Pisanello

Il tema del rapporto tra sicurezza e decoro è uno dei ragionamenti più volte affrontati nel dibattito intorno alla “Questione criminale”. Nel 2013 usciva per Laterza “Contro il decoro: L’uso politico della pubblica decenza” di Tamar Pitch; questo libro ha avuto il merito di problematizzare un tema – quello del decoro – che da qualche anno aveva conquistato una notevole importanza politica e che finiva sempre più spesso per essere contenuto in ordinanze e leggi che, andando a colpire alcune precise categorie di persone, di fatto le criminalizzava. Ormai nel senso comune gli “indecorosi” sono i poveri, i tossicodipendenti, le prostitute, i migranti, i senza casa. In Contro il Decoro si sottolineava anche la doppia morale attorno a due temi in particolare: la droga e la prostituzione. Temi che riguardano due mondi agli antipodi e che vivono di due narrazioni anch’esse agli opposti: quella “perbene”, glamour dei festini dei potenti e quella “permale”, criminale e sporca, indecorosa appunto, della strada.

Oggi per la sezione Recensioni di Studi Sulla Questione Criminale on-line pubblichiamo la recensione di Pasquale Schiano (Dottorando presso l’Università degli Studi di Bologna) al libro “In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche securitarie” di Carmen Pisanello (Ombre Corte, 2017) che si muove dentro questo solco.

Ringraziamo Pasquale Schiano per questo contributo. Buona lettura!

Carmen Pisanello, In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche securitarie, Verona, Ombre Corte, 2017, pp. 96

di Paquale Schiano

La sterminata varietà di categorie e concetti elaborati con l’intento di descrivere le peculiari forme assunte dal modo di produzione capitalistico nella sua fase attuale, pur prodottasi entro cornici teoriche variegate e spesse volte in conflitto tra loro, sembra presentare alcune tendenze comuni a tutte le sue differenti variegature. Tra queste si può senz’altro notare una particolare insistenza sulle profonde asimmetrie di potere che – dopo un secolo attraversato da conflitti tragici e cruenti, ma anche da profonde speranze di emancipazione – sembrano tornate ad imporsi all’interno di un sociale sempre più polarizzato, su scala tanto locale quanto globale, tra il capitale e la massa proletarizzata dell’umanità, secondo la nota intuizione marxiana contenuta all’interno del primo libro del Capitale. Lungo questa traiettoria, la riflessione criminologica si è incaricata di comprendere quali effetti tali complesse modificazioni degli assetti di potere all’interno del corpo sociale sono andate producendo sulle strutture del sentire collettivo in relazione a questioni tradizionalmente afferenti il suo campo disciplinare, come paura, crimine, penalità e sicurezza. Si tratta, com’è noto, di interrogativi maturati per motivi di ordine teorico, ma anche, e soprattutto, in ragione di esigenze pratiche. Il XXI secolo si apre all’insegna di una recrudescenza del conflitto sociale dal sud al nord del globo, ma anche di inedite forme di conflitto agite da attori non più meramente statuali ed in contesti non più meramente bellici. A partire da questo momento, la mobilitazione sicuritaria lanciata dall’occidente liberal-democratico non si è limitata a moltiplicare il numero delle guerre “umanitarie” in Africa ed in medio-oriente, ma ha imposto un progressivo restringimento dei margini di agibilità democratica di quelle stesse società sul cui ambiguo mandato di protezione fonda la sua dubbia legittimità. L’urgenza della sicurezza si è tradotta in una rapida assimilazione, all’interno del vocabolario della nostra quotidianità di un lessico militaresco che testimonia la definitiva naturalizzazione di un ordine simbolico e discorsivo che ha fatto della paura, del controllo e dell’esclusione, i suoi principali criteri di funzionamento. Un ordine simbolico e discorsivo, appunto, i cui effetti di realtà sono ciò nondimeno assolutamente concreti, materializzandosi tutti i giorni nella la vita di milioni di uomini e donne sotto forma di confini, barriere, respingimenti, daspo e fogli di via.

È necessario questo breve preambolo, credo, per meglio cogliere la novità rappresentata dal breve ma denso contributo che Carmen Pisanello, col suo In nome del decoro, ha inteso apportare al dibattito su decoro urbano e politiche securitarie. Se infatti i pur numerosi interventi sul tema si sono finora concentrati sul dispositivo sicuritario attribuendogli una matrice di volta in volta giuridica o politica (Pitch, 2013), In nome del decoro (Ombre Corte, 2017, pp. 96) sembra alludere alla necessità di muoversi verso una dimensione eminentemente estetica. Troveremo dunque Kant, accanto a Foucault, nella cassetta degli attrezzi allestita dall’autrice al fine di offrirci una genealogia di quel vasto «insieme di pratiche, retoriche e discorsi che chiamiamo “decoro”». Guardando alla New York di Rudolph Giuliani degli anni Ottanta, Carmen Pisanello prende le mosse dall’istituzione del campo discorsivo della sicurezza urbana come tentativo di governare una crescente complessità sociale, a fronte di una crisi dei tradizionali modelli di gestione democratica dell’anomia, della devianza e del dissenso. Laddove il lento deperimento dello welfare State e delle strutture che si erano fino a questo momento incaricate della gestione della povertà e della marginalità ha determinato una riterritorializzazione della domanda di sicurezza sul piano della politica urbana, le istituzioni locali hanno palesato la propria strutturale incapacità di agire sulle cause del disagio sociale, mostrando quale unica possibilità residua quella di agire sui suoi effetti, ovvero sui corpi portatori dei segni più vistosi ed evidenti di essi: quelli dei poveri e dei marginali stessi. In questo modo tuttavia il modello della “tolleranza zero” di Giuliani, entusiasticamente implementato in breve tempo anche sull’altra sponda dell’Atlantico, non ha fatto altro che alimentare una dialettica tra paura e potere sicuritario che, lungi dall’arginare l’ansia sociale, ha invece esponenzialmente accresciuto la percezione di insicurezza. Un’insicurezza che, più che come reazione ai tassi di delittuosità effettivamente registrati (di fatto in Italia progressivamente in calo da alcuni anni a questa parte), si produce in risposta allo smarrimento istituzionale davanti ad un complesso di cambiamenti e trasformazioni divenuti non solo impossibili da governare, ma che sembrano per di più sfuggire a qualsiasi tentativo di significazione e comprensione collettiva.

È proprio nella prospettiva di uno strenue tentativo di «puntellare un’organizzazione sociale traballante» (p. 47) che dev’essere dunque interpretato il nuovo imperativo categorico della “guerra al degrado”. Lungo questa traiettoria l’estetica del decoro viene dunque tematizzata come un «principio di percezione e conoscenza» (p. 75) in grado di strutturare il nostro orizzonte di senso intorno a rappresentazioni binarie e dicotomiche: normale-anormale, conforme-deviante, civile-incivile, pulito-sporco. Si tratta di rappresentazioni ideali ed astratte che attivano sul piano dell’immaginario sociale quell’istanza di separazione e categorizzazione che, in quanto fondamento di quello che Durand definiva principio di divisione (Durand, 1991), si pone alla base della costruzione culturale della modernità. Attraverso queste rappresentazioni l’estetica del decoro ci fornisce una griglia mediante la quale decodificare l’esperienza urbana, semplificandone la complessità ed invisibilizzando al contempo «l’influenza dei processi pregiudiziali nei processi di conoscenza del mondo» (p. 73).

L’accento moraleggiante che caratterizza il discorso sicuritario della “guerra al degrado”, non deve tuttavia trarci in inganno: siamo ormai oltre le società disciplinari. Senza cadere in semplificazioni teoriche volte a eludere il ruolo dello Stato e delle agenzie istituzionali del controllo sociale, Carmen Pisanello si limita a notare come quest’ultimo non rappresenti più oggetto dimonopolio da parte degli apparati statuali, ma sia tornato a “disperdersi” nel sociale. L’orizzontalizzazione dell’esercizio del controllo determina dunque l’infungibilità dello schema benthamiano: alla asimmetria che caratterizzava il modello rappresentato dal paradigma panottico (Foucault, 1976), in cui lo sguardo ubiquo del potere si rendeva invisibile ai controllati, si è sostituita un’esposizione generalizzata del corpo sociale non più imposta o dissimulata dall’alto, ma piuttosto perseguita e ricercata dal basso come parte integrante della nostra esperienza quotidiana.

Esempio lampante delle nuove forme assunte da questa rinnovata dialettica tra controllo sociale formale ed informale ci è offerto dal caso di studio del blog Roma fa schifo, contributo empirico frutto dell’incursione dell’autrice sul campo – ancora tutto da esplorare – dei media digitali. Roma fa schifo nasce con l’intento di riportare al centro del discorso pubblico alcune questioni relative la vivibilità e la sicurezza delle strade della Capitale, dando vita ad una piattaforma che consente ai cittadini di segnalare i problemi e i disservizi in cui si imbattono quotidianamente. Ma è proprio nell’evocare ed incentivare tali modalità di partecipazione “reattiva” alla gestione della cosa pubblica che – l’autrice ci mette in guardia – le piattaforme digitali svelano il loro lato oscuro. Lungi dal configurarsi come spazio di discussione aperto ed orizzontale, la rete finisce invece con il consolidare una narrazione sensazionalistica ed emergenziale della realtà che, scoraggiando qualsiasi concreta possibilità di confronto democratico, canalizza il consenso verso modalità di gestione penalistiche dei comuni problemi e degli ordinari conflitti generati dalla convivenza civica. È per questa ragione che sulle pagine social di Roma fa schifo vanno moltiplicandosi gli appelli e le richieste di aiuto rivolte da “cittadini esasperati” ad istituzioni e forze dell’ordine in relazione ad episodi e condotte che, pur privi di qualsivoglia rilevanza penale, vengono percepiti come potenzialmente turbativi dell’ordine pubblico e della sicurezza. Così come, in egual misura, vanno moltiplicandosi gli esperimenti di “auto-organizzazione” e di “cittadinismo attivo” nati – è il caso del collettivo Retake di Roma, così come degli Angeli del Bello di Firenze – con l’intento di sopperire all’inerzia istituzionale nella lotta al degrado ed all’inciviltà. Auto in sosta vietata, affissioni abusive di manifesti e bancarelle di souvenir per turisti agli angoli delle vie del centro diventano così elementi in grado di catalizzare una paura urbana le cui cause, ben più complesse e profonde, rimangono non indagate sullo sfondo, mentre se ne affrontano gli aspetti esteriori e sintomatici attraverso denunce, delazioni ed in alcuni casi addirittura vere e proprie istigazioni alla violenza etnica e sociale contro il “povero”, il “diverso” o chiunque sia genericamente riconosciuto come “fuori luogo” all’interno del paesaggio urbano. In questo modo social media e piattaforme digitali non si limitano a riprodurre quella tassonomia dell’indesiderabilità sociale che dell’estetica del decoro rappresenta, per così dire, l’indispensabile impalcatura ideologica (De Giorgi, 2015), ma finiscono anche per consolidare una visione idealizzata delle nostre città come luoghi asettici depurati dal conflitto edall’alterità.

Tuttavia, prima di cadere preda di una nuova sociologia della paura (Ruggiero, 2004), sembra opportuno ricordare che, per quanto pervasivo il discorso sicuritario possa farsi, l’immaginario che esso ambisce ad instaurare non potrà mai vedere pienamente soddisfatta la sua pretesa di totalizzazione del sociale, poiché nella costante riproduzione di un “fuori” risiedono le sue stesse condizioni di possibilità. È qui, in questo “fuori”, che prendono forma visioni e rappresentazioni alternative della città, contro-discorsi (Sorrentino, 2008) la cui improvvisa ed inaspettata irruzione all’interno del discorso dominante continuerà ancora a lungo a turbare i sogni dei paladini dell’ordine e del decoro.

 

Bibliografia

  • De Giorgi, A., Dalla Tolleranza Zero al Decoro, in https://www.dinamopress.it/news/dalla-tolleranza-zero-al-decoro/
  • Durand, G., Le Strutture Antropologiche dell’Immaginario. Introduzione all’Archetipo Generale, Dedalo, Bari, 1991
  • Foucault, M., Sorvegliare e Punire. Nascita della Prigione, Einaudi, Torino, 1976
  • Pitch, T., Contro il decoro. L’uso Politico della pubblica decenza, Laterza, Roma, 2013
  • Ruggiero, V., I Vuoti delle Politiche di Sicurezza, in Selmini, R. (a cura di), La Sicurezza Urbana, Il Mulino, Bologna, 2004
  • Sorrentino, V., Il Pensiero Politico di Foucault, Meltemi, Roma, 2008

Per citare questo post

Schiano P. (2018), “In nome del decoro. Dispositivi estetici e politiche securitarie” (Ombre Corte, 2017), pp. 96, pubblicato nel blog di Studi sulla Questione Criminale Online, al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/03/29/pisanello-2017-in-nome-del-decoro-dispositivi-estetici-e-politiche-securitarie-ombre-corte-recensione-di-pasquale-schiano/