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Negli ultimi anni il Medio Oriente è stato protagonista di una serie incredibile di avvenimenti, molto piú che in passato: guerre civili, crisi politiche, l’insorgere di nuovi pseudo-stati, affermazione di gruppi terroristici, rivoluzioni, stati senza governo, divisioni politiche e genocidi.

Come redazione online del Blog di Studi sulla questione criminale abbiamo deciso di dedicare a questa complessa realtà una serie di post per tentare di analizzarla sotto differenti punti di vista (geopolitico, post/coloniale, storico, criminologico, culturale, eccetera).

Con il primo contributo della serie cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sulla questione interna Siriana, in particolare sul regime di Assad e sui conflitti che hanno caratterizzato questo territorio negli ultimi anni. L’autrice è Marta Bellingreri, giornalista free lance per testate italiane e blog. Questo contributo si concentrerà sulla situazione politica interna alla Siria, mentre nei successivi post cercheremo di mettere a fuoco anche le ingerenze internazionali e le loro ripercussioni.

Ringraziamo Marta Bellingreri per il post. Buona lettura!

 

Un commento sulla Siria di Assad

di Marta Bellingeri

Imperterrito e quasi indisturbato, il regime criminale degli Assad in Siria continua a colpire ed uccidere la popolazione siriana: otto civili, tra cui donne e bambine, nella campagna di Homs, precisamente nella cittadina di Al-Rastan, in una zona in mano a gruppi cosiddetti ribelli, si contano tra i morti del bollettino di guerra di lunedì 16 aprile 2018. Come possono otto persone che perdono la vita nel proprio paese, in guerra, fare notizia o scalpore se non l’hanno fatto gli oltre 400.000 morti degli ultimi sette anni? Così come il milione e mezzo di feriti, i circa 13 milioni che hanno dovuto abbandonare le proprie case ed un numero di prigionieri difficile da precisare – ma nell’ordine delle decine di migliaia – spariti nelle carceri in cui si muore di stenti e di tortura? Tutto questo orrore e dolore, e molti altri crimini, continuano con lo stesso ordine, con la stessa determinazione: precisi e pattuiti (tra il governo di Damasco e i gruppi di ribelli) spostamenti di popolazione (riportati come evacuazioni o trasferimenti di civili e/o ribelli) dopo anni di assedio, bombardamenti a tappeto che in questi anni hanno raso al suolo interi quartieri di città come Homs e Aleppo Est, morti per fame o per malnutrizione in diverse aree della Siria, con il 33 % delle strutture del paese completamente distrutte o seriamente danneggiate. Attacchi senza pietà a scuole e ospedali nel corso degli anni. Imperterrito è il regime nel decimare con bombardamenti, spalleggiato dall’alleato russo e dalle milizie iraniane, la popolazione siriana che non vive sotto le aree di suo controllo, come appunto la Ghouta orientale fino a poche settimane fa; nonostante il tentativo e la minaccia causata dagli attacchi aerei statunitensi, francesi ed inglesi nella notte tra il 13 ed il 14 aprile, in risposta all’ennesimo attacco chimico a Duma che avrebbe fatto quaranta vittime la settimana precedente. Scelte tardive ed inappropriate che non hanno naturalmente determinato alcun cambiamento. Perché in fondo non c’è e non ci sarebbe mai stato un cambiamento per chi ha sofferto ben oltre le armi chimiche. Dimostrazione di forza del governo di Assad da un lato, e della sua capacità di continuare il proprio piano, nonostante sette anni di violazioni del diritto internazionale. Anzi, la fine del rispetto e del valore stesso del diritto internazionale.

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Il regime di Damasco vuole riprendersi – e ci sta progressivamente e ormai sempre più velocemente riuscendo- i territori che controllava stabilmente fino al 2011. A tutti i costi. L’ha pagata cara chi nel 2011 è sceso in piazza chiedendo libertà, dignità, fine della corruzione. E quel grido di libertà si è trasformato presto in un grido di disperazione, soprattutto perché presto la rivoluzione pacifica è diventata una lotta  armata. All’iniziale numero di disertori dell’esercito regolare siriano che hanno fondato l’Esercito Siriano Libero, si sono aggiunti a partire dal 2012 e sempre più nel 2013 migliaia di combattenti stranieri, giunti dai cinque continenti. Con i soldi di molti investitori privati, e non solo, provenienti principalmente dai paesi del Golfo, hanno fondato gruppi militanti estremisti che hanno danneggiato e trasformato permanentemente quel desiderio di libertà e dignità in conflitto e in una forma di doppia occupazione e assedio perenne per la popolazione siriana. Spesso però alla base di questi gruppi estremisti con combattenti stranieri c’era alla testa qualche jihadista siriano, liberato dalle carceri di Assad dallo stesso regime che contro il terrorismo dice di combattere. La Siria è assediata dal cielo, coi bombardamenti di Assad e, da settembre 2015, dell’aviazione dell’alleato russo; ma anche assediata in terra, non solo da Assad ed i suoi alleati, la milizia libanese Hezbollah e quelle iraniane, ma anche assediata da innumerevoli altre forze militari ideologicamente estremiste (le cui più celebri quanto a brutalità e struttura organizzativa sono il gruppo ISIS, conosciuto anche come “Stato Islamico”; ed il gruppo Hayat Tahrir Sham, precedentemente noto come Jabhat al-Nusra e legato fino al luglio 20116 direttamente ad al-Qaeda), che hanno posto la vita della popolazione civile sotto ricatto altrettanto violente ed anti-democratico, in nome della lotta antigovernativa: contribuendo maggiormente a distruggere un paese che è stato per secoli la culla di diverse confessioni religiose, etnie, comunità.

Nello spartirsi il territorio siriano insieme alla Russia, la Turchia che da sempre ha supportato la ribellione anti-Assad, favorendo anche malauguratamente l’ingresso tramite le sue frontiere di migliaia di combattenti stranieri, restringe ora gli ingressi dei rifugiati, di chi continua a scappare dalla Siria. La Turchia ospita già tre milioni di siriani, ma sta completando la costruzione di un muro lungo il confine per sbarrare quella porta e proteggere i propri territori. Da gennaio è iniziata l’operazione militare “Ramo d’Ulivo” già da mesi annunciata per strappare al controllo curdo il nord della Siria, a partire dal cantone di Afrin, uno dei tre cantoni che da anni godono – e per Afrin, ormai, godevano – di una propria autonomia sotto le milizie curde YPG (considerato il ramo siriano del partito curdo in Turchia PKK) e che hanno avuto un ruolo fondamentale nel combattere e scacciare l’ISIS nel nord-est della Siria, lungo il fiume Eufrate, soprattutto a Raqqa. La Turchia non si ferma alla conquista di Afrin, che ora occupa insieme ad altre fazioni ribelli siriane, e proseguirà per Manbij e Kobane. Come in tutti i casi precedenti: un altissimo costo umano e popolazioni in fuga. 

Road

Firas ha appena 24 e negli ultimi sette anni è sempre rimasto in Siria, nella sua città natale, Duma, nella periferia est della capitale Damasco, zona chiamata Ghouta orientale. Fino a quando alla fine del marzo 2018 è stata costretto a lasciare la sua città e trovare riparo, temporaneo, nella provincia di Idlib, nella città di Saraqib, ancora non in mano alle forze lealiste di Assad.  Duma è stata una delle prime cittadine che ha visto le piazze gremite di manifestanti e poi le strade, le case piene di rivoluzionari che si sono organizzati in comitati locali e che effettivamente hanno resistito per anni, nonostante la zona è stata controllata militarmente da gruppi estremisti come Jaysh al-Islam, ed altre parti da Failaq al-Rahman, e posta sotto assedio per quattro anni e mezzo dal regime. Firas, in questi anni, ha cominciato a fare il fotogiornalista per le strade sempre più povere della sua città e grazie alla sua presenza e determinazione ha raccontato al mondo per anni la guerra in casa, resistendo al doppio assedio. Dal cielo e dalla terra. Firas con le sue foto ha ritratto, oltre alla distruzione, anche la vita quotidiana, chi si è per esempio creato il proprio orto, sui tetti delle case o in giardino per rispondere alla mancanza di cibo, all’aumento spropositato dei prezzi che venivano tassati in più tappe nel mercato nero che si nutriva della violenza dell’assedio, e lasciava digiuni quasi quattrocentomila abitanti, nella Ghouta orientale. Appena uscito da Duma dopo quattro anni di vita sotto assedio e a sette anni da quella che fu una rivoluzione, ha scritto un post pubblico su Facebook in cui ha denunciato, oltre ad i crimini del presidente Assad, la dittatura locale della fazione jihadista Jaysh al-Islam, letteralmente ‘Esercito dell’Islam’, elencando nomi di leader e responsabilità. “La dittatura è una, ma ha diversi colori” scrive Firas, denunciando come chiunque si opponesse al pensiero formato unico di Jayh al-Islam venisse imprigionato ed accusato di essere “secular, ISIS, or bad things spreader”, con la condanna già scritta, proprio come nelle prigioni di Assad.

Con un nuovo, difficile, profondo atto di libertà, trovandosi ormai lontano dai cieli di guerra e dalla terra di mafie in salsa islamista di Duma e dalla minaccia mortifera di entrambe, Firas ha dimostrato ancora una volta, a chi lontano e impotente, o peggio indifferente, che la rivoluzione siriana non è mai morta. Il desiderio di giovani e meno giovani di una generazione intera, fuggita dalla Siria o sopravvissutavi, di poter esprimere il proprio pensiero liberamente, per poter dunque sperare di vivere in un paese di democrazia, giustizia e pace. Talvolta, da lontano, sembra che la rivoluzione impossibile sia rimasta l’utopia di un pugno di intellettuali, scrittori, attivisti siriani in esilio che della guerra hanno respirato davvero poco, solo i primi tempi, i primi due o tre anni. Ed invece, Firas come tanti altri siriani rimasti in Siria, parlano di una verità nascosta ai più: non siamo né dalla parte del dittatore laico e brutale, né dalla parte dei ribelli estremisti che si sono appropriati della religione per guadagnare una legittimità che hanno perso quasi subito. Perché anche loro sono dei criminali. Parafrasando Frias: siamo sempre la gente comune che desidera pace e libertà. Gli unici veri rivoluzionari.


Per citare questo post:

Bellingeri M. (2018), “Un commento sulla Siria di Assad” pubblicato in Studi sulla questione criminale online, consultabile al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/05/02/un-commento-sulla-siria-di-assad-di-marta-bellingreri/

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