Pubblichiamo la recensione di Valerio Pascali (Università degli studi di Padova) al libro recentemente edito per Ombre Corte (2018), “Farsi la Galera. Spazi e culture del penitenziario”, a cura di Elton Kalica e Simone Santorso, con contributi di Alvise Sbraccia, Francesca Vianello e Alessandro Maculan. Ringraziamo Valerio Pascali per il post. Buona lettura!

“Farsi la galera. Spazi e culture del penitenziario”, a cura di Elton Kalica e Simone Santorso, Ombre Corte, 2018, pp. 212

di Valerio Pascali

Il libro che ci si appresta a recensire, edito da Ombre Corte per la collana “Etnografie” (2018), è il risultato di un percorso di ricerca etnografica all’interno degli istituti di pena di cinque regioni del centro-nord Italia. Il lavoro è stato curato da Elton Kalica e Simone Santorso i quali hanno collaborato – sia nel momento della raccolta e analisi dei dati che durante la stesura – con un gruppo di ricerca composto da: Alvise Sbraccia, Francesca Vianello e Alessandro Maculan, oltre allo stesso Santorso. Il testo è inteso come un laboratorio in cui ci si propone di studiare il carcere nel quotidiano vivere del recluso, principalmente attraverso lo sguardo del condannato. Il libro prende le mosse dal diario etnografico di Kalica sul suo periodo detentivo, fungendo in questo senso da “osservatore privilegiato dentro un mondo isolato” (p.11). Tale materiale empirico è il perno intorno al quale si articola la narrazione della quotidianità carceraria e la fonte primaria su cui poggia il lavoro di ricerca, “producendo una sociologia del condannato, del detenuto” come ha affermato Pietro Saitta, curatore e direttore scientifico della collana, durante una presentazione del libro tenutasi all’Università di Padova[1].

Il carcere, attraverso i discorsi ufficiali e la retorica mainstream, è spesso “spiato” da fuori, descritto assumendo uno sguardo esterno e non interno all’istituzione stessa.  Questo libro vuole disarticolare tale approccio grazie ad un “incrocio di sguardi” che si posano sul penitenziario, una triangolazione tra detenuto, operatore penitenziario e ricercatore. Tale impostazione, il differente ruolo e posizionamento all’interno del carcere di chi scrive, emerge anche nel tipo di strumenti utilizzati per lo studio: diario etnografico (del detenuto), interviste etnografiche (effettuate dal ricercatore esterno). Un criterio che valorizza “le angolature prospettiche di chi può raccontare il carcere raccogliendo informazioni e di chi può narrarlo nei suoi aspetti intangibili per un osservatore libero” (p.11), costituendo in questo senso il primo esempio contemporaneo di Convict Criminology italiana. La Convict Criminolgy, i cui ideatori sono Stephen Richards e Jeffrey Ross, è una corrente costituita da un gruppo di sociologi che hanno realizzato ricerche empiriche mentre scontavano una condanna. Partendo dalla propria esperienza detentiva e attraverso testimonianze orali e scritte, questi criminologi (ex-)detenuti offrono la possibilità di osservare il carcere da una prospettiva interna (p.12) assumendo una posizione critica verso le politiche carcerarie. Metodo di indagine particolarmente interessante, in quanto la ricerca nel settore carcerario ha incontrato tradizionalmente numerose difficoltà dovute alla “chiusura” del mondo penitenziario italiano.

I dati presentati nel volume, raccolti dai ricercatori in un arco temporale di circa sei anni, sono posti in continua relazione con la narrazione di Elton Kalica, in un confronto che si sviluppa lungo due dimensioni: una temporale e una spaziale. Spazio e tempo sono elementi che definiscono la quotidianità del recluso e su cui agisce l’istituzione carceraria. In primo luogo, le narrazioni di Kalica e degli altri autori presentano un rapporto diacronico tra di loro: il racconto di Kalica è precedente alle osservazioni svolte dagli altri studiosi, permettendo l’analisi della realtà carceraria nelle sue trasformazioni. In secondo luogo, la ricerca è stata svolta su di un territorio limitato, assumendo a campo di ricerca gli istituti nel loro sviluppo fisico-spaziale. Si tratta di un viaggio analitico che si inoltra in alcuni spazi ricavati dalla scomposizione (strumentale) della struttura carceraria. La cella, la palestra, l’infermeria, la scuola, la sezione detentiva, sono tutti spazi che vengono esplorati capitolo dopo capitolo per analizzare e identificare le dinamiche che governano la vita del carcere (p.20), in corrispondenza con la struttura del testo che consta di sei sezioni, tante quante sono le aree tematiche approfondite nel volume: quotidianità detentiva; disciplina; istruzione; lavoro; salute; rapporti con il mondo esterno.

Il testo si apre con la descrizione di Elton Kalica della procedura di ingresso in carcere,  intesa come incipit del volume al fine di esplicitare il cambio di status che investe il soggetto condannato e la rapidità con cui esso avviene. Il soggetto condannato introietta così il concetto di pena come processo di degradazione di status (Pavarini, 2004). Il capitolo inerente la quotidianità in carcere è scritto da Simone Santorso con il prezioso contributo di Alessandro Maculan, il quale sviluppa la sua analisi assumendo la prospettiva della polizia penitenziaria. Nel descrivere le mansioni e il ruolo – all’interno delle sezioni detentive – del personale di polizia, Maculan pone in evidenza due aspetti: il modo in cui il potere discrezionale degli agenti ricopra una funzione molto importante nella quotidianità detentiva (Sarzotti, 2000), e come la logica della premialità non si manifesti solo in maniera formale (attraverso la possibilità di accedere ai benefici penitenziari) ma anche nelle relazioni quotidiane tra staff e detenuti (p.44); in questo senso potere discrezionale e premialità divengono dispositivi di controllo e gestione della popolazione detenuta. La seconda parte del capitolo segna un cambio di registro: lo sguardo proposto è quello dei detenuti e non più quello degli agenti. In un’istituzione totale (Goffman, 1961) come il carcere, la giornata di un detenuto si sviluppa attraverso uno spazio finito e totalizzante, ed è scandita da un tempo etero-diretto (p.52-53). Nella capacità di “costruirsi la cella”, che rappresenta l’unità base dell’organizzazione informale del carcere, e nella necessità per il detenuto di scandire la giornata – in quanto il tempo è percepito come statico, caratterizzato dal momento dell’attesa – sono ravvisabili i primi tasselli del “processo di prigionizzazione” (Clemmer, 1940), ovvero il processo tramite cui il detenuto è portato ad adattarsi progressivamente alla comunità carceraria facendo propri i costumi, la cultura e i codici del carcere.

I dispositivi di sorveglianza e disciplinamento articolano ciò che Santorso, nel secondo capitolo, definisce controllo sociale carcerario. Con l’applicazione delle circolari n.206745-Linee Direttive del 30 maggio 2012 e n.36997-Linee Programmatiche del 29 gennaio 2013, che introducono il “regime a celle aperte” anche in media sicurezza e la c.d. sorveglianza dinamica, mutano in maniera rilevante le dinamiche del controllo (sociale carcerario), sia nella sua declinazione formale – la sorveglianza da parte della polizia penitenziaria – sia in quella informale – le dinamiche relazionali tra detenuti (p.73). Per il detenuto cambia anche il parametro spaziale, che se prima era costituito dalla cella ora diviene la sezione detentiva.

Il tema dell’istruzione in carcere e del lavoro penitenziario sono sviluppati, rispettivamente nel terzo e quarto capitolo, attraverso il continuo confronto tra Francesca Vianello e la narrazione di Kalica. Il trattamento penitenziario si basa principalmente su tre elementi: istruzione, lavoro e religione. La partecipazione alle attività scolastiche può rivelarsi una risorsa essenziale come strategia, agita dal recluso, per alleviare le sofferenze della detenzione (uscire dalla cella, passare il tempo), e non in termini strettamente di istruzione. Si tratta tuttavia, precisa Vianello, di un diritto di fatto inesigibile (p.100), subordinato alle esigenze gestionali del carcere, che spesso collide con altre attività, ad esempio il lavoro. Finalità dichiarata del lavoro in carcere è la rieducazione ai fini del reinserimento sociale, ma nella trattazione lo sguardo del ricercatore si sposta sulle “funzioni altre” del lavoro inteso come: pratica disciplinare e afflittiva, produttore di ordine, strumento premiale. In conclusione del capitolo si sottolinea lo stretto legame tra accesso al lavoro e recidiva, caratterizzato dal fatto che il lavoro all’interno del contesto penitenziario non ha alcuna influenza nell’aumentare le reali possibilità di impiego all’esterno in maniera funzionale al reinserimento sociale.

Il quinto capitolo, redatto da Alvise Sbraccia e Elton Kalica, è dedicato al tema della sanità penitenziaria. I contributi etnografici con cui si apre il capitolo sono relativi al periodo di transizione e riforma che ha attraversato tale comparto, non più collocato nel campo amministrativo del ministero di Giustizia, bensì nell’area di competenza delle Asl di riferimento. Tratti innovativi della riforma, precisa Sbraccia, sono stati la parificazione del trattamento sanitario in riferimento ai residenti sul territorio e la sottrazione di medici e infermieri dal controllo gerarchico dell’amministrazione penitenziaria. Il tema della salute in carcere assume il “carattere estensivo di contenimento del malessere” (p.165), presupposto cognitivo su cui poggia la trattazione. Si evidenzia l’inquinamento delle prassi cliniche in senso punitivo, in quanto il paziente-detenuto è investito da una strategia che sembra orientata alla deterrenza, come dimostrano i racconti inerenti l’esperienza del dolore che sembra essere procrastinata con valenza pedagogica. Riemerge il concetto di supplizio “come surplus di patimento derivante dai ritmi e dalle modalità delle risposte sanitarie in carcere” (p.141 – Gallo e Ruggiero 1989; Baccaro 2003).

Nella sesta e ultima sezione Alessandro Maculan affronta un altro aspetto importante dell’esperienza detentiva: i contatti con il mondo esterno. Questi ultimi consistono nei colloqui con i familiari, ed è proprio nell’analisi della gestione dei rapporti tra i detenuti e i propri familiari che si propone il rapporto tra polizia penitenziaria e detenuti: nella possibilità di effettuare telefonate e di ricevere e inoltrare la corrispondenza; nel recarsi all’udienza intesa come momento extramurario. L’analisi di questi momenti è nuovamente svolta attraverso la tripartizione di sguardi detenuto – operatore – ricercatore.

Il libro rappresenta un percorso conoscitivo che conduce il lettore all’interno del carcere, durante il quale “prendono la parola” i vari attori sociali che attraversano il penitenziario. Aspetto importante e non trascurabile, in quanto il materiale empirico raccolto non è posto in una dimensione oppositiva (nel senso di mera contrapposizione di contenuti) in relazione alle fonti, rappresentando così “un contributo di conoscenza integrata sul carcere” (pag.14). Questa contaminazione tra discorsi, punto di forza della ricerca, è lo strumento che consente ai ricercatori di far emergere le criticità e gli effetti negativi della detenzione anche dai discorsi e dai contributi di chi è parte dell’istituzione penitenziaria.

In conclusione, il testo ha il merito di decostruire il discorso ufficiale sul carcere con approccio scientifico e mai “politico”, se non nella misura in cui sono chiamati in causa i diritti umani. Attraverso le narrazioni di chi è stato – ed è – recluso è prodotta un’analisi critica e attuale del penitenziario in chiave Convict. Da ultimo, nell’attuale assetto socio-culturale, dove il penitenziario è assunto “come architrave simbolico del securitarismo e viene ridefinito come strumento bellico di neutralizzazione dei soggetti e gruppi eccedenti, radicalmente altri. Nemici.” (pag.25), il testo, frutto di una messa in rete tra differenti attori sociali, offre al lettore ottimi strumenti teorico – analitici per comprendere cosa voglia dire “farsi la galera”.

Bibliografia

Baccaro L. 2003, Carcere e salute – Edizioni Sapere, Padova

Clemmer D. 1940, The Prison Community – Holt, Rinehart and Winston, New York

Gallo E. – Ruggiero V. 1989, Il carcere immateriale – Sonda, Torino

Goffman E. 1961, Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza – Einaudi, Torino

Pavarini M. – Guazzaloca B. 2004, Corso di diritto penitenziario – Edizioni Martina, Bologna

Sarzotti C. 2000, Carcere e Cultura Giuridica: l’Ambivalenza dell’Istituzione Totale, in “Dei Delitti e delle Pene”

Note
[1] La presentazione si è tenuta il 7 maggio 2018 a Padova, presso il dipartimento di filosofia, sociologia, pedagogia e psicologia applicata – FISPPA. http://www.slang-unipd.it/eventi/farsi-la-galera-spazi-culture-del-penitenziario/


Per citare questo post

Pascali, V. (2018), “Recensione di “Farsi la galera. Pratiche e culture del penitenziario” a cura di Elton Kalica e Simone Santorso, post pubblicato in Studi sulla questione criminale online, consultabile all’indirizzo: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/09/06/recensione-di-farsi-la-galera-spazi-e-culture-del-penitenziario-a-cura-di-elton-kalica-e-simone-santorso-di-valerio-pascali-universita-degli-studi-di-padova/

 

Annunci