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Pubblichiamo un interessante contributo di Dario Melossi, docente ordinario di Criminologia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Bologna, che, tramite un’efficace storia del presente con ad oggetto le forme più o meno manifeste di razzismo che hanno interessato l’Italia e gli italiani nell’arco del secolo scorso, aiuta a dare contezza del carattere endemico del razzismo italiano, proprio ora che si profila il rischio che gesti barbarici ed ignobili passino come ‘azioni di un folle’ giustificati da una contingente necessità di sicurezza. 

Ringraziamo Dario Melossi per il post. Buona lettura!

 

Razzismo in Italia

di Dario Melossi

Pur crescendo in una paradigmatica “famiglia di sinistra” nella Bologna degli anni ‘50, quindi a pochi anni dalla fine della guerra, difficilmente si poteva sentire parlare di “razzismo” in casa, fatto salvo naturalmente per quello che veniva definito come “antisemitismo” e “persecuzione degli ebrei” (che nessuno ancora chiamava Shoah o Olocausto). Ma il rapporto con la questione del razzismo, soprattutto del razzismo italiano nei confronti degli africani, non era per niente immediato. Il “razzismo” era quello che c’era negli stati del sud degli Stati Uniti, forse in non irrilevante congiunzione con le necessità propagandistiche della guerra fredda (ricordo che in casa non si era sottratto alla mia attenzione un Ascolta, mister Bilbo! Canzoni di protesta del popolo americano a cura di Roberto Leydi e Tullio Kezich, delle Edizioni Avanti, 1954, che racchiudeva blues e canzoni di protesta afro-americane). Ma in una città come Bologna, ad esempio, persone di origine africana si vedevano solo se erano americani stelle del basket (giocatori in squadre ospiti, non certo ancora, all’epoca, reclutati dalle squadre locali) oppure musicisti jazz che venivano per il favoloso festival bolognese a cavallo tra ultimi anni ’50 e anni ’60.

E poi persino la tematica dell’immigrazione era sostanzialmente misconosciuta. Nei roventi anni ‘60 e ’70, quando il lessico “classe operaia” campeggiava su ogni altro, che quella classe operaia fosse una classe immigrata (meridionale) non era affatto ovvio, specie al di fuori delle grandi concentrazioni operaie del nord. E comunque il movimento di massa interno alla penisola dal sud al nord era in buona parte terminato. Né alcuno prevedeva quello che sarebbe successo di lì a poco, dal resto del mondo. Certo, i “compagni di Lotta Continua” andavano a distribuire il loro giornale negli insediamenti da poco finiti o ancora da completare del quartiere Pilastro, alla periferia nord-est di Bologna, ma lo statuto che prevaleva decisamente era quello di “classe operaia”, più che quello di “classe operaia immigrata”.

Mi chiedo anzi se la successiva immigrazione internazionale non abbia contributo a dare maggior risalto anche alle migrazioni interne – che pure erano state oggetto dl lavori assai interessanti, come quelli di Danilo Montaldi, nei primi anni sessanta, non a caso nel contesto milanese. Ad esempio, il preziosissimo testo a cura di Vito Teti La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale (della Manifesto libri, 1993) raccoglie il dibattito intorno alla questione meridionale che aveva visti come protagonisti i membri della “cricca di scrittori della cosiddetta scuola positiva” (così come s’era espresso Antonio Gramsci nel linguaggio della polemica politica dell’epoca[1]), a cominciare da quell’Alfredo Niceforo che aveva ritratto l’immagine delle “due Italie”, in cui la “stirpe mediterranea” era inevitabilmente marchiata da influenze africane (al punto che questi scritti divennero la base per cui a Ellis Island v’era incertezza se considerare gli italiani meridionali come appartenenti alla “razza bianca” [2]).

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Questo significava naturalmente “barbarie”: i meridionali erano “esseri inferiori” rispetto a parametri che erano quelli della cultura urbana, borghese, industriale, “razionale” del nord. Si può notare a questo proposito che il prontuario razzista tende sempre a ripetersi, a prescindere dall’oggetto dei suoi insulti: l’essere inferiore è tale in quanto povero, indolente, sudicio, sessualmente promiscuo, elinquente, inaffidabile, dedito ad alcol e droghe, eccet eccet.

In criminologia e sociologia questo terribile quadretto presentato in forme che si pretendono “scientifiche” si riproduce implacabilmente dal Lombroso de L’uomo delinquente al ritratto del delinquente senza autocontrollo di Gottfredson e Hirschi. Più in generale nel discorso razzista l’immagine si ripresenta in mille variazioni, si tratti del contadino che si muove verso la città nei secoli della rivoluzione industriale in Europa, dell’ebreo che si annida nei ghetti della Polonia, degli italiani o degli irlandesi negli slums delle grandi città dell’est degli Stati Uniti (sostituiti in seguito dagli afro-americani immigrati dagli stati meridionali), degli asiatici delle Chinatown, e poi i giamaicani in Inghilterra, i turchi in Germania, i magrebini in Francia, per venire infine a noi oggi, immagini che si ripetono senza fine, e che – questo è un altro aspetto a mio avviso fondamentale – prescindono completamente dal “colore della pelle” o da altri aspetti morfologici delle persone oggetto degli insulti. O meglio: questi aspetti vengono costruiti in ogni situazione storica nel minimo dettaglio, ma variano poi grandemente da situazione a situazione. Così sono Daniel Cohn-Bendit e Thomas Schmid a ricordarci, in uno dei primissimi interventi di intellettuali europei contro il razzismo europeo contemporaneo in Patria Babilonia, che Benjamin Franklin nel 1751 si diceva preoccupato per l’aumento di coloni non-inglesi nella sua Pennsylvania in quanto l’eccessivo numero di contadini tedeschi che stavano arrivando metteva in pericolo il “biancore” della colonia[3].

PiccioniControPassero

 

Si noti che diversi degli interventi che sono andato citando vennero pubblicati nel 1993. Quello fu anche l’anno in cui rientrai dagli Stati Uniti e, così come quando avevo lasciato l’Italia, nel 1977, nessuno assolutamente si interessava al fenomeno delle migrazioni, così sedici anni dopo questo occupava già le prime pagine dei giornali e le dichiarazioni degli schermi televisivi. La grande paura era cominciata e con essa il vergognoso sfruttamento a fini elettorali e più in generale di potere e di governo che ancora e sempre più ci assedia.   Ricordo, appena rientrato, un’analisi alquanto interessante di una (allora) giovane studiosa olandese, Jessika Ter Wal[4], la quale sosteneva una teoria che si basava sulle analisi di uno studioso olandese, Teun A. van Dijk, il quale in un testo intitolato Elite Discourse and Racism[5] sosteneva essenzialmente l’idea che ciascun raggruppamento sociale racchiuda dentro di sé le “risorse” per un discorso xenofobo e/o razzista e che ciò che varia, che conta, sia il fatto che discorsi “ufficiali” di vario genere da parte delle elites, siano queste elites politiche o culturali o mediatiche, lo possano rendere accettabile e legittimo, come si dice oggi, con orribile neologismo, lo “sdoganino”.  Questo discorso di Jessika e del suo maestro van Dijk mi venne in mente quando di lì a poco, presso la Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio, a Bologna, venne organizzata dal Centro Furio Jesi e con il patrocinio del governo regionale dell’Emilia-Romagna una fantastica mostra sul razzismo in Italia intitolata “La menzogna della razza” che prendeva a proprio oggetto il razzismo in Italia così come questo in particolare si era manifestato nella rivista La difesa della razza. La rivista, diretta da Telesio Interlandi, aveva visto il suo primo numero il 5 agosto 1938 e venne stampata, con cadenza quindicinale, fino al 1943. La fondazione della rivista segnò l’inizio di un vero e proprio “razzismo di stato” da parte del regime fascista precorrendo di pochi mesi le leggi sulla razza e segnatamente antisemite che sarebbero state emesse di lì a poco. Ciò che mi colpì particolarmente nella mostra, e nella rivista che ne era oggetto, era la commistione di elementi “scientifici”, che si pretendevano “alti”, che ricordavano motivi di natura antropologica non distanti da quelli “positivisti” ricordati sopra, e una parte grafica fatta di fumetti, cartoni, immagini “satiriche”, “barzellette” che probabilmente è ancora possibile udire oggi nei bar della penisola. L’obiettivo della rivista era al tempo stesso e in parti uguali il pregiudizio razziale nei confronti delle popolazioni africane che erano ormai da decenni vittime del nostro colonialismo – e quindi servivano a legittimarlo rafforzando il concetto della superiorità dell’uomo bianco e in particolare dell’uomo bianco italiano – e l’antisemitismo, in operosa collaborazione con l’alleato tedesco[6].

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La visione della mostra mi fece venire quindi in mente la teoria di van Dijk. Gli anni delle avventure coloniali italiani, sostenuti e articolati in prodotti “culturali” del tipo di questa rivista, avevano per così dire depositato nel nostro patrimonio culturale un fondo di discorso razzista, una “risorsa” pronta ad essere riscoperta quando l’occasione si presentasse. E tale occasione fu il processo migratorio che cominciò a cavallo tra anni ‘80 e ‘90. Le dichiarazioni che si sono succedute all’infinito da allora ad oggi ad opera di esponenti politici, personaggi dei mass-media e ora, in modo cruciale, attraverso i cosiddetti “social media”, hanno in qualche modo riscoperto e sempre più legittimato l’emergere di un discorso razzista, sino a giungere alla cronaca di queste ultime settimane. Ciò tanto più in una società, quella italiana, nella quale l’impegno pubblico, ufficiale, per la lotta al razzismo, è stato assai limitato rispetto a quanto è stato fatto invece in una serie di paesi che generalmente prendiamo a riferimento e nei quali la questione del razzismo, sia pure in forme assai diverse, è oramai da tempo parte del dibattito pubblico, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Germania – non sufficiente certo a debellare ogni forma di razzismo ma sufficiente almeno a riconoscere espressioni razziste quando le si incontra e definirle quindi come tali. Non così in Italia. Si crede da taluni che il modo migliore di combattere il risorgente fascismo e il razzismo che l’accompagna sia la politica dello struzzo, mettere la testa sotto la sabbia. Purtroppo tale politica non è famosa per la sua efficacia. Se è vero che il discorso pubblico è servito a legittimare il discorso razzista e farlo venire allo scoperto, così il discorso pubblico deve porsi l’obiettivo di delegittimare il discorso razzista, mostrandolo là dove si trova, denunciandolo, decostruendo le sue pretese argomentazioni.

Foto.MuralesNonlasciatecisolicoirazzistiDa questo punto di vista, sacrosanta mi sembra essere la recente presa di posizione del Presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi il quale alcuni giorni fa  in un’intervista a Repubblica (7 febbraio 2018) si pronunciava contro la proposta di togliere (o cambiare?) la parola “razza” dal testo dell’articolo 3 della nostra Costituzione secondo il quale “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, in quanto utilizzando questo termine la Costituzione non intende certo promuoverlo o propugnarlo ma intende proteggerci da coloro i quali, ancora una volta, potrebbero usarlo al fine della discriminazione. Se la razza non è un termine scientifico per tutte le buone ragioni che sono state ripetute in questi ultimi giorni, è tuttavia un termine usato dai razzisti, ed è contro quell’uso che la nostra carta costituzionale cerca di proteggerci. Per questo il termine deve rimanere nell’articolo 3, quale termine esecrabile.

 

Note

[1] A.Gramsci, Note sul problema meridionale e sull’atteggiamento nei suoi confronti dei comunisti, dei socialisti e dei democratici (1926), in “Critica Marxista”, 28/3, 1990, pp.51-78, p.55.

[2] Sandro Mezzadra, Il nuovo regime migratorio europeo e le metamorfosi contemporanee del razzismo, “Studi sulla questione criminale”, II(2007), 4: 13-30.

[3] Daniel Cohn-Bendit e Thomas Schmid, “Patria Babilonia. Il rischio della democrazia multiculturale”, Theoria, 1994 (orig. 1993), p.96.

[4] Jessika Ter Wal, Ed., “Racism and Cultural Diversity in the Mass Media”. ERCOMER, Vienna, 2002.

[5] Teun A. van Dijk, “Elite Discourse and Racism”, SAGE, 1993.

[6] Si veda il catalogo della mostra, pubblicato da Grafis Edizioni, Bologna, 1994.

 


Per citare questo post

Melossi D. (2018), “Razzismo in Italia”, in Studi sulla Questione criminale online, pubblicato al link https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/02/21/razzismo-in-italia-di-dario-melossi-universita-di-bologna/

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