Pubblichiamo il secondo post dedicato alla questione Mediorientale. Le trasformazioni geopolitiche degli ultimi anni hanno riacceso gli scontri tra Israele e Palestina. I recenti fatti accaduti lungo la striscia di Gaza e più in generale la guerra Israelo/Palestinese, come da più parti sottolineato, rientrano a pieno titolo tra quelli che la letteratura definisce come State Crime. In particolare le modalità con cui Israele ha recentemente represso nel sangue una marcia pacifica del popolo Palestinese ha riportato alla ribalta internazionale un conflitto, mai sopito, ma troppo spesso dimenticato. Le dinamiche coloniali che stanno caratterizzando la striscia di Gaza, le palesi ingerenze di forze estere, sono analizzate e raccontate per noi da Francesco Saverio Leopardi, docente di Relazioni Internazionali e assegnista di ricerca presso l’Università di Bologna.

Ringraziamo Francesco Saverio Leopardi per il post. Buona lettura!

La marcia di Gaza e i termini del conflitto

di Francesco Saverio Leopardi

Le mobilitazioni popolari nella striscia di Gaza iniziate il 30 marzo, il giorno della terra per i palestinesi, continuano dopo oltre due mesi a cadenza pressoché settimanale. Alla base delle manifestazioni c’è innanzitutto la crisi umanitaria causata dal blocco militare israeliano e dalle campagne di bombardamento che si sono susseguite dal 2007, anno in cui Hamas ha preso il potere nell’enclave. L’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme, inaugurata il 14 maggio, anniversario della creazione di Israele e per i palestinesi giorno della nakba, la “catastrofe” del 1948, ha ulteriormente alimentato le proteste.1 Tali mobilitazioni hanno evidenziato i nervi scoperti della questione palestinese su diversi livelli, facendo emergere aspetti inquietanti, continuità col passato e qualche spunto positivo.

Una prima constatazione da fare è che la stampa internazionale si è accorta, nel racconto delle proteste, della capacità della popolazione civile palestinese di mobilitarsi in maniera non-violenta. Con grande difficoltà si è usciti dal paradigma dello scontro militare, dell’assenza di una società civile palestinese indipendente dalle fazioni armate, in grado di organizzare con successo delle manifestazioni ampiamente partecipate. Tuttavia, questo tipo di mobilitazione non è affatto un elemento nuovo nella storia del movimento nazionale palestinese. Le dinamiche di mobilitazione associativa e sindacale, disobbedienza civile e protesta non-violenta hanno radici vecchie di decenni e sono divenute popolari con la prima Intifada, ovvero più di trent’anni fa. Senza risalire troppo indietro nel tempo, solo l’anno scorso, una grande mobilitazione popolare contro l’installazione di metal detector per controllare l’accesso dei fedeli musulmani alla Spianata delle Moschee a Gerusalemme, costrinse il governo israeliano a tornare sui suoi passi. Con le manifestazioni della “grande marcia del ritorno” la società civile palestinese ha dunque confermato le proprie capacità di organizzazione e mobilitazione politica. Inoltre, alle proteste nella striscia di Gaza, hanno fatto eco i sit-in svoltisi ad Haifa, città sulla costa israeliana con un’importante popolazione di cittadini palestinesi. Le proteste in solidarietà con Gaza non hanno solamente rotto, almeno idealmente, la frammentazione politica e sociale dei palestinesi residenti nei territori della Palestina storica. Hanno anche dimostrato l’efficacia degli strumenti di protesta adottati dalle organizzazioni della società civile palestinese in Israele. Infatti, grazie alla documentazione attenta degli eventi, la continuità delle mobilitazioni e la risonanza mediatica ottenuta, queste organizzazioni sono riuscite a dimostrare in tribunale l’uso eccessivo della forza da parte della polizia israeliana e ad ottenere il rilascio di attivisti arrestati preventivamente.

A picture taken on March 30, 2018 from the southern Israeli kibbutz of Nahal Oz across the border from the Gaza strip shows Palestinians participating in a tent city protest commemorating Land Day, with Israeli soldiers seen below in the foreground.Land Day marks the killing of six Arab Israelis during 1976 demonstrations against Israeli confiscations of Arab land. / AFP PHOTO / Jack GUEZ (Photo credit should read JACK GUEZ/AFP/Getty Images)

Le mobilitazioni nella striscia di Gaza però, hanno anche confermato la continuità di molti aspetti negativi all’interno del movimento nazionale palestinese. La propaganda israeliana ha cercato di enfatizzare il ruolo di Hamas, giustificando il proprio riflesso repressivo come necessario a impedire l’infiltrazione di operativi del movimento islamista, pronti a compiere attacchi in territorio israeliano. Nonostante questa retorica, il ruolo di Hamas è stato sostanzialmente di supporto, e non certo di controllo totale sulla mobilitazione. In questa occasione il movimento islamista ha dimostrato ancora una volta il compimento della traiettoria che lo ha portato vicino alle altre formazioni palestinesi, in particolare Fatah, partito di governo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Dopo più di dieci anni al potere nella striscia di Gaza, Hamas ha esaurito il proprio capitale di alternativa alla tradizione politica palestinese incarnata da Fatah e l’Organizzazione di Liberazione della Palestina (OLP), compromessi con il fallimentare processo di pace. Divenendo un’autorità di governo repressiva, senza linee strategiche per portare avanti la causa palestinese e concentrandosi sull’obiettivo della sopravvivenza, Hamas è entrato in crisi di legittimità e rappresentazione, proprio come Fatah e le altre forze che compongono l’OLP. Sono questa crisi e l’esaurimento del proprio ruolo storico che hanno spinto Hamas ad esagerare il proprio coinvolgimento nelle proteste degli ultimi mesi fornendo, paradossalmente, punti di appiglio alla retorica del governo israeliano. In un contesto in cui la militanza all’interno delle organizzazioni politiche è in crisi da tempo, le fazioni palestinesi rivendicano legami con i protagonisti di eventi politicamente rilevanti, anche quando questi legami sono deboli o inesistenti: se una delle vittime dei cecchini israeliani aveva un parente che nel 2006 votò per Hamas, questa è una ragione sufficiente per trasformare il manifestante ucciso, nella retorica del movimento islamista, in un proprio attivo militante.

Spostando l’attenzione su Ramallah e la Cisgiordania, la crisi politica di Fatah e dell’ANP continua ad avvitarsi su sé stessa senza possibilità di soluzione. Dopo decenni di gestione clientelare e corruzione, di compromissione con le regole del processo di pace, in primis il coordinamento di sicurezza con Israele, e di smobilitazione politica, il Fatah di oggi è ben lontano dall’organizzazione fondata da Yasser Arafat alla fine degli anni ’50. Fatah è sempre più un cartello dietro il quale vertici della sicurezza e degli apparati burocratici gestiscono le rendite, economiche e politiche, derivanti dai rapporti con i donatori internazionali che tengono in piedi l’ANP e lo status-quo instaurato dagli accordi di Oslo nel 1993. Uno status quo sempre più barcollante per il quale le precarie condizioni di salute dell’ultraottantenne presidente Mahmud Abbas, rappresentano una spada di Damocle pronta a cadere. Infatti, non è chiaro chi potrebbe succedere ad Abbas, in un contesto in cui si sovrappongono competizione all’interno del partito, leggi disfunzionali a regolare le istituzioni palestinesi, la continua contrapposizione tra ANP e Hamas e gli interessi di forze statali esterne. A fronte di questa situazione e dei colpi inferti dall’amministrazione Trump allo status quo di Oslo2, l’ANP continua a cercare di porre un argine alla propria crisi di legittimità, giocando la carta del diritto internazionale. Dopo l’ottenimento dello status di membro osservatore all’ONU, lo Stato di Palestina è entrato a far parte di numerose organizzazioni e agenzie internazionali fra cui la Corte Penale Internazionale (CPI). Proprio mentre l’esercito israeliano reprimeva le proteste di Gaza nella violenza, il ministro degli esteri dell’ANP ha sollecitato la CPI ad indagare possibili crimini israeliani, anche in relazione alle attività di espansione degli insediamenti coloniali in Cisgiordania.Il tentativo dell’ANP di fare appello al diritto internazionale offre lo spunto per evidenziare uno degli sviluppi più preoccupanti della questione palestinese, ovvero il problema dell’effettivo peso ed efficacia del diritto e delle istituzioni internazionali. La capacità delle risoluzioni dell’Assemblea Generale o del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di influenzare le politiche israeliana è sempre stata limitata. Questo non solo a causa del costante appoggio fornito dagli Stati Uniti soprattutto all’interno del Consiglio di Sicurezza, ma anche per la mancanza di riguardo che Israele ha storicamente avuto nei confronti del diritto e delle istituzioni internazionali. Per fare solo qualche esempio, Israele non ha mai firmato lo Statuto di Roma, non ha sottoscritto il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare, ha ritirato la propria adesione all’UNESCO e viola costantemente le risoluzioni ONU espandendo le proprie colonie in Cisgiordania, illegali secondo il diritto internazionale. Questa situazione storica è stata ulteriormente aggravata sia da sviluppi specifici riguardanti il conflitto israelo-palestinese, sia dall’evoluzione delle altre crisi che stanno colpendo l’area mediorientale negli ultimi anni, in particolare quella siriana e yemenita. La rottura del consenso internazionale da parte dell’amministrazione Trump evidente nelle sue decisioni riguardanti Gerusalemme, fornisce, se possibile, ancora più margine al governo israeliano di ignorare le risoluzioni internazionali, sicuro di trovare una sponda a Washington laddove in passato ne avrebbe incontrato l’opposizione. Inoltre, i conflitti in Siria e Yemen hanno mostrato che è possibile perpetrare crimini di guerra di proporzioni ben più ampi di quelli commessi da Israele senza temere effettive conseguenze, come potrebbero testimoniare il governo siriano e quello saudita. È lecito quindi domandarsi quali margini di successo possa avere in questo contesto, la strategia dell’ANP, fondata sulla validità del diritto internazionale e sulle capacità di quest’ultimo di conferire all’ANP un’autorità statale che non ha mai posseduto sul terreno.

Di fronte ad una realtà così critica, la forza politica della società civile palestinese, nelle sue varie espressioni, offre qualche spunto di ottimismo. A Gaza, le mobilitazioni stanno rivendicando la propria indipendenza dalle autorità di governo di Hamas e, nelle modalità in cui si svolgono, mostrano la disparità delle forze in campo. La “grande marcia del ritorno” dimostra come continui ad esistere una base popolare per il movimento nazionale palestinese, a dispetto della repressione delle autorità israeliane e palestinesi e, soprattutto, nonostante l’impasse in cui sono invischiate le formazioni politiche palestinesi. La speranza è che questa base possa produrre una nuova leadership che articoli la propria strategia, e il dibattito politico che la accompagna, in maniera alternativa a quanto fatto finora. Una delle svolte fondamentali sarebbe ad esempio il superamento definitivo del paradigma della soluzione a due Stati, e con esso il superamento dell’equiparazione tra autodeterminazione e realizzazione dello Stato nazione. Questo significherebbe porre il conflitto nel suo contesto effettivo: quello della rivendicazione dell’uguaglianza di diritti tra i diversi gruppi etnici che vivono all’interno della stessa entità politica. Il percorso è certamente molto lungo e il contesto in cui agire estremamente avverso. Il movimento nazionale palestinese ha già vissuto fasi di rinnovamento con un lungo periodo d’incubazione, a fronte di condizioni circostanti sfavorevoli. Le fazioni che presero il controllo dell’OLP alla fine degli anni ’60 furono il frutto di un processo di mobilitazione politica della diaspora palestinese che impiegò vent’anni prima di sviluppare la forza e il discorso rivoluzionario che proiettò l’OLP sulla scena mondiale. Un processo simile è quanto mai necessario anche oggi, perché non può esistere soluzione al conflitto, se alla società civile palestinese non fa seguito una leadership politica credibile e rappresentativa.

In tempi recenti diverse marce di protesta sono state organizzate a Ramallah, la “capitale” dell’ANP, nonostante i divieti emessi dalle autorità di governo palestinesi e la repressione delle forze di sicurezza. Queste nuove manifestazioni denunciano le sanzioni che l’ANP impone da più di un anno su Gaza come mezzo di pressione su Hamas, ma che  hanno in realtà aggravato l’emergenza umanitaria nella striscia. Il comitato organizzatore, il Movimento per la fine delle sanzioni su Gaza, non ha affiliazioni politiche, ma le proteste hanno raccolto l’appoggio di organizzazioni vicine alla sinistra palestinese e Hamas. Queste nuove proteste rappresentano l’ennesimo segnale di rifiuto dello status-quo, sia esso l’assedio militare imposto a Gaza o la divisione faziosa del movimento nazionale, da parte della società civile palestinese. Il riflesso repressivo dell’ANP, proprio come quello di Israele durante le marce a Gaza, evidenzia il timore delle autorità palestinesi e israeliane di fronte a proteste che “svelano” i falsi paradigmi su cui si regge la loro legittimità. Proteste pacifiche e non “infiltrazioni di terroristi”, denuncia di un potere sclerotizzato fondato su un vacuo processo di pace, giocano ad oggi dello stesso ruolo storico di sfida ad un impasse ventennale.

Note

1 Durante la guerra del 1947-48 vennero espulsi forzatamente dalle proprie terre più di 700.000 palestinesi a seguito delle violenze perpetrate dalle milizie sioniste. Il numero dei discendenti dei rifugiati palestinesi a cui tuttora è impedito il ritorno nei loro luoghi d’origine ammonta ad oltre cinque milioni di persone.
2 Primo fra tutti lo spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme.


Per citare questo post:

Leopardi, F. S. (2018), La marcia di Gaza e i termini del conflitto, in Studi sulla Questione Criminale online, pubblicato al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/06/26/la-marcia-di-gaza-e-i-termini-del-conflitto-di-francesco-saverio-leopardi-universita-di-bologna/

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