Pubblichiamo un importante e approfondito contributo di Barbara Biglia (Universitat Rovira I Virgili, Barcellona) sulla vicenda della cosiddetta “Manada”, il branco di cinque uomini tra i 27 e i 29 anni che nel 2016 ha sequestrato e stuprato una giovane donna madrilena durante i festeggiamenti di San Fermin a Pamplona. Il caso politico e giuridico della manada è salito alle cronache soprattutto per aver svelato il maschilismo sotteso alla legge e alla cultura giuridica interna allo stato spagnolo. L’articolo rende conto scrupolosamente e con passione di questi aspetti, trascinandoci in una documentatissima narrazione dei fatti da un posizionamento politico e accademico femminista, capace di analizzare il sessismo della cultura giuridica interna dei tribunali, nonché la violenza di una legge che ancora mantiene una differenziazione tra abuso e violenza, e la doppia vittimizzazione delle donne che subiscono violenza; ma anche di mostrare come le mobilitazioni femministe globali siano in grado di produrre uno spostamento radicale nel discorso e nella percezione del fenomeno della violenza maschile sulle donne. 

Ringraziamo Barbara Biglia per il post. Buona lettura!

Violenze e re-esistenze: riflessioni dal territorio spagnolo

di Barbara Biglia

Probabilmente quando si sveglia vorrebbe che tutto fosse finito, che fosse stato solo un brutto sogno che possa essere ricacciato nell’oblio della notte. Ma ciò non le è permesso, il suo processo di recupero è continuamente alterato dall’attenzione morbosa intorno al suo ‘caso’.

La sua vita è ridotta a un episodio, in base al quale è definita come vittima, infantilizzata come una bambina, denigrata come puttana. Detrattori che la trattano come corresponsabile degli eventi, che giudicano la sua voglia di vivere, la sua capacità di resistere, che invadono e violano continuamente la sua intimità, sperando di farle (e di farci) paura. Ma anche un movimento, strabordante di rabbia, che l’ha appoggiata con corpo e anima e l’ha eretta a simbolo della lotta contribuendo, senza volerlo, a che la sua giovane vita rimanga al centro di un uragano.

La dignità e forza di questa ragazza ha permesso a molte di riconnettersi e ribellarsi rispetto a esperienze vissute nel passato (#Cuentalo) e ha strappato la benda dagli occhi di molti di coloro che non volevano vedere. Spero che questa eredità non sia un fardello troppo pesante.

La violenza sessuale collettiva conosciuta come il caso della ‘manada’  ebbe luogo durante le feste popolari di San Fermin a Pamplona nel 2016 (per una cronaca dei fatti: cronologia 1 e cronologia 2). L’attenzione mediatica e sociale che ha ricevuto è stata fin dal principio di molto superiore a quella che eventi simili, non pochi purtroppo[1], tendono a suscitare e le ragioni sono probabilmente multiple.

La prima: il fatto che negli ultimi anni il movimento femminista dello Stato spagnolo è stato molto attivo nel promuovere protocolli e prassi contro le violenze di genere e sessuali durante le feste popolari[2]. Nel caso di Pamplona, come in alcuni altri, grazie all’ampia mobilitazione femminista quest’attenzione è stata anche appoggiata a livello di politiche pubbliche locali.

In secondo luogo, la brutalità dell’aggressione e l’arroganza degli aggressori, tra cui due soggetti appartenenti alle forze dell’ordine, che si sono ripetutamente vantati della violenza perpetrata in un gruppo di WhatsApp come se si trattasse di una prodezza, ricevendo, d’altra parte, elogi e complimenti virtuali da parte di altri ‘bravi ragazzi’ come loro (usando la definizione dell’avvocato della difesa).

Come terzo elemento, il fatto che questa sembri non essere la prima violenza di quelli che il movimento femminista definisce i “figli sani del patriarcato” ma faccia parte di un modus operandi che include l’uso di droghe per sottomettere sessualmente varie donne, come si è scoperto nei video dei cellulari confiscati dalla polizia che ha portato ad altri processi penali tuttora in corso.

Last but not least, i mass media hanno seguito con maggior attenzione[3] questo caso grazie al riconoscimento che negli ultimi anni il discorso femminista ha ottenuto in Spagna[4] e per la diffusione e spettacolarizzazione internazionale della lotta contro le violenze sessuali promossa dal movimento #metoo[5].

Sono passati quasi due anni e il movimento femminista non ha abbassato mai la guardia, al contrario, ha reagito puntualmente a tutti gli sviluppi del caso promuovendo manifestazioni, campagne, dibattiti e interventi pubblici che, come già menzionato, hanno permesso di ampliare il dibattito dal caso particolare alla problematica sociale. Sono nello specifico due gli episodi che hanno fatto sì che le proteste, invece di ridursi, abbiano acquisito maggior peso.

Il primo di questi è stato l’intento di squalificare la versione della giovane inquadrandola a livello personale e portando in tribunale dati e immagini della sua vita privata raccolti da investigatori privati. La aberrante invasione della privacy della giovane così come l’insinuazione di essersi inventata tutto, nonostante le prove dimostrassero il contrario, è stata contrastata con forza dal movimento con la parola d’ordine #Yotecreo (io ti credo).

Il secondo evento è il recente verdetto del tribunale che condanna gli aggressori a 9 anni di carcere, ma non riconosce l’imputazione di violenza derubricandola a mero abuso (vedi sotto). Il fatto che non si riconosca l’impossibilità di resistere a cinque persone, alcune delle quali fisicamente allenate per lo scontro fisico, ha provocato una fortissima indignazione così come spiega la femminista Irantzu Varela.

VIDEO DE IRANZU

Questo verdetto arriva peraltro pochi mesi dopo il massivo sciopero femminista dell’otto di marzo dove donne di tutte le età sono scese in piazza protestando collettivamente stanche di un governo che, in materia di genere, non ha fatto altro che mettere in discussione i diritti conquistati con le lotte precedenti[6], nascondendosi dietro un patto di stato contro la violenza di genere a cui poi ha drammaticamente ridotto i fondi come denunciato più volte dalla senatrice Maria Freixenet[7].

La spettacolarità del caso e l’interesse mediatico suscitato hanno reso visibile un problema storico, ma hanno anche portato alla eccezionalizzazione di una realtà strutturale. Come ben spiega la criminologa Patsili Toledo, è importante ricordare che questa sentenza non è né unica né rara bensì basata su un grave problema nella tipizzazione dei delitti collegati alla libertà sessuale.

Secondo la legislazione spagnola, il crimine più grave, l’aggressione sessuale, è direttamente associato all’uso della violenza fisica o della minaccia (per esempio con un’arma); quindi, in tutti i casi in cui non si possa dimostrare questa sopraffazione fisica, la fattispecie di reato è l’abuso e le pene molto inferiori. Così le violenze sessuali contro bambine e bambini (inclusi i neonati) in cui solitamente non è necessario l’uso della forza fisica, specialmente quando gli aggressori sono i padri o altri familiari, sono normalmente punite in modo più lieve, essendo riconosciute solo come abusi. Lo stesso succede nei casi di stupro per submisión quimica in quanto non vi è resistenza (attiva) da parte delle donne aggredite[8].

Come denunciano da anni le giuriste femministe, e come ben esplica l’avvocata Laia Serra, questa concettualizzazione dei delitti sessuali non tiene minimamente in considerazione le relazioni di potere, a volte simboliche, che entrano in gioco durante i soprusi (ricordiamo in questo senso che la maggioranza delle violenze carnali sono commesse da persone conosciute e che con frequenza detengono un potere diretto sulle aggredite). Questa concettualizzazione ignora inoltre le raccomandazioni di prudenza nel resistere a una violenza carnale per salvaguardare la propria vita, diffuse da attiviste e professioniste. Un’altra delle vittime legate alla celebrazione di San Firmino, la giovane Nagore, uccisa nel 2008 nell’intento di difendersi da un uomo, José Diego Yllanes Vizcay, ci insegna il pericolo che corriamo se decidiamo di proteggerci[9]. Lei, come molte altre, ha pagato con la vita mentre il suo killer, un medico, a solo 10 anni di distanza lavora come professionista sanitario, avendo ricevuto una condanna lieve per aver confessato con l’attenuante dell’intossicazione etilica.

La lista di donne e ragazze che hanno sofferto violenze sessuali e poi sono state oggetto di violenza istituzionale è tristemente molto lunga. Ma questa volta il terreno che hanno incontrato le proteste femministe è stato fertile ed ha ricevuto l’appoggio di ampi settori della società civile.

Il governo è stato forzato a dare una risposta e ha convocato la Commissione per la riforma del codice penale per valutare la possibilità di ridefinire questi delitti. Siamo così venute a conoscenza che questo organo consultivo è composto da venti cattedratici di diritto penale, tra di loro nemmeno l’ombra di una donna. Dopo il danno, la beffa, e di nuovo sono scoppiate proteste in tutto il territorio; così il ministro[10] ha deciso di metterci una toppa chiedendo a sei professoresse ordinarie di partecipare a questo specifico dibattito. Sicuramente non si aspettava che quattro di loro avrebbero declinato l’invito, considerando offensivo che a nessuna donna fosse stato offerto un posto permanente nella commissione, e che la disparità numerica, anche in questo caso specifico, rimanesse così schiacciante. La commissione, riunitasi con le due invitate d’eccezione che non hanno declinato l’invito, ha deciso di interrompere i lavori ed ha richiesto l’incorporazione indefinita e paritaria delle accademiche. Il tempo ci dirà se saranno proposte e accettate modifiche profonde al codice penale.

Nel frattempo, è doveroso tornare alla sentenza e prestare attenzione allo sproloquio di uno dei giudici del caso, il magistrato Ricardo González che, con impressionante zelo, riempie pagine e pagine per spiegare il suo voto particolare a favore dell’assoluzione degli imputati, permettendosi di sentenziare che l’abuso è stato indolore in base alla sua peculiare interpretazione delle immagini dell’evento. L’aggredita riceve così una seconda pesante violenza, questa volta istituzionale, così come succede a molte altre vittime di violenza. Un caso tra tutti è quello della giovane recentemente stuprata in gruppo a Murcia, i cui aggressori sono in libertà provvisoria con l’argomento che la violenza non sussiste in quanto la donna è una lavoratrice sessuale[11].

Come spiega la professoressa di filosofia del diritto Encarna Bodelón, siamo di fronte a un secondo grave problema: il maschilismo dei giudici e il potere che questi assumono al momento di interpretare la legge e la realtà.

VIDEO  Encarna Bodelón

La questione ancora più preoccupante è che il giudice di cui sopra è stato protagonista nel passato di altre controverse sentenze che andavano nella stessa linea, a tal punto che il ministro di giustizia uscente Rafael Catalá afferma che il problema era risaputo e che il Consiglio Superiore della Magistratura avrebbe dovuto prevenire l’attuazione della sentenza. Lo scaricabarile è servito e le associazioni di magistrati e pubblici ministeri chiedono le dimissioni del ministro mentre il clamore popolare richiede di destituire i magistrati della sentenza.

Quali sono i meccanismi che permettono a un giudice d’insultare la vittima impunemente e poter proseguire il suo lavoro? Come possono ancora insistere le pubblicità istituzionali sull’importanza di denunciare quando non esistono controlli e protezione per le denuncianti? Come possiamo far fronte alla violenza istituzionale?

Il cammino da percorrere è ancora molto lungo e passa per il necessario riconoscimento delle radici comuni delle violenze di genere e di un lavoro capillare per disarticolarle. In questo senso è importante ricordare che la violenza sofferta dalla giovane donna assaltata dalla Manada non è riconosciuta legalmente come violenza di genere perché, sebbene questa legge integrale sia considerata una delle migliori in Europa (sic!) include solo le violenze contro una donna all’interno di una relazione sentimentale (attuale o passata)[12]. Così, in questo caso come in altri, l’aggredita non ha potuto usufruire di una serie di misure protettive e di cura previste da questa norma, come il diritto alla celebrazione del processo in un tribunale del territorio di residenza.

Molte sono le questioni aperte, e se da una parte dobbiamo congratularci della capacità del movimento femminista di stimolare coscienza politica in risposta al caso della manada, dall’altra dobbiamo stare all’erta tanto rispetto al pericolo di spettacolarizzazione ed eccezionalizzazione degli eventi, la cui ‘normalità’ è ben argomentata da Monica Ortiz, quanto davanti a quello di risposte misogine[13] e rappresaglie. Nelle ultime settimane infatti, informazioni personali e immagini della giovane sono circolate per la rete, prima in un noto forum spagnolo misogino (“forocoches”) e, in un secondo momento, nelle pagine di un gruppo neonazi nordamericano. La giovane sta subendo così una nuova impressionante violenza e, anche se come femministe vogliamo accompagnarla e starle accanto, non siamo capaci di toglierle questo nuovo peso.

Considero che sia arrivato il momento di cambiare strategia e passare dalla difesa all’attacco, e per combattere sfruttare l’empatia di ampi settori della popolazione per influire su un cambio radicale nella percezione delle relazioni di genere. Tutto ciò nel rispetto dell’agency delle sopravvissute, alle quali dobbiamo continuare a trasmettere tutto il nostro appoggio e affetto.

Note

[1] Per comprendere le dimensioni del fenomeno si consiglia di dare uno sguardo agli agghiaccianti dati raccolti dall’Osservatorio feminicidio.net sulle violenze multiple in Spagna dal 2016.
[2] In questo video l’esperienza delle compagne del Poble Sec Femminista per promuovere un protocollo di base contro le violenze di genere e sessuali negli spazi di socialità e divertimento. Anche l’associazione Noctambul@s sta facendo un buon lavoro e nella sua web si possono trovare storie e materiali interessanti.
[3] La maggiore attenzione non sempre ha significato una presentazione non sessista delle notizie, anzi, il modo in cui sono state riportate alcune notizie nei mezzi di comunicazione hanno scatenato forti proteste femministe. Manca ancora un’analisi in profondità a riguardo, ma in questo articolo de La Independent (agenzia di notizie con approccio di genere) si possono consultare alcune analisi utili.
[4] Per non banalizzare il femminismo considerandolo come una moda si consiglia la lettura della interessante conversazione tra Mercè Otero i Mireia Bofill sulla sua genealogia in Catalunia.
[5] Sulla forza del movimento femminista attuale ma anche sulle insidie che derivano dall’introduzione delle sue proposte nei discorsi mainstreaming si consiglia la lettura dell’articolo di Maria Castejon.
[6] Tra gli altri, in questi ultimi anni è stato attaccato il diritto all’aborto, imposto implicitamente ai giudici di scegliere la custodia condivisa della prole anche quando nessuno dei due genitori la richiedesse, fatti tagli ai programmi di salute sessuale e riproduttiva ed un largo eccetera. Per ulteriori informazioni Biglia, Olivella (2014); Lombardo (2016) e Gender equality policies in Spain – update – European Parliament.
[7] In aprile la senatrice aveva già presentato 253 domande sulle misure che il Senato doveva approvare in relazione al patto di Stato. Tra le domande frequenti: quali passi si sono fatti per la sua implementazione? In che grado esatto di implementazione si trova il patto?
[8] Negli ultimi anni sono aumentate le denunce per abusi commessi dopo aver somministrazione droghe alle donne. Una breve ma chiara descrizione del problema la offre Gemma Nicolas Lazo, avvocata del collettivo Dones Juristes di Barcelona.
[9] Il documentario Nagore, con la partecipazione della madre, descrive i dettagli del caso il trailer qui.
[10] Mentre termino questo scritto il governo Rajoy è caduto per la corruzione del partito popolare, presto vi sará un nuovo ministro.
[11]          Per approfondire il dibattito sullo stigma e sui diritti spesso negati alle lavoratrici sessuali  si rimanda al recente dibattito tra Pauline Ezkerra, Cristina Garaizabal y Maria Jesús Izquierdo. (25 Aprile 2018) con il titolo Femminismo puttana. Lavoro sessuale, diritti e altri dibattiti (Feminismes puta. Treball sexual, drets i altres debats) che trova posto nella Bonne CCDFrancesca Bonnemaison
[12] È importante sottolineare che nello stato spagnolo i delitti di abuso e aggressione sessuale sono regolati dal codice penale e non catalogati specificamente come violenza di genere. In cambio, esiste una legge integrale sulla violenza di genere che puó essere applicata solo quando l’aggressore è la coppia o ex coppia dell’aggredita. Maggiori informazioni nei miei testi 1, 2, 3, 4
[13] Tra le risposte misogine quella del docente universitario Luciano Méndez Naya, già sanzionato nel 2016 per commenti sessisti in classe, che ha pubblicato recentemente un video accusando alla sopravvivente di aver sedotto e poi accusato i suoi aggressori.


Per citare questo post:

Biglia B. (2018) “Violenze e re-esistenze: riflessioni dal territorio spagnolo”, pubblicato in Studi sulla questione criminale online, consultabile al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/06/08/violenze-e-re-esistenze-riflessioni-dal-territorio-spagnolo-di-barbara-biglia-universitat-rovira-i-virgili-barcellona/