Il “muro” di Melilla (fonte: El Pais, foto di N.Ruiz)

La mobilità dei migranti e le strategie predisposte per fermarla, controllarla o selezionarla sono oggi più che mai al centro di molte ricerche empiriche e di molti studi sociologici e criminologici. Il seguente contributo si concentra sull’analisi del dispositivo rappresentato dal confine marocchino-ispanico (enclave iberiche di Ceuta e Melilla) e del suo impatto sulle vite delle e dei migranti che cercano di attraversarlo. Intrecciando un approccio critico, materialistico e intersezionale applicato allo studio dei confini e delle migrazioni, Alessandra Turchetti (Ricercatrice indipendente) sottolinea i limiti del concetto di “Fortezza europa” e, attraverso lo sguardo sul “borderscape” rappresentato da Ceuta e Melilla, rafforza la soluzione interpretativa che vede la cosiddetta inclusione differenziale al centro della governance europea dei fenomeni migratori.

Ringraziamo Alessandra Turchetti per il post. Buona lettura!

Corpi, confini, controllo: Ceuta e Melilla, laboratorio geo-politico d’Europa

di Alessandra Turchetti

In termini di dimensioni, il confine terrestre tra Spagna e Marocco, che si dipana attorno alle enclaves iberiche di Ceuta e Melilla, costituisce una delle frontiere internazionali più ridotte al mondo. Eppure, si tratta di uno spazio significativo ed emblematico in quanto simboleggia l’incontro/scontro tra“Europa” e “Africa”, “Islam” e “Occidente”, “Nord” e “Sud” globalei. La frontera sur si delinea, inoltre, come un luogo-chiave di produzione dello spazio europeo. L’ingresso della Spagna nella Ue (1986) ha implicato una progressiva trasformazione del borderscape locale: il confine ispano-marocchino si è tramutato in frontiera euro-africana. Ceuta e Melilla sono diventate, così, territori europei incastonati in terra d’Africa. Il processo di rebordering della frontera sur ha comportato innanzitutto la costruzione di alte barriere (vallas), dotate di avanzate tecnologie di controllo e sorveglianza, attorno alle due enclavesii. La strategia di fortificazione e militarizzazione dei confini è stata, tuttavia, ben presto affiancata da un approccio apparentemente più “soft” con lo scopo di instaurare buoni rapporti con il Marocco nell’ambito di una “politica europea di vicinato” (European Neighborhood Policy o ENP). Ufficialmente imperniata sull’idea di partnership e interesse reciproco, in realtà la ENP, più che a instaurare relazioni bilaterali, sembra finalizzata a istituire un cordon sanitaire per proteggere lo spazio europeo da “corpi estranei”. In quest’ottica, la ENP prevede anche la possibilità di estendere il potere normativo dell’Unione al di fuori dei propri confini. La cooperazione con il Marocco è, in questo senso, paradigmatica: il paese maghrebino si presenta, infatti, come un laboratorio dove vengono implementate e testate le politiche di esternalizzazione delle frontiere. La UE ha predisposto tutta una serie di meccanismi di governance che hanno capacità di intervento prima, durante e dopo l’attraversamento della frontiera fisica. Il Marocco, in qualità di “partner a statuto avanzato”, si impegna, così, non solo a collaborare al pattugliamento della frontiera esterna dell’Unione ma anche a intercettare e gestire i migranti prima che raggiungano il confine.

Il «muro» tra Spagna e Marocco (fonte: El Pais)

Il confine euro-africano si configura, dunque, non solo come un luogo fisico, una linea di demarcazione territoriale ma come una costruzione politico-spaziale elastica che si disperde in maniera fluida e reticolare sul territorio, sia quello europeo sia quello dei paesi vicini (spingendosi sempre più a sud), delineando un regime di governance flessibile e “a geometria variabile”.

L’azione congiunta di esternalizzazione e securitarizzazione ha portato i risultati sperati: rispetto ad altre rotte migratorie, il numero di migranti che riescono a giungere in Europa attraverso la frontera sur è decisamente esiguo. Secondo le retoriche dominanti, il confine ispano-marocchino si presenta, così, come una “frontiera-modello” quasi impenetrabile.

Di converso, per chi critica il regime confinario europeo, le barriere di Ceuta e Melilla sono diventate il simbolo della “Fortezza Europa”, la sua perfetta materializzazione iconografica.

Sebbene suggestiva, la metafora della Fortezza appare però debole e imprecisa, in quanto non riesce a cogliere la complessità del regime dei confini, occultandone i meccanismi selettivi e gerarchici così come le azioni di resistenza e contestazione che ad esso si oppongono. Tale metafora, infatti, si limita a evidenziare lo “spettacolo dell’esclusione” ma ignora quasi totalmente l’“osceno dell’inclusione” (De Genova, 2013). Le frontiere europee non sono ermeticamente chiuse ma operano secondo una logica di apertura/chiusura, finalizzata a regolare produttivamente la presenza della popolazione migrante all’interno dello spazio continentale: la funzione del confine non è solamente quella di separare, escludere e contenere ma, in una prospettiva materialistica, è di filtrare, selezionare, imbrigliare e disciplinare la forza-lavoro migrante, producendo corpi docili per sfruttarli e includerli in maniera subordinata nel mercato del lavoro (Mezzadra, Neilson 2013). Da questo punto di vista, il confine agisce come un filtro che regola i flussi attraverso la creazione di diverse categorie di persone a cui vengono attribuite differenti “etichette” e credenziali di mobilità (Campesi, 2015).

Le mujeres porteadoras (fonte: BBC, foto di F. Del Berro)

In tal senso, la “gestione acrobatica” del confine ispano-marocchino risulta esemplare (Ferrer-Gallardo, 2008): nonostante lo “scenografico” spettacolo della frontiera fatto di barriere, recinzioni e filo spinato, la frontera sur non è affatto impenetrabile ma prevede vari gradi di permeabilità a seconda delle categorie e dà luogo, di conseguenza, a un sistema di “schengenizzazione selettiva”iii. Questo sistema definisce un regime differenziale di mobilità fondato su una precisa gerarchizzazione socio-spaziale e su una classificazione razziale, di impronta neocoloniale, che si intreccia con altre dimensioni come la classe e il genere. I soggetti e i corpi vengono, così, sistematicamente esaminati attraverso la duplice lente della produttività capitalistica e della modernità/colonialità. Tale regime si situa all’intersezione tra geopolitica e biopolitica in quanto si caratterizza per due dinamiche parallele e complementari: da un lato, l’esternalizzazione della frontiera (border outsourcing), il suo muoversi e scomporsi in molteplici direzioni, dall’altro, l’internalizzazione della frontiera (border insourcing), la sua capacità di inscriversi nei corpi, di “inseguirli” ovunque (Johnson e Jones, 2016).

Nella loro polisemia, i confini, però, non sono solamente istituzioni di potere e governo ma anche spazi di conflitto e turbolenza (Mezzadra, 2001). Nel corso dell’ultimo anno, ad esempio, a discapito della retorica della frontiera-modello e della capillare mise en place di meccanismi di controllo, sorveglianza e selezione, un numero crescente di migranti ha tentato di attraversare lo Stretto e le frontiere delle enclaves. L’“effetto Minniti” ha innescato, infatti, un repentino cambiamento nelle rotte migratorie dall’Africa all’Europa e ha comportato un’inversione di tendenza per quanto riguarda gli ingressi “illegali” tramite la frontera sur che sono aumentati in maniera significativa (così come purtroppo il numero di vittime)iv.

Nonostante il poderoso dispiegamento di forze e dispositivi messi in campo, i soggetti, dunque, reagiscono ed escogitano alternative, ribellandosi al regime dei confini e rivendicando autonomia d’azione e libertà di movimento.

Alcuni migranti subsahariani superano le barriere di Melilla (fonte: El Diario, foto di S.Palacios)

La frontera sur é, così, teatro di pratiche spontanee di “resistenza dal basso” in cui il corpo migrante assume un ruolo fondamentale e diventa uno strumento di ribellione e protesta, facendosi indocile e rifiutando di stare al proprio postoxi. È anche, però, scenario di forme di attivismo più articolate e strutturate: in risposta alla schengenizzazione della frontiera ispano-marocchina, si è costituita una vasta rete transnazionale di individui, associazioni, collettivi, impegnati in un’intensa attività di contestazione, solidarietà e monitoraggio.

Ciò che succede alla frontera sur potrebbe sembrare marginale e tutto sommato trascurabile. Tuttavia, in un momento storico di “crisi” caratterizzato da una progressiva spoliazione di diritti e da una precarizzazione delle forme di lavoro e di vita che portano a mettere radicalmente in discussione il senso stesso del progetto UE, quello che accade ai confini d’Europa è di grande rilevanza. Come scrive Mezzadra, infatti:

attorno alla migrazione si gioca il futuro dell’Europa. In questione non è soltanto, in una fase di tensioni e di riorganizzazione degli equilibri geopolitici globali, la posizione dell’Europa nel mondo [..] La migrazione pone anche sfide di cruciale importanza per la qualità della democrazia e della cittadinanza in Europa [.]. E la spinta alla chiusura, con tonalità sempre più esplicitamente razziste [..] non si rivolge soltanto contro profughi e migranti: investe piuttosto con la sua carica di violento disciplinamento una molteplicità di soggetti, a cominciare dai giovani, dalle donne e dai precari – nonché dagli abitanti delle periferie metropolitane e delle molte forme di banlieues diffuse in Europa vi

I dispositivi geo-biopolitici di controllo, di disciplinamento e di “imbrigliamento” della mobilità sono tutt’altro che marginali o alieni: l’esperienza migrante acquisisce un valore paradigmatico e permette di osservare nitidamente gli effetti della “moltiplicazione del lavoro”, della precarizzazione e della spoliazione di diritti che non toccano solo gli “altri” ma ci riguardano da vicino. Le “lotte di confine”, attraverso le quali le soggettività migranti si ribellano a questa situazione, dunque, non possono e non devono lasciarci indifferenti.

NOTE

i Si tratta di una delle zone di frontiera più diseguali e “squilibrate” al mondo dal punto di vista economico: il reddito pro-capite degli abitanti di Ceuta e Melilla è 15 volte superiore di quello dei “vicini” marocchini residenti nelle città confinanti di Tetouan e Nador. Si veda: https://elpais.com/diario/2005/10/10/espana/1128895212_850215.html
ii Su questo tema si veda: https://elpais.com/especiales/2015/desafio-estrecho/claves.html
iii Per i residenti e i turisti la mobilità è libera, per i migranti subsahariani la frontiera è ermeticamente chiusa. Per altre categorie, invece, il confine si apre ma in maniera selettiva e asimmetrica: in virtù di una clausola contenuta negli accordi di Schengen, i cittadini marocchini di Nador e Tetouan possono entrare nelle enclaves senza visto. Ogni giorno, così, migliaia di lavoratrici transfrontaliere impiegate nel trasporto merci (le mujeres porteadoras) o in ambito domestico, attraversano la frontiera per andare a lavorare, spesso in nero e in condizioni di sfruttamento, nelle enclaves. Si veda: Moffette 2013.
iv Secondo i dati forniti da Frontex nel 2017 dalla rotta ispano-marocchina sono entrate illegalmente 23.143 persone, nel 2016 erano 9990. Si veda: https://frontex.europa.eu/assets/Publications/Risk_Analysis/Risk_Analysis/Risk_Analysis_for_2018.pdf Secondo le stime ufficiali, i morti sarebbero 249, ma per le associazioni e gli attivisti che monitorano attentamente ciùò che avviene alla frontera sur nel 2017 ci sarebbero state più di 700 vittime. Si veda: http://www.elmundo.es/andalucia/2018/05/19/5aff1bedca474128358b464b.html A tal proposito, si rimanda al profilo twitter di Helena Maleno, storica attivista attualmente sotto processo in Marocco che quotidianamente fornisce notizie in tempo sulla situazione dei migranti alla frontiera: https://twitter.com/helenamaleno Si veda anche l’ultimo report di Apdha: https://www.apdha.org/media/informe-frontera-sur-2018-web.pdf
v Si veda, ad esempio, il bellissimo documentario “Les sauteurs” di Siebert, Wagner e Sidibé (2016).
vi http://www.euronomade.info/?p=9949

 

BIBLIOGRAFIA

CAMPESI, G. (2015), Polizia della frontiera. Frontex e la produzione dello spazio europeo, Roma, Deriveapprodi.

DE GENOVA, N. (2013), “Spectacles of migrant ‘illegality’: the scene of exclusion, the obscene of inclusion”, Ethnic and Racial Studies, 36/7,pp.1180-1198.

FERRER-GALLARDO, X. (2008), “The Spanish-Moroccan Border Complex: Processes of Geopolitical, Functional and Symbolic Rebordering”,  Political Geography, vol.27/3, pp.301-321.

JOHNSON, C. & JONES, R. (2016), “The Biopolitics and Geopolitics of Border Enforcement in Melilla”, Territory, Politics, Governance, pp.1-20.

MEZZADRA, S. (2001), Diritto di Fuga. Migrazioni, Cittadinanza, Globalizzazione, Verona, Ombre Corte.

MEZZADRA, S. & NEILSON, B. (2013), Border as Method, or, the Multiplication of Labor, Durham, Duke University Press. Trad.it. (2014), Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale, Bologna, Il Mulino.

MOFFETTE, D. (2013), “Muslim Ceutíes, Migrants, and Porteadores: Race, Security, and Tolerance at the Spanish-Moroccan Border”, Canadian Journal of Sociology, 38/4, pp.601-621.


Per citare questo post:

Turchetti, A. (2018), “Corpi, confini, controllo: Ceuta e Melilla, laboratorio geo-politico d’Europa”, pubblicato nel blog di Studi sulla questione criminale online, consultabile al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/06/19/corpi-confini-controllo-ceuta-e-melilla-laboratorio-geo-politico-deuropa/