Riceviamo a pubblichiamo una riflessione di Giuseppe Mosconi (ordinario di Sociologia del Diritto e presidente dell’Associazione Antigone Veneto) sulle misure previste in campo penale all’interno del cosiddetto “contratto di governo” firmato dal Movimento 5 Stelle e Lega.

Grazie al prof. Mosconi e buona lettura!

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Il capitolo 12 del “Contratto di governo” tra lega e 5 Stelle, in materia di giustizia penale, appare incentrato su due evidenti capisaldi: l’assunto secondo cui pene più severe e più “certe” garantiscono più sicurezza per i cittadini; la richiesta di un carcere più duramente punitivo, perché chi sbaglia deve concretamente pagare. Pene più severe vengono invocate a 360 gradi, dalla microcriminalità diffusa (furto, scippo, truffa, rapina), che provocano più facilmente allarme sociale, fino a illeciti per i quali sono state introdotte sanzioni amministrative a reati (di natura sessuale o i crimini ambientali) per i quali l’efficacia dello strumento penale è da sempre messo in discussione anche da parte delle vittime dirette degli stessi, in quanto implicano questioni particolarmente complesse più efficacemente contrastabili con altri metodi. Campeggia soprattutto un disarmante fraintendimento del principio della “certezza della pena”: non i criteri di proporzionalità e di prevedibilità, nonché, peraltro, di tenuità, che dovrebbero presiedere, nel pensiero classico, alla definizione delle pene, in contrasto con l’arbitrio assoluto ed efferato del sovrano, ma la certezza che la pena verrà espiata fino in fondo, in contrasto con le previsioni normative che ne modulano il percorso in base a variabili prevedibili e verificabili. Questo frainteso induce a ritenere fondamentale riformare i provvedimenti emanati nel corso della legislatura precedente “tesi unicamente a conseguire effetti deflattivi in termini processuali e carcerari, a totale discapito della sicurezza della collettività”. Si vogliono nella sostanza abrogare tutte le misure recentemente introdotte per far fronte al sovraffollamento, che ci ha meritato la condanna della Corte Europea dei Diritti Umani, per il carattere disumano e degradante delle nostre carceri, (misure peraltro rivelatesi gravemente inefficaci, tanto che la popolazione reclusa sta decisamente tornando a crescere), Quelle misure vengono indicate in modo inappropriato e approssimativo, con l’unico senso di affermare la necessarietà della totale espiazione della pena in regime detentivo, senza alcuna forma di abbreviazione o di alternatività. Infatti, il concetto viene ripreso più nettamente qualche paragrafo dopo, dove, in nome della solita “maggior tutela della sicurezza dei cittadini” si afferma la necessità di “riscrivere la riforma dell’ordinamento penitenziario”, con particolare attenzione alla “rivisitazione sistematica e organica di tutte le misure premiali” e ciò al fine di “garantire l’effettività del principio di rieducazione della pena”. Dunque non solo si invoca la cancellazione di tutte le misure recentemente introdotte per far fronte al sovraffollamento, ma si arriva a pretendere la cancellazione delle misure alternative, già introdotte nella riforma del 1975, mirate a implementare fattivamente un percorso rieducativo finalizzato a una effettiva reintegrazione sociale, con la consapevolezza che la pena detentiva in sé è totalmente insufficiente, se non controproducente, a questo fine. Dunque, una vera e propria controriforma, tesa a cancellare almeno cinquant’anni di graduali, per quanto moderate, innovazioni, di ricerche, di studi, di convegni, di dibattiti, di sperimentazioni; per non parlare del peraltro inutile lavoro degli Stati Generali: con l’aggiunta della “perla”, che solo l’espiazione integrale della pena detentiva garantisce, contro ogni arcinota e condivisa evidenza, l’esplicazione della funzione rieducativa della stessa. Infatti, da almeno una decina d’anni si è dimostrato il crollo della recidiva per chi gode di misure premiali alternative al carcere, con effetti ovvi di maggiore sicurezza, contro il 70% di recidiva di chi espia la pena fino in fondo. La preoccupazione dei nostri “innovatori” sembra in realtà solo quella di agitare luoghi comuni che, in contrasto con evidenza e conoscenza, parlano alla pancia della pubblica opinione, per incrementare il consenso. Ma se è ovvio che tali indicazioni porteranno a un drammatico aumento dei reclusi e al riesplodere del sovraffollamento, il rimedio, chi l’avrebbe mai detto, c’è: costruire nuove carceri; ignorando che da sempre tutto lo spazio utilizzabile nelle strutture, per quanto incrementato, si riempie fino alla saturazione secondo il noto “effetto spugna”. E poi se si pensa che solo il 10% dei reati denunciati viene effettivamente sanzionato, quante nuove carceri si dovrebbero costruire in omaggio al principio della “certezza della pena” ovviamente detentiva? Comunque, non solo più carceri, ma soprattutto un carcere più duro, a partire dalla cancellazione dal regime aperto della “sorveglianza dinamica”, quello che ha aperto spazi di socialità e promozione di attività formative, contrastando atteggiamenti passivizzanti e regressivi, come restare tutto il giorno a dormire in cella, imbottirsi di psicofarmaci, e di televisione, per non parlare di autolesionismo. E poi la chiusura dei settori “a custodia attenuata”, quelli che consentono ai tossicodipendenti di intraprendere percorsi terapeutici di recupero; un regime di 41 Bis, per i reati più gravi, ancora più rigido e irreversibile, in totale contrasto con le istanze rieducative cui ogni detenuto ha costituzionalmente diritto. È poi emblematico che l’unico mezzo di rieducazione esplicitamente menzionato sia il lavoro, prevedibilmente gratuito e obbligatorio (i.e. forzato), quando è troppo nota ed evidente la difficoltà di organizzare in carcere lavoro per tutti, nonché l’irrilevanza dello stesso ai fini di una prognosi positiva di non recidività e di una preparazione professionalizzante, nella prospettiva di un effettivo reinserimento sociale. Ma il “fiele” che ispira queste indicazioni emerge con tutta evidenza su due punti: l’abbassamento dell’età imputabile per i minori, insieme all’estensione effettiva, per gli stessi, dell’incarcerazione, con cancellazione di trent’anni di riforme in campo minorile, spazio proficuo e promettente di elaborazioni teoriche e pratiche sperimentali, decisamente innovative. Per arrivare in un gran finale, che per la verità è significativamente enunciato all’inizio di questo testo, all’estensione del principio della “legittima difesa” finalizzata a rimuovere gli “elementi di incertezza” riferiti al principio di proporzionalità tra difesa e offesa. Ciò che si intende affermare è che se un estraneo mi entra anche solo in cortile sono legittimato a sparargli, dove non solo il valore della proprietà assume evidentemente maggiore importanza di quello della vita umana; ma si istiga un clima da Far West, che scatena la gara a chi spara per primo, con evidenti conseguenze sul piano della tanto invocata sicurezza. È una vera cartina di tornasole della cultura che sottende tutte queste proposte: quella della vendetta, della giustizia come mera ritorsione, fino a poter farsi giustizia da soli, della fiducia, tutta da dimostrare, in quanto da molto tempo e variamente disattesa, nel potenziale deterrente della minaccia penale. È da chiedersi come un governo che si vuole “del cambiamento”, a tutela dei cittadini più colpiti e depauperati dalle politiche precedenti, possa concepire di sottoporre a un simile vessazioni e negazioni di civiltà proprio le fasce più vulnerabili e deprivate della società, che affollano le nostre carceri, fino a regredire a livelli premoderni. Se l’avvocato Conte si promette difensore di tutti gli italiani, se il presidente Mattarella ribadisce la centralità della Costituzione, lo dimostrino, a partire dall’attenzione verso le fasce più marginali e alla tutela dei principi dello stato di diritto. In contrasto con la banalità e pericolosità delle retoriche imperanti.

 

Giuseppe Mosconi

Ordinario di sociologia del Diritto

Presidente di Antigone Veneto