Pubblichiamo un denso e approfondito contributo di Paola Rivetti (Dublin City University) sulla genealogia della campagna refenderaria “pro-choice” che ha portato all’abolizione dell’Ottavo emendamento della costituzione irlandese. La campagna, divenuta felicemente celebre con l’hashtag #repealthe8th, ha ottenuto una vittoria straordinaria e inaspettata, grazie anche al protagonismo delle soggettività queer e migranti che hanno imposto nel discorso pubblico uno spostamento decisivo del confine del controllo sui corpi e sull’autodeterminazione da parte della Chiesa e dello stato.  

Grazie a Paola, e buona lettura!

 

“Ho seppellito la mia spilletta del referendum del 1983, finalmente siamo liberi”, riflette con le lacrime agli occhi un collega irlandese commentando i risultati del referendum del 25 maggio scorso, aggiungendo che “finché non siamo tutti liberi, nessuno è libero”. In quella giornata, la popolazione è stata chiamata alle urne per esprimersi sulla rimozione o il mantenimento dell’Ottavo emendamento alla costituzione, introdotto appunto nel 1983. L’emendamento equiparava la vita della persona gestante a quella del feto, di fatto criminalizzando l’interruzione di gravidanza e qualsiasi altro intervento medico che potesse mettere a rischio la vita del feto, anche per salvare la madre. Nel 1981, un movimento di opinione prese forza in Irlanda, chiedendo l’introduzione nella costituzione di una clausola che mettesse al riparo la legislazione nazionale dalla possibilità di una liberalizzazione in materia, vista la legalizzazione dell’aborto in diversi paesi europei durante gli anni Settanta. Due anni dopo, tale clausola divenne parte della legge fondamentale tramite referendum.

La criminalizzazione dell’aborto e il controllo sulla vita riproduttiva delle donne, esercitato anche attraverso la messa al bando dei metodi contraccettivi che divennero disponibili alla popolazione soltanto a metà degli anni Novanta, sono stati due elementi centrali nella storia irlandese. Il 25 maggio del 2018, il 66.4% delle persone con diritto di voto in Irlanda ha votato per rimuovere l’Ottavo emendamento per legalizzare l’IVG. Trentacinque anni prima, la stessa percentuale di votanti aveva detto “sì” all’introduzione dell’Ottavo emendamento.

La sensazione è che la vittoria del maggio scorso abbia messo fine a una storia nazionale caratterizzata dall’incarcerazione delle donne, dal nascondimento della loro sessualità, dalla costante denigrazione del loro ruolo pubblico e della loro autonomia – a questo proposito, ricordiamo che la costituzione contiene ancora un articolo che esplicita che il ruolo sociale della donna è tra le mura domestiche (Articolo 41.2.1). Un sondaggio prodotto dalla TV pubblica, RTE, ha rivelato che la ragione che ha spinto le persone a votare SI all’ultimo referendum è “il diritto di una donna a decidere sul proprio corpo”, suggerendo un cambiamento di valori di portata epocale. Ugualmente, l’inizio del Magdalene Justice Restorative Scheme, un progetto di giustizia riparativa per le donne che hanno trascorso la loro giovinezza nelle lavanderie Magdalene e nelle case per ragazze madri, rinforza tale idea, ovvero che  il cambiamento non è soltanto iniziato ma che procede speditamente.

Come si è arrivati a questo punto? Quale è stato il percorso di lotte e mobilitazioni che ha portato il movimento pro-choice non solo a vincere un referendum di importanza storica, ma anche a incardinare nel discorso pubblico valori progressisti e di auto-determinazione? Questo breve intervento riflette su tale processo e sulle prospettive di conflitto che si aprono ora, dopo la conclusione della campagna referendaria.

Uno dei momenti meno gioiosi di questi mesi è stato quando, a referendum vinto, il primo ministro Leo Varadkar, assunto dalla stampa italiana a “vero agente del cambiamento”, silenziando così le proteste che da decenni si tengono nel paese, ha definito il voto referendario come il punto di arrivo di una “rivoluzione tranquilla”. A parte la reazione sui social, dove sono fioccati commenti quali “Leo: quiet my arse”, questo episodio rivela il tentativo di appropriazione e silenziamento di una genealogia di proteste che invece è stata il vero motore dietro non solo alla campagna referendaria ma anche all’indizione stessa del referendum, che fino a due anni fa sembrava un obiettivo irraggiungibile. Nonostante coloro che avevano militato contro l’introduzione dell’Ottavo emendamento nel 1983 fossero rimasti attivi, fu la morte di Savita Halappanavar nel 2014 a segnare un cambiamento di passo per la campagna. Il caso di Savita, una donna migrante incinta che perse la vita a causa dell’Ottavo emendamento che ha impedito al personale medico di intervenire per salvarla, ha illuminato in maniera brutale la violenza istituzionale a cui le donne sono sottoposte una volta che rimangono incinte, una violenza che toglie loro qualsiasi controllo sul proprio corpo e sulla propria salute riducendole di fatto a un “corpo di stato”.

foto 1

[FOTO 1] Il murales eretto alla memoria di Savita

Fu in occasione della protesta, scandita dallo slogan “Never again”, per la morte di Savita che l’Abortion Rights Campaign (ARC) si formò da una costola del movimento pro-choice irlandese. In seguito, le attiviste di ARC e di altri gruppi femministi hanno occupato lo spazio pubblico con diversi tipi di protesta e azioni volte a imporre l’urgenza del tema della giustizia riproduttiva. Queste hanno messo in luce come l’Ottavo emendamento fosse rischioso per la salute delle donne e come non abbia mantenuto l’Irlanda “abortion-free”, ma semplicemente “dislocasse” migliaia di donne all’anno verso la Gran Bretagna, oltre-confine, dove l’accesso all’IVG è libero. Nel frattempo, nel 2014, un altro caso atroce ha nuovamente rimesso al centro del dibattito pubblico la violenza istituzionale contro le donne e la violenza dei confini: il caso di Ms. Y, una richiedente asilo appena maggiorenne. Giunta in Irlanda, dopo aver fatto richiesta di asilo, Ms. Y ha scoperto di essere incinta a seguito di uno stupro. Dopo essere stata arrestata in Gran Bretagna (dove era scappata cercando di accedere all’IVG) in quanto richiedente asilo e riportata in Irlanda, nonostante la donna mostrasse intenzioni suicide e avesse iniziato uno sciopero della fame, fu nutrita a forza e costretta a portare a termine la gravidanza. Altro momento importante è stata la scoperta di una fossa comune a Tuam nel 2017, dove i resti di circa 800 bambini di età inferiore ai tre anni sono stati scoperti sotto l’istituto per ragazze madri locale.

Il repertorio delle azioni e delle proteste si è diversificato nel corso degli anni, ma è fondamentale sottolineare come sia rimasto orizzontale e spontaneo. In particolare, un gran numero di gruppi auto-organizzati di donne hanno preso la parola dando vita a forme più o meno creative di protesta. È stato solo nel marzo del 2018 infatti, che la maggioranza dei gruppi attivi nel movimento pro-choice si è riunita nella coalizione Together for YES, centralizzando così il processo decisionale, il linguaggio e il messaggio e, ovviamente, la gestione logistica della campagna (stampa materiali, coordinamento gruppi di volantinaggio e porta-a-porta).

Alcune azioni dirette sono state fondamentali nel provocare una escalation della campagna. Speaking for Imelda, per esempio, un gruppo di performers femministe con base a Londra e Dublino, nel 2014 consegnò all’allora primo ministro Enda Kenny un paio di mutande con la scritta “Repeal the 8th” durante una elegante cena di beneficienza a Londra. Il video divenne virale in poche ore, dando vita alla campagna Mutande pro-choice (knickers for choice). La presenza di mutande da allora divenne un vero e proprio segno di riconoscimento della campagna.

foto 2

[FOTO 2] Mutande pro-choice

A Dublino, altri gruppi hanno rappresentato con bagagli e biglietti aerei il viaggio di molte donne irlandesi verso la Gran Bretagna. ARC, dal 2012, ha organizzato le March for Choice, un momento fondamentale di visibilità pubblica del supporto alla rimozione dell’Ottavo emendamento (nel settembre del 2017, 30.000 persone hanno partecipato alla marcia). Altro momento fondamentale è stato lo Strike for Repeal. In risposta all’appello internazionale di scioperare l’8 Marzo 2017, in diverse città irlandesi, gruppi auto-gestiti hanno bloccato il traffico e il normale svolgimento delle attività commerciali e lavorative per ore. A Dublino, tra le 12 e le 16, il ponte O’Connell in centro città è stato bloccato da circa 10.000 persone. Lo strike è stato organizzato seguendo un principio di auto-organizzazione e orizzontalità, con un riunioni aperte di coordinamento in preparazione alla giornata dell’8 marzo ma senza una regia superiore il giorno stesso. Fondamentale nell’ispirare questa giornata di azione diretta fu lo sciopero delle donne in Polonia in protesta contro la legge ulteriormente restrittiva in materia di aborto che il governo intendeva introdurre. Altre azioni meno eclatanti, ma ugualmente importanti, si sono tenute in risposta a specifiche iniziative prese da parte dei gruppi anti-choice. In particolare, nel corso del mese di maggio 2018, alcune organizzazioni anti-aborto hanno preso di mira alcuni luoghi simbolo dell’attivismo e dell’intrattenimento gay e queer nella città di Dublino, nonché alcuni ospedali ginecologici, dove si sono recati portando foto giganti di feti morti). L’azione del RadQueerResist, una organizzazione di resistenza queer, è stata quella di intervenire coprendo le gigantografie con i propri corpi e con bandiere arcobaleno, opponendo così resistenza e dimostrando la resilienza dei corpi favolosi.

foto 4.png

[FOTO 4] Rad Queer Resist coprono con i loro corpi e con le bandiere arcobaleno le gigantografie di feti morti portate dall’Istituto irlandese per la riforma bio-etica (Irish Centre for Bio-Ethical Reform, ICBR) di fronte al “George”, nota discoteca gay. La scritta sul manifesto anti-abortista recita: “Pro-equality = pro-abortion”, sottolineando il “paradosso” di chiedere diritti per le persone omosessuali ma non per i feti. (Foto di Antonella Garofalo)

L’azione del RQR è stata fondamentale, da un lato, nello svelare il background socio-culturale delle organizzazioni anti-abortiste intriso di violenta omofobia e misoginia, e dall’altro, nel rendere visibili le componenti meno “mainstream” del movimento pro-choice, spesso non rappresentate dal linguaggio e dal messaggio della coalizione Together for YES. Oltre alle soggettività queer e alle persone trans che possono aver bisogno di accedere a una IVG, altre due categorie spesso dimenticate sono le donne Travellers e le persone migranti. Queste ultime, in particolare, non rientrano nella retorica mainstream della donna irlandese costretta a viaggiare in Gran Bretagna per accedere a un aborto. Spesso infatti le donne migranti non hanno i documenti necessari per viaggiare, e una serie di fattori quali la lingua e la potenziale assenza di una forte rete di sostegno (la famiglia, ad esempio) le rendono sproporzionalmente esposte agli effetti negativi dell’Ottavo emendamento.

La condizione delle donne Travellers, una minoranza etnica presente in Irlanda e strutturalmente posta ai margini della società in termini di inclusione socio-economica, è molto simile a quella delle migranti, se consideriamo che entrambe subiscono la presenza di un forte razzismo sistemico. La comunanza di tali condizioni ha posto le basi per la nascita del gruppo Migrants and Ethnic Minorities for Reproductive Justice (MERJ), ovvero Migranti e minoranze etniche per la giustizia riproduttiva. Tuttavia, l’emarginazione socio-economica della comunità Traveller ha caratteristiche specifiche e persino il tipo di razzismo che subiscono è distinto, essendo quello contro le persone Travellers socialmente accettabile e difficilmente stigmatizzato nel discorso pubblico in generale.

foto 3.png

[FOTO 3] Strike for Repeal

foto 5.png

[FOTO 5] Propaganda anti-abortista

Parallelamente alle azioni dirette, un altro importante repertorio di azione è stato quello del racconto pubblico di storie di aborto da parte di donne. Grazie alle continue mobilitazioni, nell’autunno 2016 il governo decise di chiedere alla Citizens’ Assembly (un organo composto da ordinari cittadini/e con lo scopo di fornire raccomandazioni al governo rispetto a leggi o riforme) di esprimersi sulla rimozione dell’Ottavo emendamento – opzione alla fine sostenuta dalla CA. La CA considera testimonianze e documenti (in favore o contrari) che individui e organizzazioni possono fornire e presentare durante le sessioni. Sono state moltissime le donne che hanno portato le loro storie di aborto o di gravidanza “obbligata” di fronte alla CA – storie che sono state poi riprese dalla stampa e dai media producendo un risultato incredibile: sempre più donne infatti hanno voluto condividere la loro storia. Sulla stampa nazionale, professioniste in vista, giornaliste e politiche hanno raccontato delle loro interruzioni di gravidanza, e iniziative dal basso, come In Her Shoes-Women of the Eighth hanno raccolto e diffuso le storie di donne comuni, irlandesi o meno. Molte delle storie non solo parlavano di interruzioni di gravidanza traumatiche, vissute con stigma e vergogna, ma mettevano bene in luce le ripercussioni dell’Ottavo emendamento raccontando, ad esempio, di gravidanze problematiche portate avanti a forza e con un costo altissimo per la salute delle gestanti. Molte storie riflettevano anche sulla violenza, più o meno esplicita e sempre politica, insita nel rapporto tra partner. Queste storie hanno provocato una presa di coscienza nazionale e pubblica rispetto a quanto l’IVG fosse una esperienza diffusa, eppure nascosta, stigmatizzata, silenziata, e della necessità di garantire alle donne l’accesso a cure mediche in un ambiente sicuro che le metta al riparo da rischi fisici e psicologici. Secondo la ricerca condotta da RTE e citata in precedenza, queste donne e le loro storie hanno avuto un ruolo fondamentale nell’orientare il voto, proprio in virtù del fatto che hanno messo in luce come l’Ottavo emendamento avesse un impatto tanto esteso e negativo sulla vita di persone “vicine”: le proprie madri, amiche, colleghe, vicine di casa, figlie, nipoti.

Mentre è innegabile che il risultato di questo referendum rappresenti un elemento di speranza nel contesto politico internazionale dominato da politiche regressive, razziste e sessiste, restano tuttavia, come menzionato, delle linee di esclusione (verso le migranti, le appartenenti a minoranze etniche e le persone trans, ad esempio) che la campagna referendaria non ha smantellato. Questo tuttavia non stupisce se si mettono il referendum e la campagna referendaria stessa in un contesto storico più ampio. L’Ottavo emendamento è stato il fondamento su cui si è costruito l’apparato di controllo del corpo della donna – e l’onore nazionale, visti i toni della campagna referendaria per il NO e non solo. L’azione concertata dello stato e della Chiesa, a cui lo stato ha appaltato quasi tutti i servizi sociali reinterpretati quindi in chiave di moralità pubblica, ha costruito il corpo delle donne irlandesi come bianco, modesto e atto alla riproduzione “legittima” – pur sempre a rischio di peccato e perciò necessariamente sottoposto a una disciplina rigida.

foto 6.png

[FOTO 6] Propaganda anti-abortista. Alcune delle figure chiave della rivolta del 1916, che portò alla indipendenza irlandese dalla Gran Bretagna. Lo slogan utilizza il principio dell’uguaglianza (“L’Irlanda è una repubblica di eguali” recita l’incipit della dichiarazione di indipendenza) in chiave anti-abortista. Il giornale satirico “Waterford Whispers News” ha reagito con un articolo intitolato “Non ho una opinione precisa sul referendum, essendo morto”, frase attribuita al leader della rivolta Padraig Pearse. Il WWN ha accompagnato la campagna con articoli satirici, ironici e molto intelligenti, raccolti qui.

L’assenza dell’Ottavo emendamento apre nuovi scenari di conflittualità e nuove possibilità di cambiamento, ma allo stesso tempo produce eccedenze che non sono assorbibili nel discorso che si sta formando sul corpo delle donne e sulla loro autonomia. In particolare, le reali possibilità che l’IVG sia definito come una prestazione medica a pagamento (le cifre per ora circolate sono tra i 150 e i 300 euro) e che l’obiezione di coscienza venga introdotta nella legislazione delineano barriere potenzialmente insormontabili all’accesso all’aborto, per ragioni finanziarie e geografiche. Inoltre, le donne e uomini trans e i corpi razzializzati delle migranti non trovano spazio nel discorso mainsteam, che disegna un progetto di autonomia politica per le donne irlandesi – tendenzialmente cis, non-Traveller, bianche/non-razzializzate, e con disponibilità economica. La lotta per l’inclusione sarà quindi da portare avanti, considerando che la rimozione dell’Ottavo emendamento non interviene nel rivoluzionare le logiche strutturali di inclusione ed esclusione che restano fondamentali nel definire la società e l’identità irlandesi.

 

 

Annunci