Riceviamo e pubblichiamo un commento di Vincenzo Scalia (University di Winchester) al nuovo governo da poco formatosi e al rischio di una deriva razzista a questo legata. 

Grazie e Vincenzo Scalia per il post. Buona lettura!

Razzismo liberatorio (o rimuovente?)

di Vincenzo Scalia

Le elezioni del 4 marzo 2018 ci hanno consegnato il Parlamento più “anomalo” della storia della Repubblica. La sinistra è ridotta a una rappresentanza pulviscolare, il centro è stato marginalizzato dalla dialettica politica, sia nella versione moderata (FI) che in quella più solidarista (PD). Lo spazio è stato occupato dalla Lega, che rappresenta la vera e propria araba fenice della politica italiana, oltre che la forza politica più antica, e dai 5 stelle. Entrambe le forze pescano nella disaffezione verso il ceto politico, alimentata dalla crisi economica degli ultimi dieci anni.

Il quadro politico uscito dalle ultime elezioni a prima vista stride col tessuto associativo, cattolico e laico, che continua ad innervare la società italiana. Eppure, da qualche mese a questa parte, sembra si assista a un rovesciamento di un pensare e un sentire che credevamo diffusi e consolidati. In autobus, nei treni, al bar, al supermercato, per strada. Sempre di più, la vista di migranti, senzatetto, rom, provoca la rabbia di larga parte di popolazione.

A differenza di quanto accadeva pochi mesi fa, però, la manifestazione dei risentimenti di tipo razzista mi sembra più esplicita di prima. In primo luogo, sentimenti che prima venivano sottaciuti dai più, oggi vengono esplicitati, con discorsi giustificativi, urla e insulti nei confronti dei malcapitati. Queste manifestazioni, che prima magari venivano represse, oggi ricevono il plauso e l’incoraggiamento degli astanti, conferendo all’intolleranza e al razzismo una “cittadinanza” che non avevano fino a qualche mese fa. Ogni tanto, tra i borbottii, affiorano inneggiamenti ai vincitori delle elezioni, in particolare alla Lega. In secondo luogo, questi atteggiamenti non rimangono limitati all’invettiva, ma si espandono in pratiche delatorie di massa, che arrivano a chiamare le forze dell’ordine per allontanare senza tetto e rom dai supermercati, o allertare i controllori e i verificatori sui treni e sui bus per indicare loro i passeggeri, di solito migranti, senza fissa dimora e rom, sprovvisti dei titoli di viaggio, fino a produrre delle ronde più o meno spontanee che trattengono gli sprovveduti fino all’arrivo del personale preposto. Pratiche repressive e intimidatorie, che ricalcano quanto fatto da alcune forze neofasciste in alcune città italiane qualche mese fa (come Forza Nuova a Palermo), che si erano autonominate ausiliarie delle aziende di trasporto pubblico nei confronti degli “stranieri” inadempienti.

Cosa sta succedendo in Italia, tra i respingimenti dei rifugiati e la schedatura dei rom proposta dal nuovo governo? Sembrerebbe che il 4 marzo abbia avuto una funzione paradossalmente “liberatoria”, in quanto porzioni sempre più vaste della popolazione si sentono autorizzate ad estrinsecare e a mettere in pratica opinioni e atti razzisti, convinte di comportarsi in modo corretto e di godere, se non del plauso, quanto meno della comprensione di vasti strati della popolazione, se non, addirittura, dell’impunità, qualora trascendessero in episodi di aggressività. In realtà, il cane si morde la coda, visto l’esito elettorale. Più della metà del Parlamento italiano è occupato da forze che o si dichiarano esplicitamente razziste oppure attribuiscono ai migranti la responsabilità dei dissesti socio-economici del Paese, evocando o promuovendo la messa in atto di politiche migratorie restrittive, nonché politiche penali improntate alla legge e all’ordine, per non parlare delle intenzioni di ampliare le prerogative della legittima difesa. Sì, gli italiani hanno scelto di essere razzisti e giustizialisti, fornendo uno sbocco politico a discorsi di politica penale elaborati nel corso degli anni a livello mediatico, che hanno intercettato il malcontento della popolazione nei confronti del declino economico e dell’autoreferenzialità crescente verso una classe politica costretta a mediare al ribasso con attori esterni come l’UE e le organizzazioni finanziarie.

Al razzismo e all’intolleranza in ascesa bisogna opporsi, non soltanto per questioni di principio, ma per almeno altre due buone ragioni. Innanzitutto, perché si rischia di innescare un processo di escalation giustizialista che può sfociare in un deterioramento della convivenza civile, nonché in una restrizione delle garanzie individuali. I respingimenti dei migranti e dei rifugiati alla frontiera, la legittima difesa, la schedatura dei rom, preludono ad una stretta repressiva che potrebbe articolarsi in due direzioni: la prima è quella di una politica penale ancora più repressiva, con la costruzione di nuove carceri, nuovi centri di detenzione (magari affidati ai privati, col profitto che prende il sopravvento sulle residue garanzie), una legislazione più severa nei confronti del dissenso e dei movimenti di popolazione. La seconda direzione, però, rischia di essere ancora più problematica, nella misura in cui la legittimazione di un diritto all’autodifesa, sia individuale che di gruppo, potrebbe scaturire nell’impunità per atti razzisti particolarmente gravi, o addirittura stimolare risposte auto-difensive anche dall’altra parte. In altre parole, si rischia di arrivare ai linciaggi, alle rappresaglie, a una guerra di tutti contro tutti perché, quando si allenta un sentire comune basato sulla comprensione e sulla tolleranza, lo slittamento verso la distruzione del tessuto civile è dietro l’angolo. Inoltre, bisogna opporsi perché questo razzismo liberatorio in realtà non libera proprio nulla, ma semmai rimuove. Non sono i migranti e i rom la causa del declino economico italiano, ma una classe politica da anni incapace di compiere scelte a lungo termine, una classe imprenditoriale buona a raccogliere rendite immediate, una società autocompiaciuta che negli ultimi trent’anni ha abdicato alla possibilità di creare nuovi valori e nuovi obiettivi condivisi. Né, crediamo, la soluzione sia quella di affidarsi a una pseudo-democrazia del web promossa da una ditta promotrice di piattaforme digitali, o a una forza politica che fa sua la bandiera del giustizialismo straccione (pensiamo alle molotov nei campi rom, a Borghezio che spruzza il disinfettante sui sedili dei treni dove viaggiano le prostitute nigeriane, ai muri di via Anelli a Padova, a Gentilini che proibisce l’uso delle panchine a Treviso…), ma, da quando esiste, è stata lungi dal risolvere i problemi delle aree in cui governa. A conferire al contesto una connotazione beffarda, è che la nuova coalizione di governo sembra sia stata votata “per protesta” o “per dare uno scossone” da persone ideologicamente a lei lontane. Palmiro Togliatti, negli anni trenta, spiegava che bisogna sapere distinguere il gesto dal processo. Questo è l’invito che possiamo rivolgere loro.


Per citare questo post:

Scalia V. (2018), “Razzismo liberatorio (o rimuovente?), in Studi sulla questione criminale online, consultabile al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/06/25/razzismo-liberatorio-o-rimuovente-di-vincenzo-scalia-university-di-winchester/

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