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Pubblichiamo l’intervista di Carolina Antonucci, membro della redazione online, al Professor Luigi Ferrajoli, con il quale abbiamo voluto approfondire alcuni dei temi attualmente all’ordine del giorno dell’agenda politica del nuovo Governo a targa Lega-Movimento 5 Stelle. Vengono affrontati i temi della politica criminale e securitaria, della legittima difesa, del respingimento dei migranti, dell’eterno ritorno del carcere al centro dell’esecuzione penale e, infine, del reato di tortura. Ringraziamo Luigi Ferrajoli per questa conversazione.

Conversazione con Luigi Ferrajoli

di Carolina Antonucci

Nel 1977 la rivista La Questione Criminale, antecedente dell’attuale Studi sulla questione Criminale, organizzò a Bologna un dibattito sul nesso tra Ordine Pubblico e Crisi Economica che vide la partecipazione di pensatori da anni impegnati a riflettere sul tema del “penale”, tra cui lei. In quell’occasione sostenne che si assisteva al capzioso tentativo, da parte delle forze politiche al potere, di porre al vertice di tutti i problemi del Paese quello dell’ordine pubblico. Sottolineava, inoltre, come “lo storico incontro tra tutti i partiti dell’«arco costituzionale»” avvenisse proprio attorno al tema della sicurezza e delle nuove misure di Polizia[1].

D: A più di quarant’anni di distanza, il momento storico è assai diverso. Tuttavia alla luce del Contratto di Governo che ha permesso la nascita dell’Esecutivo nella XVIII Legislatura, il tema della sicurezza e l’uso strumentale della penalità primeggiano ancora tra le urgenze per il Paese tanto da divenire nuovamente il perno dell’alleanza tra Lega e M5S. Le sembra ancora attuale quella riflessione? Che valutazione dà dell’approccio e delle proposte in ambito criminale di questo nuovo Governo?

R: Quella riflessione è più attuale che mai, dato che la situazione è assai più grave di quaranta anni fa. Non a caso non si parlava, allora, di “populismo penale”, espressione apparsa nel dibattito pubblico soltanto qualche decennio dopo. Il tema della sicurezza e dell’emergenza era anche allora menzionato da tutte le forze politiche tra le urgenze del paese. Ma i toni erano assai meno demagogici di quelli odierni e in fondo assai più giustificati: esisteva allora, non dimentichiamolo, l’emergenza terrorismo [interno ndr], oggi scomparsa, e la criminalità mafiosa non era stata ancora seriamente aggredita dalla nostra giurisdizione penale. Oggi la mistificazione è incomparabilmente più grave. L’Italia è uno dei paesi più sicuri del mondo. Il numero medio degli omicidi ogni anno in Italia è stato di 1863 negli anni Settanta e di 2.317 nel primo quinquennio degli anni Ottanta. Ancora nel 1992 abbiamo avuto 1.442 omicidi. Oggi il numero degli omicidi è letteralmente crollato. Nel 2016 è stato solo di 397, di cui ben 149 femminicidi, cioè assassinii in famiglia ad opera di solito di conviventi. Cifre analoghe si registrano in quasi tutti i paesi dell’Unione Europea. Naturalmente, se tutti i 397 omicidi vengono raccontati da quella fabbrica della paura che è diventata la televisione, e su di essi si svolgono inchieste e dibattiti televisivi, abbiamo l’impressione di vivere nella giungla. Spaventoso è invece il numero degli omicidi in America: oltre 15.000 negli Stati Uniti, circa 29.000 in Messico e 61.000 in Brasile. Gli abitanti degli Stati Uniti si uccidono tra loro 297 volte più che in Giappone e 49 volte più che in Francia. Solo nel 2016 ci sono stati, in Usa, ben 38.000 morti per armi da fuoco, di cui oltre il 60% per suicidi. La ragione è semplice: la facilissima disponibilità delle armi sia negli Stati Uniti che in America Latina, dove tutti si armano per paura. Negli Stati Uniti in media ogni persona ha un’arma da fuoco (310 milioni di armi in possesso di 318 milioni di abitanti) dato che chiunque abbia compiuto 21 anni può acquistare una pistola e chi abbia compiuto 18 anni un fucile. Questo mercato fiorente, pagato con decine di migliaia di morti, è dovuto alla pressione delle lobby delle armi, che hanno un fatturato di circa 30 miliardi di dollari l’anno e organizzano nelle scuole corsi di formazione nelle quali si insegna ai bambini dai 3 ai 5 anni a sparare “correttamente”. In Italia e in Europa, invece, quasi nessuno va in giro armato. Personalmente non conosco nessuno, tra le centinaia di miei conoscenti, che sia in possesso di armi da fuoco. Basterebbe questo a misurare l’irresponsabilità del nostro ministro dell’interno Salvini che sta incitando le persone ad armarsi ed intende estendere ulteriormente l’uso delle armi nella cosiddetta legittima difesa. Da un maggior numero di armi non potrà che conseguire un maggior numero di morti.

D: Uno dei primi provvedimenti che ha visto l’Italia impegnata non solo sul fronte interno, ma anche su quello europeo, è stata la questione dei migranti. A una campagna elettorale che ha visto tra i temi principali la criminalizzazione dei migranti, ha fatto seguito la chiusura dei porti alle navi delle ONG che soccorrono quanti e quante cercano di raggiungere l’Europa via mare; si parla poi di continuare la politica sui rimpatri inaugurata dal Ministro Minniti e di un’estensione della detenzione amministrativa dei migranti sia da un punto di vista quantitativo che temporale. Come giudica queste posizioni?

R: La chiusura dei porti – a cominciare dal respingimento dell’Aquarius, sul quale erano stati salvati 629 migranti, di cui 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte, e poi di molte altre navi lasciate a vagare in mare con il loro carico sofferente di centinaia di persone – è stata uno degli atti più vergognosi della storia della Repubblica. Siamo di fonte a una gigantesca omissione di soccorso e alla violazione di principi elementari di diritto interno e di diritto internazionale. E’ stato anzitutto violato l’articolo 593, 2° comma del codice penale sull’omissione di soccorso. E’ stata violata la Convenzione di Amburgo sulla ricerca e il salvataggio marittimi (SAR) del 27.4.1979, entrata in vigore in Italia il 22.6.1985, che al punto 3.1.9 impone di operare i salvataggi “nel modo più efficace possibile” portando i naufraghi in un “porto sicuro”, cioè nel porto più vicino. E’ stato violato il Testo Unico sull’immigrazione del 25.7.1998 aggiornato con la legge n.3 dell’11.1.2018, il cui articolo 19 comma 1.bis vieta il respingimento di minori stranieri non accompagnati (lett. a) e delle donne in stato di gravidanza o nei sei mesi successivi al parto (lett. d), e il cui articolo 10 comma 4° vieta i respingimenti di quanti intendono chiedere asilo. Infine sono state violate la Convenzione europea dei diritti umani e la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e il diritto d’asilo, il cui esercizio è stato impedito ai loro titolari dalla chiusura dei nostri porti, equivalente alla generalizzazione della pratica illecita dei respingimenti collettivi. Tutta questa vicenda, del resto, sta svolgendosi all’insegna del disprezzo per la legalità e per i diritti umani. E’ un principio elementare del diritto del mare, oltre che delle tradizioni marinare di tutti i paesi civili, che chi rischia la vita in mare deve essere comunque salvato. Il diritto di emigrare, d’altro canto, è un diritto fondamentale stabilito dagli articoli 13, 2° comma e 14 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, dall’articolo 12, 2° e 3° comma del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966 e dall’articolo 35, 4° comma della nostra Costituzione. Tutti gli esseri umani hanno dunque diritto di lasciare il loro paese. E’ illecita, conseguentemente, qualunque operazione diretta a impedire ai migranti, mentre stanno in mare, l’esercizio di questo diritto. E’ un sequestro di persona arrestarli e imprigionarli a metà strada, quando le autorità italiane non hanno nessun potere, e peggio ancora, come pretende il ministro Salvini, portarli o riportarli contro la loro volontà in Libia, dove tra l’altro sono destinati ad essere internati in campi di concentramento e costretti a subire torture e trattamenti disumani. Si aggiunga che allorquando i naufraghi vengono soccorsi o comunque imbarcati o trasferiti su una nave militare italiana, essi si trovano in Italia e ad essi si applicano tutte le norme del diritto italiano, a cominciare da quelle sulle modalità di esercizio del diritto d’asilo e sul divieto dei respingimenti collettivi.

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       Ebbene, questo cumulo di illegalità – dobbiamo saperlo – non potrà che aggravare la catastrofe umanitaria in atto da trenta anni. Negli ultimi quindici anni sono affogati in mare 34.361 persone, di cui oltre 16.000 nel corso degli ultimi cinque. In questi stessi 5 anni, centinaia di migliaia di persone sono state salvate dalle navi della Marina militare italiana e della Guardia costiera, dalle navi delle Ong e dai mercantili di passaggio. Ma ora, a causa della preordinata omissione di soccorso decisa dal governo con la chiusura dei porti, la strage continuerà in dimensioni ancor maggiori. Poiché la Marina militare italiana sarà tenuta a distanza, le navi delle ONG sono state allontanate e i mercantili di passaggio gireranno al largo per non perdere giorni di viaggio a causa dell’impossibilità di trasferire a terra o su altre imbarcazioni i migranti salvati, altre centinaia o migliaia di naufraghi resteranno senza soccorsi e moriranno affogati.

     È questa omissione di soccorso di massa, ostentata ed esibita come il principale segno di “cambiamento”, che rappresenta il tratto principale per il quale questo sedicente “governo del cambiamento” passerà tristemente alla storia. Non è solo l’Italia, d’altro canto, ma anche, e più ancora, l’intera Europa e gli Stati Uniti che sono oggi accomunati da questa politica disumana di chiusura e di omissione di soccorso, non a caso simultanea al riemergere dei sovranismi e dei nazionalismi tra loro in conflitto. E’ pertanto su questo terreno che rischia oggi di crollare l’identità democratica dell’Italia e dell’Europa. Dell’Italia, anzitutto, che in passato si era distinta, grazie all’operazione Mare Nostrum, per il salvataggio di centinaia di migliaia di naufraghi e che oggi sta diventando la capofila dei paesi del gruppo di Visegrad. Ma anche l’identità dell’Europa, che non sarà più – non è più – l’Europa civile della solidarietà, dello stato sociale inclusivo, delle garanzie dell’uguaglianza, dei diritti umani e della dignità delle persone, bensì l’Europa dei muri, dei fili spinati, delle disuguaglianze per nascita e, di nuovo, dei conflitti e dell’intolleranza razziale. L’Unione Europea era nata contro i razzismi e i nazionalismi, contro i genocidi e i campi di concentramento e contro le oppressioni razziali. Questa identità sta oggi crollando insieme alla memoria dei “mai più” proclamati 70 anni fa contro gli orrori del passato. Le destre protestano contro quelle che chiamano una lesione delle nostre identità culturali da parte delle “invasioni” contaminanti dei migranti. In realtà esse identificano tale identità con la loro identità reazionaria: con la loro falsa cristianità, con la loro intolleranza per i diversi, in breve con il loro più o meno consapevole razzismo. Laddove, al contrario, sono proprio le politiche di chiusura e di esclusione che stanno deturpando l’immagine dell’Italia e dell’Europa disegnata dalle nostre costituzioni e dalla Carta dei diritti dell’Unione Europea.

       Va aggiunto che il ministro Salvini non ha affatto inaugurato, ma solo proseguito e sviluppato le politiche e le pratiche del suo predecessore Minniti e quelle degli altri governi europei. C’è però una rilevante differenza tra le politiche odierne dei Salvini, dei Trump, degli Orbán e dei governati del gruppo di Visegrad e le politiche del passato: la pratica genocida, che in passato veniva quanto meno negata e occultata, viene sbandierata dagli odierni populismi perché si è rivelata una fonte di facile consenso, soprattutto tra i ceti più poveri ed emarginati. E’ un veleno micidiale immesso nella società italiana. Salvini non si limita a interpretare la xenofobia, ma la alimenta e la amplifica, producendo due effetti distruttivi sui presupposti della democrazia.

In primo luogo un abbassamento dello spirito pubblico e del senso morale nella cultura di massa. Quando l’indifferenza per le sofferenze e per i morti, la disumanità e l’immoralità di formule come “prima gli italiani” o “la pacchia è finita” a sostegno dell’omissione di soccorso sono praticate ed esibite dalle istituzioni, esse non soltanto sono legittimate, ma sono anche assecondate e alimentate. Diventano contagiose e si normalizzano. Queste politiche crudeli stanno avvelenando e incattivendo la società, in Italia e in Europa. Stanno seminando la paura e l’odio per i diversi. Stanno screditando, con la diffamazione di quanti salvano vite umane, la pratica elementare di chi salva vite umane. Stanno fascistizzando il senso comune. Stanno svalutando, insieme al senso dell’uguaglianza e della dignità delle persone solo perché persone, anche i normali sentimenti di umanità e solidarietà che formano il presupposto elementare della vita civile e della democrazia.

Il secondo effetto è non meno grave e distruttivo. Consiste in un mutamento delle soggettività politiche e sociali: non più le vecchie soggettività di classe, basate sull’uguaglianza e sulle lotte comuni per comuni diritti, ma nuove soggettività politiche di tipo identitario – italiani contro migranti, prima gli italiani – basate sul rifiuto, l’intolleranza e la paura per migranti perché differenti e sul capovolgimento delle lotte sociali: non più di chi sta in basso contro chi sta in alto, ma di chi sta in basso contro chi sta ancora più in basso, dei poveri contro i poverissimi e soprattutto dei cittadini contro i migranti, trasformati in nemici contro cui scaricare la rabbia e la disperazione generate dalla crescita delle disuguaglianze e della povertà. Le politiche xenofobe contro l’immigrazione si coniugano così con le politiche liberiste che in questi anni hanno accresciuto le disuguaglianze, la disoccupazione e il precariato nei rapporti di lavoro, provocando la disgregazione delle vecchie forme di soggettività politica collettiva basate al contrario sull’uguaglianza nei diritti e sulla solidarietà tra uguali.

D: Il carcere, invece, è accusato di essere inadeguato dai due partiti di maggioranza (e non solo). Inadeguato perché poco punitivo, ma soprattutto perché, complici le norme penali, incapace di garantire l’applicazione del principio della certezza della pena. Per risolvere il primo problema la proposta del Governo è eliminare la sorveglianza dinamica. Mentre il secondo problema, la cui causa è individuata nella necessità di ridurre il numero dei detenuti a seguito delle condanne europee per il sovraffollamento, sarebbe quella di costruire nuovi istituti. Cosa ne pensa?

R: La civiltà di un paese, scrisse Montesquieu, si misura dal grado di durezza o di mitezza delle sue pene: solo i paesi incivili richiedono pene dure e terroristiche, mentre quanto più un paese è avanzato, tanto più la deterrenza penale è assicurata da pene sempre più lievi. L’idea di inasprire le pene e di costruire nuove carceri riflette una politica esattamente opposta a quella richiesta dalla ragione. In carcere ci sono soprattutto immigrati, tossicodipendenti, disoccupati o sottoccupati, in breve persone socialmente emarginate. Ciò significa che una politica razionale di prevenzione richiederebbe, oltre alla radicale messa al bando delle armi, politiche sociali, anziché politiche penali. E’ infatti evidente che chi è escluso dalla società civile – migranti clandestini, disoccupati – è disposto a farsi includere nelle società incivili del crimine organizzato, bendisposte a loro volta ad includerlo come manovalanza criminale. Ovviamente aumentare le pene e costruire nuove carceri è più facile che farsi carico delle cause strutturali della criminalità e adottare a tal fine politiche sociali di inclusione e integrazione.

D: Nel 2017 l’Italia ha finalmente inserito nel codice penale il reato di tortura. È una norma che disattende sotto molti punti di vista la Convenzione ONU in materia. Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, riprendendo riflessioni del 2015 di Matteo Salvini, oggi Ministro dell’Interno, ha però dichiarato che questo reato sarà a breve cancellato dal Codice perché le forze dell’ordine devono poter svolgere il loro lavoro.

R: È una dichiarazione vergognosa, un’offesa all’identità civile e democratica del nostro paese e alla stessa polizia, dato che esprime l’idea che il lavoro delle forze dell’ordine consista nel torturare le persone. Il reato di tortura, formulato dalla legge dell’anno scorso in termini penosamente più ristretti del crimine di tortura previsto dalla Convenzione dell’Onu, è il solo delitto di cui la nostra Costituzione impone, all’ultimo comma dell’articolo 13, l’introduzione obbligatoria. Ma evidentemente Salvini e Di Maio non hanno mai letto la nostra Costituzione.

D: Le chiediamo un’ultima battuta. Cosa pensa dell’uso della dicitura “Contratto di Governo” per definire il compromesso tra Lega e M5S che ha portato alla formazione del Governo?

R: E’ un’espressione che rivela tutto l’analfabetismo istituzionale dei partiti che, purtroppo, ci governano.

 

 

Note

[1] Si fa riferimento qui al grande dibattito che prese avvio da una lunga attività legislativa in materia di OrdinePubblico che aveva visto, da ultima, l’approvazione delle “Nuove disposizioni in materia di Ordine Pubblico” contenute nella Legge n. 533/1977. Un dibattito cui la rivista “La Questione criminale” dedicò ampio spazio e un intero volume, il n. 2 del 1977 dal titolo “Ordine e democrazia nella crisi: un dibattito interno alla sinistra” che ospitò interamente gli atti del dibattito bolognese; ad intervenire furono Franco Bricola, Vittorio Cotesta, Luigi Ferrajoli, Gaetano Insolera, Eligio Resta, Mario Sbriccoli, Tullio Seppilli, Federico Stame, Massimo Cacciari, Romano Canosa, Antonio Bevere, Umberto Romagnoli, Alessandro Baratta, Dario Melossi, Tamar Pitch, Luigi Stortoni, Alessandro Gamberini, Massimo Nobili.

 

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Per citare questo post:

Antonucci, Carolina (2018), Conversazione con Luigi Ferrajoli, in Studi sulla Questione Criminale online, pubblicato al link:

 

 

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