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Siamo soliti pensare che l’omicidio non solo abbia una primazia fra i reati, quasi assurgendo a crimine per eccellenza, ma si configuri come “genere” rispetto alla singolare “specie” dell’omicidio del padre, il parricidio. Yan Thomas ci presenta un’interpretazione opposta. Uccidere il pater è ciò che mette a repentaglio le strutture fondamentali della società romana. Bisogna difendere la società principalmente dall’uccisione del padre che non da un qualsiasi omicidio. Per questo il parricidio che nasce come fattispecie autonoma può precedere quella di omicidio. Attraverso questo insieme di preziosi testi, qui presentati dalla giusromanista Barbara Biscotti, è possibile rintracciare una “geografia alternativa dei rapporti umani” le cui implicazioni ancora ci riguardano.

Ringraziamo Barbara Biscotti per questo contributo. Buona lettura!

Yan Thomas, La Mort du père. Sur le crime de parricide à Rome, Éd. Albin Michel: Paris, 2017.

di Barbara Biscotti

Grazie all’iniziativa e al coordinamento di Paolo Napoli (École des Hautes Études en Sciences Sociales, Parigi), nonché all’attenta revisione di Valerio Marotta (Università degli Studi di Pavia), ha visto la luce a fine 2017 un importante volume postumo, che raccoglie alcuni scritti di Yan Thomas sul ruolo del padre a Roma.

Thomas è stato un giusromanista di fama internazionale, conoscitore delle fonti antiche quanto di quelle medioevali e moderne, attento osservatore della contemporaneità attraverso la lente dello storico. I suoi lavori hanno toccato molti temi, con un’attenzione specifica alle forme della costruzione del dato istituzionale, osservate sempre attraverso il prisma della casistica: tra i tanti, vale la pena ricordare ad esempio i suoi importanti scritti sul valore delle cose e sulla fictio legis (entrambi editi ora anche in Italia per i tipi di Quodlibet).

Ma un argomento, forse più di tutti gli altri, ha appassionato Yan Thomas specie nel corso dell’ultimo periodo della sua vita, cioè il rapporto di filiazione; tanto che, come ricorda Paolo Napoli in una nota a fondo libro, al momento della sua prematura scomparsa egli ha lasciato, purtroppo inconclusa, un’opera di sintesi e revisione unitaria dei molti lavori dedicati a più riprese a questo argomento, che oggi viene resa accessibile al pubblico nel volume intitolato La Mort du père.

Il tema generale è stato appunto esaminato nel tempo dall’autore sotto plurimi profili. Non è questa la sede per menzionarli tutti, ma tengo a ricordare il suo importante intervento sul cosiddetto «affaire Perruche»; un caso che all’inizio degli anni ‘80 ha impegnato in una discussione serrata non solo gli studiosi di diverse discipline, ma anche l’opinione pubblica francese, sul tema del cosiddetto “diritto a non nascere” in caso di grave handicap e del risarcimento correlato alla violazione dello stesso, causata da informazioni mediche non attendibili.

Ma torniamo a “La mort du père”, che costituisce un’estrema sintesi rispetto a questa riflessione ampia compiuta da Thomas a partire da diversi punti di vista, sul tema dei rapporti tra chi dà la vita e chi la riceve, in particolare in relazione agli sguardi del diritto su di essi.

La personalità di storico del diritto dell’autore, infatti, condiziona ovviamente il taglio dell’opera e gli assi di riferimento per tale studio sono rappresentati da un lato dalla prospettiva giuridica e dall’altro da quella storica.

In nome della prima Thomas fa recisamente piazza pulita di ogni tentazione, facile su un tema così scivoloso, di svicolare dal rigore della logica giuridica per concedersi a divagazioni vagamente sociali, psicologiche o, peggio ancora, morali.

Quanto interessa all’autore sono le misure che il diritto prende alla realtà e che poi restituisce ad essa in forma di regole; ciò che egli, fedele alla lezione casistica della giurisprudenza romana, prende in considerazione, allo stesso tempo con implacabile fermezza di esegeta e con fine intuito di giurista, è l’applicazione concreta che nei casi reali trovano queste regole e le soluzioni adattive che i giureconsulti seppero scovare per un’analisi del reale che potesse stare al passo con le prassi.

Allo stesso tempo, pur in questa decisa rivendicazione del punto di vista del giurista, Thomas non dimentica la necessità di collocare il dato tecnico entro un più vasto quadro di conoscenze e, senza rinunciare alla sua specificità, si mantiene però, nel lessico e nei contenuti, in un apprezzabile dialogo aperto con le altre scienze sociali.

Quanto all’approccio storico, come ho già ricordato esso costituì sempre per Thomas, come dovrebbe essere, uno strumento per la comprensione di un eterno presente umano, pur nella mutevolezza delle combinazioni di alcune sue variabili.

Da questo punto di vista, ci si potrebbe domandare quali spunti di riflessione attuale offra una realtà così distante e divergente come quella della società romana, in particolare a proposito dell’efferato crimine di parricidio. Troppo lontane sembrano quelle condizioni sociali, quei rapporti di parentela, quelle strutture dei sentimenti famigliari, civili e religiosi, anche nei loro risvolti giudiziari e sanzionatori, perché esse possano parlare al presente.

Se questo può essere vero in una prospettiva meramente comparatistica, tuttavia laddove, come fa l’autore, si guardi al passato senza primitivizzarlo, ma considerandolo come una geografia alternativa dei rapporti umani, proprio le differenze di contesto divengono suscettibili di offrire l’occasione di interrogare il presente con nuove domande.

In questo senso, la riflessione di Thomas sul ruolo del padre nella costruzione giuridica dell’idea di civitas romana non si sofferma sul dato meramente «normativo» della individuazione della fattispecie di parricidio e dei modi della sua repressione, ma, pur descrivendolo con puntualità di storico, lo attraversa per giungere alle strutture essenziali della società romana che tale dato sottende.

L’idea corrente della priorità logica dell’omicidio rispetto al parricidio, abitualmente considerato come specificazione aggravata del primo, viene infatti sovvertita dall’autore, che prende in esame entrambi i crimini nella loro regolamentazione più arcaica, oltreché negli sviluppi successivi.

Va precisato che la dottrina romanistica è divisa sul punto. Senza entrare nel merito di questioni squisitamente filologiche e pur rischiando di banalizzare in queste poche righe la questione, dirò che essa verte fondamentalmente sul ruolo da assegnare alla prima parte del termine con cui si indica, senz’altro dalla metà del II secolo a.C. e sino ad oggi, l’uccisione del padre. Il lessema par- nel composto par(r)icidas, menzionato già in una legge attribuita al secondo re di Roma Numa Pompilio, potrebbe infatti essere riconducibile tanto a pater, il padre, quanto a par, colui che è pari.

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La diversità delle conseguenze derivanti dall’optare per l’una o l’altra interpretazione sono evidenti: qualora si ritenesse di seguire la prima linea semantica, si giungerebbe a configurare l’arcaico parricidium della lex Numae come assassinio del padre e quindi ad assegnare ad esso una totale autonomia, nella risalenza della sua regolamentazione, rispetto all’omicidio.

Qualora al contrario si scegliesse la seconda ipotesi, si dovrebbe concludere che la fattispecie arcaica si concretasse nell’uccisione del proprio pari e quindi nell’omicidio; ne deriverebbe dunque anche una configurazione del parricidio come semplice forma aggravata dell’omicidio stesso, specificamente individuata solo a metà del I secolo a.C. da una lex Pompeia de parricidiis.

Yan Thomas, però, ne La Mort du père argomenta, attraverso un’ampia rassegna di casi, fonti e istituti, la propria convinzione che il parricidio di cui alla legge di Numa debba essere inteso come uccisione del padre e che esso non solo costituisca fattispecie criminale autonoma e risalente, ma abbia rappresentato sin dall’origine e per ampia parte della storia romana l’unica circostanza di assassinio veramente presa in considerazione dal diritto nella prospettiva di un preminente interesse pubblico da tutelare.

L’omicidio tout-court di un qualunque uomo libero sarebbe infatti rimasto a lungo nell’esperienza romana, secondo l’autore, un «fatto privato», da regolare nell’ambito dei rapporti tra i singoli individui o i singoli gruppi famigliari.

Al contrario, solo l’uccisione di un paterfamilias, in quanto pilastro istituzionale della struttura organizzativa della civitas, avrebbe integrato pienamente quella circostanza di grave rischio per la comunità che richiedeva una altrettanto grave repressione criminale e quindi sul piano del diritto pubblico.

Attraverso le declinazioni giuridiche, sostanziali e processuali, della morte del padre, dunque, Thomas va al cuore stesso dello strutturarsi della società romana a partire da una visione patriarcale della vita politica.

Il paterfamilias, da effettivo unico protagonista di tutti i rapporti di diritto privato, assurge quindi nell’interpretazione dell’autore a vero paradigma istituzionale originario, a partire dal quale si costruisce l’idea politica, culturale e sociale di Roma e, per conseguenza, dell’intero mondo occidentale a seguire.

Il tema spinoso delle strutture essenziali poste alla base della civiltà romana resta aperto e l’interpretazione proposta da Yan Thomas ne La Mort du père costituisce una delle tante possibili letture di una storia complessa.

Riguardo ad essa gli studi linguistici, storici, giuridici, le risultanze archeologiche continuano a restituirci sempre nuove suggestioni, che sembrano oggi aprire anche alla possibilità di un ridimensionamento del ruolo del pater rispetto a quello generale del maschio libero e cittadino, qualunque fosse il suo status familiae.

Purtuttavia, l’analisi di Thomas conserva una preziosa trama di spunti in relazione a una storia del mondo occidentale che si è sviluppata comunque a partire da una cultura della trasmissione paterna: dei beni, dei culti, dei poteri.

E dalla lettura appassionante di questo libro, che si occupa della repressione di un crimine in un’epoca tanto lontana da noi, si esce come dall’aver sognato con colori veritieri un mondo «altro» ed eventi di una dimensione parallela: chiedendosi se quel sogno non abbia in fondo a che fare, molto più di quanto si pensi, con la realtà in cui si vive.


Per citare questo post

Biscotti B. (2018), Yan Thomas, “La Mort du père. Sur le crime de parricide à Rome” (Albin Michel: Paris), recensione di Barbara Biscotti (Università di Milano-Bicocca)”, pubblicato nel blog di Studi sulla Questione Criminale Online, al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/04/16/yan-thomas-la-mort-du-pere-sur-le-crime-de-parricide-a-rome-albin-michel-paris-recensione-di-barbara-biscotti-universita-di-milano-bicocca