A quaranta anni dalla approvazione della Legge 13 maggio 1978, n. 180, meglio conosciuta come Legge Basaglia, pubblichiamo un contributo di Luca Sterchele (Università degli studi di Padova), che pone l’accento su quanto sia fondamentale ancora oggi riconoscere come alla base dell’emanazione della legge che sancì la chiusura dei manicomi in Italia vi sia stato il movimento anti-istituzionale, e quanto questo si sia venuto a creare nella convergenza di diverse istanze contro diverse matrici di assoggettamento. Il collegamento tra mobilitazioni e messa in discussione dell’esistente a livello della società e produzione di sapere critico (anche, ma non solo) all’interno dell’università è del resto anche uno dei capisaldi di quella che per noi è “criminologia critica”.

Ringraziamo Luca Sterchele per il post. Buona lettura!

Riprendere la 180: appunti su una legge in movimento

di Luca Sterchele

Non posso negare di incontrare alcune difficoltà, oggi, nello scrivere qualcosa di interessante sulla legge 180 sull’assistenza psichiatrica, con la quale si è sancita la definitiva chiusura dei manicomi in Italia: per quanto questa rappresenti un punto focale del mio lavoro di ricerca, la quantità (e qualità) degli articoli e delle testimonianze che in questi giorni affollano quotidiani e riviste mi condanna in qualche modo alla ripetizione. D’altro canto, se è vero che anche nella ripetizione emerge sempre qualcosa di nuovo, penso possa essere utile dedicarmi a questo esercizio: a spingermi è sicuramente un interesse particolare nei confronti di un evento che – nel costituirsi come rottura cruciale nelle strategie istituzionali del controllo sociale – ha rappresentato e tuttora rappresenta un momento chiave per tutti coloro che si occupano di psichiatria e di salute mentale, vuoi da un punto di vista medico, vuoi – com’è il caso di chi scrive – da un punto di vista sociologico. Proverò quindi ad articolare un discorso al riguardo abbozzando alcuni punti che a mio avviso potrebbero essere proficuamente ripensati e riattualizzati nel presente.

Credo sia importante innanzitutto muovere da una premessa tanto scontata quanto però fondamentale: per poter proporre delle riflessioni sulla 180 e sullo stato della sua applicazione attuale non si può prescindere dal riconoscere che il cambiamento epistemologico e istituzionale che ha interessato la psichiatria nel corso degli ultimi quarant’anni ha trovato la sua origine – prima ancora che nell’impianto legislativo qui trattato – nelle pratiche concrete e situate del movimento anti-istituzionale.

La storia del movimento anti-istituzionale (o dei movimenti anti-istituzionali) è ormai ben nota, e molti sono i lavori che ne hanno delineato la genealogia (tra i più recenti si vedano in particolare Foot, 2014 e Rotelli, 2015): a partire dal 1961, anno simbolo che segna l’arrivo di Franco Basaglia a Gorizia, un movimento ampio ed eterogeneo che vedeva coinvolti medici, pazienti e attivisti di vario genere ha cominciato a mettere in discussione non solo l’istituzione manicomiale, ma anche l’idea stessa di “follia” che ne costituiva il presupposto fondamentale (Rotelli, 2015). Nel riconoscimento della duplice sofferenza dal malato – quella determinata dalla malattia e quella derivante dall’esclusione sociale che questi subiva – si riconobbe la cruciale necessità di intersecare il movimento di critica al manicomio con le più ampie istanze di contestazione che fiorivano in quegli anni: questo portò non solo ad un fondamentale ruolo dei movimenti operai e studenteschi nell’apertura degli ospedali psichiatrici, ma anche – di converso – ad una partecipazione dei “matti” alle proteste nelle fabbriche e nelle scuole. A proposito dell’esperienza di Colorno, ad esempio, Mario Tommasini ricordava che “tutte le sere partivano dal manicomio decine di giovani con decine di malati a fare dibattiti nelle chiese, nelle fabbriche, all’università”[1].

Questo marcato accento sulla componente sociale che ha portato all’ideazione e formulazione della legge 180 non vuole certo portare altrove il dibattito, disconoscendo i meriti di una riforma che ha di fatto permesso un significativo rinnovamento del sistema psichiatrico dal punto di vista istituzionale. Quello che si vuole fare piuttosto è, in primo luogo, sottolineare come il momento di “rottura epistemologica” con la psichiatria tradizionale – che, come già accennato, ha costituito la base fondamentale di questo stesso rinnovamento legislativo – non solo si sia ovviamente sviluppato molto prima di esso, ma come inoltre questa rottura abbia preso forma perlopiù al di fuori dei luoghi comunemente deputati alla produzione del sapere – sia questo psichiatrico o giuridico. In secondo luogo, tale scostamento mira a ricordare un avvertimento già mosso a suo tempo da Basaglia – e ripreso recentemente da Dario Stefano Dell’Aquila in un suo articolo sul Manifesto[2] – secondo il quale non sarebbe stata la legge a permettere una rottura con le pratiche manicomiali, quanto piuttosto la continua lotta quotidiana di medici e operatori per la sua applicazione. In altre parole, era chiaro sin da subito che l’approvazione della legge non avrebbe potuto rappresentare che un supporto ad un processo di critica che invece restava necessariamente ancorato alla materialità delle pratiche sociali interne ed esterne all’istituzione.

Se è dunque nella concretezza delle pratiche sociali che la critica al sapere tecnico della psichiatria tradizionale ha preso forma, credo sia proprio a queste stesse pratiche che dovremmo guardare – oggi – per riflettere sullo stato attuale del sistema: non dobbiamo infatti perdere di vista il fatto che questa legge, nata e vissuta nella materialità di determinati rapporti sociali, rischia oggi di trovarsi persa se non si riesce ad ancorarla ancora una volta ai processi sociali e politici del presente.

Ben venga quindi la ripresa del pensiero di Franco Basaglia, più volte richiamato da chi intende opporre istanze riformatrici nei confronti di una psichiatria che sempre più sta riscoprendo un paradigma di stampo biomedico. Ma d’altro canto va ricordato che il nocciolo del pensiero dello psichiatra veneziano, prima ancora che nel suggerimento di buone pratiche, sta nel suo imporre la necessità di una continua dialettica nei confronti del sociale, nel rifiuto di qualsiasi cristallizzazione delle idee e delle pratiche: non a caso lo stesso Basaglia amava ripetere spesso il famoso adagio sartriano secondo il quale “le ideologie sono libertà mentre si fanno, oppressione quando sono fatte”.

Lo sguardo verso le pratiche del movimento anti-istituzionale quindi, pur essendo utile per orientarci nel presente, dev’essere scevro da ogni tentazione ideologizzante, che miri semplicemente ad individuare ricette tecniche da riprodurre nel presente. Come già scrissero a loro tempo Giovanni Jervis e Lucio Schittar nel volume “Che cos’è la psichiatria”:

“le idee di rinnovamento formulate nel secolo scorso non ci insegnerebbero nulla se venissero semplicemente riscoperte come soluzioni tecniche perennemente utili; ciò che dobbiamo fare, al contrario, è indagare se da quelle testimonianze di ieri non sia possibile oggi sviluppare un discorso critico utile in un contesto diverso” (Jervis e Schittar, 1973: 172).

Come articolare dunque, nel contesto attuale, un discorso critico sulla salute mentale che sappia rinnovare le conquiste teoriche e concrete del movimento anti-istituzionale? Il primo passo è sicuramente quello di renderci consapevoli nei confronti di un contesto che è profondamente mutato sia sul piano dei servizi – progressivamente investiti da processi di aziendalizzazione che vincolano il servizio pubblico a stringenti criteri di performance e di budget – sia su quello dell’utenza – portatrice di nuovi bisogni che sfumano ulteriormente il confine tra il sanitario e il sociale[3].

A queste difficoltà fa fronte oggi un movimento anti-istituzionale che pur ponendosi grintoso su alcune lotte fondamentali – si pensi ad esempio a quella che ha portato alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari o alla campagna no restraint [4] – sembra aver perso quelle interconnessioni con gli altri movimenti di critica sociale che ne garantirono il successo quarant’anni fa.

Credo sia proprio nel riconoscimento delle molteplici linee di oppressione che investono i/le pazienti che oggi si può giocare il rinnovamento di una pratica psichiatrica veramente radicale: in questo senso è fondamentale ritrovare il nesso che lega la critica psichiatrica ai movimenti femministi, a quelli LGBT+, a quelli dei migranti e richiedenti asilo. Se già con Basaglia l’estensione della lotta era stata individuata come elemento imprescindibile nella battaglia all’istituzione – la cui critica non poteva svilupparsi ignorando le diverse matrici dell’esclusione sociale che interessavano tanto i “sani” quanto i “malati” – questa necessità si ripresenta più che mai nel contesto attuale, nel quale ad una molteplicità di linee di oppressione che investono i soggetti si contrappongono però altrettante istanze di liberazione. Credo sia all’interno di questi movimenti volti all’affermazione di nuove “soggettività sghembe”[5]  – non normative – che può esser possibile trovare gli elementi utili a scardinare i dogmi dell’abilismo imperante che spesso guidano ancora la pratica psichiatrica, e ad affermare l’esistenza di soggettività irriducibili al binarismo sano/malato, abile/disabile.

Se la 180 ha avuto il merito di “restituire la soggettività”[6] ai pazienti psichiatrici, oggi è una buona occasione per rilanciarne i contenuti, riaprendo le pratiche alla contaminazione con il sociale e ribadendo che la riforma sopravvive soprattutto nel lavoro quotidiano di medici e operatori. A quarant’anni dall’approvazione della legge 180 ci troviamo a festeggiare non tanto la fissità di un prodotto legislativo, ma la dinamicità di quei rapporti sociali che giorno dopo giorno contribuiscono a dargli attuazione concreta. Buona festa e buon lavoro a tutte e tutti.

Note

[1] Si veda la breve storia ripresa dalla Fondazione Mario Tommasini Onlus, consultabile al seguente link: http://www.mariotommasini.it/tommasini/colorno.asp
[2] Il Manifesto dell’11/05/2018, pp.10-11.
[3] Si veda ad esempio l’articolo di Tognetti Bordogna (2013)
[4] Si veda al proposito il volume di Giovanna Del Giudice “E tu slegalo subito” (AlphaBeta Verlag, 2015)
[5] Termine usato da Giso Amendola nel suo intervento al convegno “Oltre i confini dell’accoglienza” tenutosi a Padova il 14-15/12/2017.
[6] Come recita il titolo di un libro di Pier Aldo Rovatti (2013) dedicato proprio all’esperienza basagliana.

Bibliografia:

Del Giudice G. (2015), E tu slegalo subito. Sulla contenzione in psichiatria, AlphaBeta Verlag, Merano.

Foot J. (2014), La Repubblica dei matti: Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia 1961-1978, Feltrinelli, Milano.

Jervis G., Schittar L. (1973), Storia e politica in psichiatria: alcune proposte di studio, in Basaglia F. (1973) (a cura di), Che cos’è la psichiatria?, Einaudi, Torino.

Rotelli F. (2015), L’Istituzione Inventata: Almanacco Trieste 1971-2010, AlphaBeta Verlag, Merano.

Rovatti P.A. (2013), Restituire la soggettività: lezioni sul pensiero di Franco Basaglia, AlphaBeta Verlag, Merano.

Tognetti Bordogna M. (2013), Bisogni di salute degli immigrati e processi di cambiamento organizzativo nei servizi sanitari, in «Sociologia Urbana e Rurale», XXXV, 101, pp.101-119


Per citare questo post:

Sterchele, L. (2018), “Riprendere la 180: appunti su una legge in movimento”, pubblicato in Studi sulla questione criminale online. Consultabile al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/05/16/riprendere-la-180-appunti-su-una-legge-in-movimento-di-luca-sterchele-universita-degli-studi-di-padova/

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