca Traini un folle?

Facendo un passo indietro di alcuni anni, ritroviamo discussioni simili in casi analoghi (anche se di gran lunga più gravi in termini di conseguenze). Il 22 luglio 2011 il trentaduenne Anders Behring Breivik irrompe nell’isola norvegese di Utoya, dove era in corso un campeggio organizzato dai Giovani laburisti norvegesi e fredda a colpi di fucile 93 persone. Per quasi ventiquattr’ore, inquirenti e mass-media accreditano “la pista islamica”. Breivik è invece un norvegese, cristiano, legato politicamente alla destra xenofoba. Perché fu quasi istintivo il collegamento strage-terrorismo islamico? Ilvio Diamanti dalle pagine de La Repubblica allora scriveva: «É difficile sopportare il disagio e la vertigine prodotti da questa vicenda. Troppo incoerente e irragionevole di fronte alle nostre ragioni – e alla nostra ragione. Noi: costretti ad ammettere che l’Odio può esplodere dove si coltiva il bene comune. In modo più violento che altrove. E si può esprimere, in modo in-descrivibile, nel “nostro” mondo, per mano dei “nostri”. Non dell’altro: il “nemico” islamico e terrorista».

Nelle nostre società contemporanee si alternano insomma una paura esternalizzante e una paura internalizzante. La prima segue il paradigma proiezione-esclusione (se tutto il “male” viene da fuori, allora “nessuno deve venire da fuori”), la seconda si basa invece su introiezione-eliminazione (“il male” proviene dall’interno della società, ma è una realtà talmente inconfessabile da dover essere occultata).

Negli Anni Cinquanta e Sessanta, il mondo diviso in blocchi era dominato da una paura esternalizzante, ogni male era proiettato all’esterno, oltre il Muro, sul nemico comunista. Poi negli Anni Settanta, con la stagione del piombo, la paura si “internalizzò”, i “terroristi” erano compagni di fabbrica, di università, di vita quotidiana. Con il Terzo Millennio, il nemico torna “esterno”, o per lo meno, mosso da ideologie e messaggi che provengono da migliaia di chilometri dalle nostre case.

Breivik in Norvegia e Traini in Italia rompono questo schema e ripropongono una verità inconfessabile che si spiega utilizzando il paradigma introiezione-eliminazione. A volte questa rimozione si spinge fino alla denegazione: la verità è lì, davanti agli occhi di tutti, eppure ci si ostina a non vederla. Non vogliamo vedere il dilagare del pensiero reazionario, fortemente tentato da una deriva violenta, xenofoba e razzista…è questo il nemico interno che cresce, silenzioso, dentro ognuno di noi. Ma preferiamo far finta di niente e ricorrere all’etichetta del folle.

Sapere che Breivik e Traini sono “solo” dei folli ci tranquillizza e ci permette di tornare serenamente a pensare che i reali pericoli arrivino da fuori dei nostri confini.

molti nemici

Abbiate invece il coraggio di non rifugiarvi in quella categoria rassicurante, di non considerare Luca Traini diverso, estraneo, “altro”.

Perché non vogliamo scoprire chi ha armato la pistola di Traini? Perché non ci interroghiamo su chi siano i mandanti con la stessa dedizione con cui discutiamo delle regie delle stragi di mafia, del terrorismo islamico o, più banalmente, delle azioni delle baby gangs (altra parola entrata in maniera dirompente nel vocabolario criminologico contemporaneo)?

Abbiate il coraggio di non avere l’urgenza dell’etichetta, la necessità impellente di dimenticare Luca Traini in qualche residenza psichiatrica o in qualche “repartino” di un carcere. Lontano dagli occhi perbene, vicino alle anime permale.

Abbiate il coraggio di riconoscere a Luca Traini i suoi pieni diritti di difesa, anche se, è facile immaginare, i suoi stessi difensori non li pretenderanno, perché l’etichetta del folle, fa comodo a molti, da una parte e dall’altra della barricata processuale.

Proprio quei difensori, a margine dell’interrogatorio di garanzia, hanno infatti già dichiarato che “Il nostro assistito non è pentito e non chiede scusa”. Sono frasi che compongono una strategia, non casuali: sanno bene che “pentimento” e “scusa” sono sentimenti razionali, ma loro vogliono affermare la tesi opposta, dell’irrazionale, dell’incapace di discernere.

Se davvero dovesse passare la tesi che Luca Traini sia “solo” un folle, un baco del sistema, allora saranno assolti i suoi mandanti, coloro che gli hanno inculcato l’idea che la causa di tutte le sue delusioni siano quei “negri”. Che bastasse eliminarli per diventare felici. E mentre lui sarà neutralizzato, loro continueranno a sentirsi autorizzati a invocare l’invasione, la necessità di difendere la razza, l’urgenza di legge e ordine. Considerare Traini un folle, significa assolvere gli imprenditori morali della paura e accogliere il rischio che in un’altra mattina d’inverno…

 

Riferimenti bibliografici:

FOUCAULT Michel (1963), Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, Milano.

GARLAND David (2001), The Culture of Control: Crime and Social Order in Contemporary Society,Oxford University Press, Oxford.


Per citare questo post

Miravalle, M. (2018), “Giù le mani dai folli. Chiamiamo le cose con il proprio nome”, post pubblicato in Studi sulla questione criminale online, consultabile all’indirizzo: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/02/12/giu-le-mani-dai-folli-chiamiamo-le-cose-con-il-proprio-nome-di-michele-miravalle-universita-di-torino

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