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Il governo delle migrazioni è sistematicamente al centro di continui mutamenti sia dal punto di vista delle normative di riferimento e delle loro modalità di applicazione, sia da quello delle prassi, anche extra-giuridiche, di controllo sociale. Pubblichiamo il seguente contributo di Omid Firouzi Tabar, nostro redattore, che cerca da una parte di fare il punto della situazione in cui ci troviamo attualmente e dall’altra di analizzare le caratteristiche del Decreto Salvini e ipotizzarne le ricadute politiche e sociali. Buona lettura!

Il DL Salvini tra nuovi internamenti e “irregolarizzazioni” di massa: vecchi ingranaggi di controllo che ritornano

di Omid Firouzi Tabar

Partiamo da un dato che si pone come condizione necessaria per interpretare le attuali linee di tendenza delle politiche di controllo dei movimenti migratori: oggi – a quasi 10 anni dall’ultima consistente sanatoria attuata dal Governo Berlusconi, considerando la marginalità di uno strumento come il “decreto flussi” e naturalmente alla luce di una consistente crescita degli approdi tra il 2014 ed il 2017 – la richiesta di protezione internazionale o sussidiaria rappresenta l’unica porta di ingresso regolare in Italia.

Il quadro legislativo, quello politico/amministrativo e poliziesco si muovono da alcuni anni, attraverso molteplici strategie, individuando il richiedente asilo (distinta dal “migrante economico”) come figura assoluta di riferimento. È la centralità di questa figura giuridica che il DL Salvini farà traballare, con un salto di paradigma che ci riporterà al tipo di governance sperimentato in Italia tra la fine degli anni ’90 e i primi anni 10’ del nuovo secolo. Tempi in cui paure e insicurezza venivano sistematicamente costruite intorno alla figura del “clandestino”. Ma inquadriamo la situazione attuale prima di ipotizzare ciò che potrebbe affacciarsi sulla scena nei prossimi mesi.

Normative attuali e centralità della figura del “richiedente”

L’Unione Europea ha cercato di “comunitarizzare” la regolamentazione dell’Asilo attraverso le Direttive 32/33 del 2013. Queste, dal punto di vista procedurale, indicano ai paesi membri di rispondere alla domanda di asilo in tempi rapidi e di prendere in forte considerazione la specifica situazione e traiettoria biografica dei soggetti, compresa la parte riguardante il percorso migratorio verso l’Europa; per quanto riguarda, invece, il funzionamento dell’accoglienza troviamo qui una visione decisamente estensiva dell’insieme dei diritti del richiedente – in particolar modo per i soggetti “vulnerabili” – e, dunque, molti vincoli ed obblighi spettanti le autorità istituzionali di riferimento e gli enti gestori. Oltre ai diritti primari come la protezione socio-sanitaria, l’apprendimento della lingua ed il supporto legale, nella Direttiva viene specificato che chi organizza l’accoglienza ha l’obbligo di attivare programmi specifici per l’accesso al mercato del lavoro e per l’integrazione sociale.

Queste leggi vengono recepite dall’ordinamento italiano attraverso il Decreto Legislativo 142/2015 – il primo provvedimento nazionale che si occupa dell’intera filiera dell’accoglienza – applicando le prescrizioni della Direttiva; le novità riguardano soprattutto la sistematizzazione normativa della gestione emergenziale, attraverso l’introduzione dei centri di accoglienza straordinaria (CAS), e la normalizzazione di un modello che di fatto si sostituisce alla gestione pubblica e ordinaria rappresentata dagli SPRAR. Il Decreto contiene poi l’indicazione degli elementi di funzionamento dei grandi centri di prima accoglienza (CPA), sottolineando che proprio per via della compito che devono assolvere devono ospitare i soggetti per periodi estremamente brevi.

La Legge 46/2017 (Minniti-Orlando), invece, interviene in materia in senso ulteriormente “restrittivo” soprattutto per ciò che concerne le procedure: elimina l’appello in sede giudiziaria e, dunque, indica sempre più le Commissioni territoriali come sede decisiva di riferimento per l’esame delle domande. Inoltre, istituisce – in sostituzione dei vecchi CIE – i centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) con l’intenzione di rafforzare il contrasto ai cosiddetti “migranti economici”.

La cornice più generale di riferimento, dentro cui tutto questo si inserisce, è il Regolamento di Dublino che – per contrastare il cosiddetto “asylum shopping” e i “movimenti secondari”– impone al primo paese europeo di approdo l’obbligo di occuparsi del giudizio della domanda di asilo e dell’accoglienza del richiedente.

Queste dunque, in sintesi, le norme di riferimento orientate al governo della figura del migrante, socialmente e politicamente costruito in quanto “richiedente asilo”, e al funzionamento di un dispositivo definibile ancora oggi, alle porte della svolta salviniana, come paradigmatico e cioè quello dell’accoglienza; questo sembra funzionare come vero e proprio laboratorio ben collaudato di tecnologie di controllo, inclusione differenziale e disciplinamento che da alcuni anni si prende in carico la quasi totalità dei soggetti sbarcati.

A tutto ciò si aggiungono approcci emergenziali di contenimento e selezione dei movimenti migratori come gli “hotspot” e strumenti di carattere amministrativo come le circolari ministeriali che, ancor più dentro l’attuale cornice emergenziale e in considerazione del ruolo centrale di Prefetture e Questure, assumono una certa rilevanza nella gestione del fenomeno nei territori. Questo quadro normativo di riferimento intreccia, come del resto il diritto è spesso orientato a fare nei contesti del capitalismo occidentale, la previsione di una sfera di diritti – che nel caso del richiedente sono anche piuttosto dettagliati – con prescrizioni volte a materializzare controllo e disciplinamento.

C’è da dire che, nonostante le costanti e diffuse “resistenze” dei migranti stessi e delle realtà solidali che mantengono “aperto” questo campo di conflitti, la tutela di questa sfera di diritti viene diffusamente disattesa. Ciò avviene o per le ormai normalizzate deroghe agevolate dalla cornice emergenziale, oppure per una violazione tout court delle leggi da parte degli enti gestori o delle stesse autorità istituzionali1. Laddove, invece, i riferimenti legislativi afferiscono agli obblighi comportamentali dei richiedenti – alla limitazione della loro libertà di movimento e, più in generale, alla sfera del controllo e della punizione – l’osservanza del diritto diventa decisamente più rigida e minuziosa, anzi le azioni repressive e punitive eccedono in molti casi i limiti considerati dalla legge stessa.2

La trappola sociale rappresentata dall’accoglienza, la violenza che caratterizza molti suoi contesti di segregazione e la sua capacità di mettere in atto processi di docilizzazione e infantilizzazione mostrano come il quadro delle norme sull’Asilo e le loro “flessibili” dinamiche di applicazione siano, tutto sommato, saldamente orientate a un modello generale di governance che punta efficacemente a negare o “precarizzare” i diritti dei migranti, a inibirne l’autodeterminazione e a materializzare processi intrisi di stigmatizzazione, disciplina e ipersfruttamento. Questo ingranaggio di controllo ben congegnato e collaudato nei territori sembra però non bastare a Salvini.

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La “pacchia” è finita

Il DL Salvini, firmato senza riserve sostanziali da Sergio Mattarella, riconfigurerà la situazione attuale attraverso alcune soluzioni che tenderanno a ridimensionare radicalmente la centralità della figura del richiedente asilo e a produrre un nuovo processo di iper-irregolarizzazione di soggetti finora inquadrati nel contesto dell’accoglienza e del diritto d’asilo.

Il provvedimento principale, che aprirà le porte di questo piccolo salto paradigmatico, è quello che prevede la cancellazione della “protezione umanitaria” che non potrà essere più concessa, ma neppure rinnovata per chi già ne è titolare. Se pensiamo che durante il 2017 circa il 40% delle domande di protezione hanno avuto esito positivo e che di queste circa il 60% sono protezioni umanitarie, capiamo la portata dell’attacco che viene portato all’istituto dell’Asilo e alla possibilità di essere regolarizzati. Considerando poi che, sempre in riferimento a quell’anno, i 19 mila migranti che hanno ottenuto questo permesso non potranno più rinnovarlo e quindi verranno “irregolarizzati”. Un attacco che si completa attraverso altri tre provvedimenti che mineranno i diritti dei migranti.

Il sistema SPRAR non potrà più accogliere i richiedenti, ma soltanto i pochi titolari di protezione internazionale, verrà di fatto eliminato il patrocinio gratuito con effetti devastanti sulla delicata e già problematica sfera del supporto legale, verrà aperta la possibilità della revoca della protezione, con l’effetto di ulteriori “irregolarizzazioni”, nei confronti di soggetti condannati per una gamma ancora più allargata di reati, tra cui l’offesa a pubblico ufficiale, e verrà preclusa la possibilità ai richiedenti di iscriversi all’anagrafe e dunque di ottenere la residenza, con un insieme di possibili gravi conseguenze soprattutto per i diritti socio-sanitari e per l’inclusione sociale dei migranti nei territori. Viene, infine, previsto il ritiro del permesso di soggiorno temporaneo per i richiedenti che decidessero di reiterare la domanda di asilo in sede di Commissione, un’altra misura che produrrebbe in breve periodo un’ ulteriore crescita di migranti “irregolarizzati”.

Eliminare la protezione umanitaria significa, inoltre, affermare il disinteresse dello Stato a occuparsi di molti soggetti “vulnerabili” e, nel non considerare le gravi violenze psico-fisiche subite dalle/dai migranti in Libia e durante il percorso migratorio come meritevoli di tutela, legittimare le stesse dal punto di vista politico e culturale. È in questo senso che ad esempio il DL legittima la violenza subita, soprattutto nei campi libici, da molte migranti – e più in generale la violenza di genere: donne che proprio nello strumento della protezione umanitaria potevano trovare una forma di protezione giuridica e di riconoscimento di tali violenze.

Il Decreto decide poi di aumentare i fondi per il rimpatrio, a scapito dei già insufficienti investimenti previsti per l’accoglienza, e quella di rafforzare ancor più l’organizzazione dei centri di permanenza e rimpatrio (CPR) – in cui il periodo di “trattenimento” viene allargato da 90 a 180 giorni – centri ideati dal precedente Ministro Minniti proprio per occuparsi dei migranti in condizione di irregolarità che, in questa nuova fase, potrebbero essere al centro di un nuovo “grande internamento” ( nelle carceri e nei CPR) che comprenderà largamente proprio quei soggetti espulsi dallo status di richiedente o titolare di protezione. Viene anche previsto che qualora i posti disponibili in tali strutture fossero insufficienti il migrante irregolarizzato potrebbe essere trattenuto in altre strutture predisposte da Questure e Prefetture, spazi rispetto ai quali non viene chiarito nulla in termini della tutela e delle garanzie giuridiche del soggetto trattenuto.

Non è difficile individuare nella strategia di Salvini l’obiettivo propagandistico di consolidare ulteriormente il clima populista di razzismo e xenofobia nei confronti del migrante, meticolosamente costruito come nemico pubblico e capro espiatorio.

La pacchia è finita, così aveva promesso mesi fa il Ministro degli Interni. Ed è così che, dopo la “pacchia” dell’accoglienza e degli sbarchi facili, si torna al vecchio schema: sembra, infatti, riaffacciarsi quel paradigma sicuritario nel quale sia l’inclusione selettiva dei migranti – funzionale al loro ipersfruttamento nel mercato del lavoro –, sia la stigmatizzazione dei loro corpi e della loro vita – finalizzata alla cristallizzazione delle preoccupazioni e insicurezze degli autoctoni –, avvenivano intorno alla figura del “clandestino” e del binomio “clandestino/regolare”. Uno schema forse più funzionale agli ingranaggi della poco sofisticata retorica e sfera operativa di Salvini, che vuole così liberare il campo dagli intoppi rappresentati dalle garanzie che, perlomeno sulla carta, le norme italiane ed europee associano al migrante nel quadro del diritto d’Asilo. Nel farlo – e mi sembra questo un punto decisivo – il legislatore non solo mette mano sulle disposizioni in materia in senso restrittivo, ma – coi provvedimenti elencati prima – punta a togliere letteralmente dalla scena la figura giuridica stessa di riferimento.

L’ipotesi insomma è che Salvini, nel “managment” delle migrazioni, preferisca decisamente l’opzione rappresentata dal governo del “clandestino”: un soggetto definitivamente spogliato di ogni tutela giuridica, un soggetto che – attraverso le prevedibili consistenti operazioni di criminalizzazione e di probabile confinamento in strutture di detenzione amministrativa – ben si presta all’opzione populista che imperversa in Italia e in Europa. È in continuità con questa postura che va letto il recente utilizzo politico della legge penale rispetto alla sfera delle “resistenze” in campo. Parliamo dell’arresto del sindaco di Riace e della criminalizzazione delle O.N.G. impegnate a salvare vite umane nel Mediterraneo, eventi che rafforzano una fattispecie di reato, il “reato di solidarietà”, che viene de facto utilizzato per colpire le pratiche antirazziste e solidali.

Ambivalenze del Diritto e l’elemento sfuggente

Questa natura ambivalente delle norme orienta il diritto, in materia di immigrazione, a essere funzionale a una ibridazione tra dinamiche di mera segregazione/esclusione e processi più soft di docilizzazione/infantilizzazione, ma allo stesso tempo apre specifici appigli normativi e certi margini di manovra per le “buone pratiche” diffuse nei territori e per le azioni dei migranti stessi nel rivendicare le libertà e i diritti di cui sono titolari.

Il diritto è uno strumento tutt’altro che “neutrale” e “oggettivo”. Esso è concepito – e tende inevitabilmente a operare nella sua essenza così come nella sua applicazione – come funzionale agli interessi della governance capitalistica dei processi sociali. È altrettanto vero, però, che ha storicamente presentato anche la possibilità di essere forzato e piegato alle esigenze e desideri dei soggetti che – nel nostro caso, nella cornice del diritto di Asilo – hanno cercato di trovare potenziali appigli per portare avanti le loro rivendicazioni e dare corpo al loro desiderio di emancipazione contro la iper-marginalizzazione sociale, cui il paradigma populista li vorrebbe costringere. Il DL Salvini sembra intenzionato a liberare il campo da questa incombenza. La ratio di questa riforma legislativa sembra essere quella di restringere radicalmente tutele e diritti dentro il quadro dell’accoglienza e contemporaneamente produrre un nuovo esercito di irregolari, soggettività posizionate nettamente fuori dal quadro normativo, soggettività alla mercé esclusiva dell’azione dell’esecutivo, delle Prefetture, delle polizie e di tutti gli attori che si attiveranno per rafforzare il ruolo del “dispositivo razziale” nella produzione di nuove linee di controllo e segmentazione sociale.

Queste linee di tendenza possibili sono naturalmente al centro di tensioni e conflittualità prodotte da scelte e condotte soggettive spesso impreviste e imprevedibili, di certo poco inquadrabili in termini lineari nel quadro delle prescrizioni normative. Ci riferiamo non soltanto alle lotte e resistenze, spontanee oppure organizzate, ma a quell’universo frastagliato di scelte soggettive che sostanziano e rendono meglio comprensibile il concetto di “autonomia delle migrazioni”; scelte come quella di rinunciare volontariamente ai “benefici” dell’accoglienza e, dunque, di rifiutare l’offerta di assistenza/disciplina in favore di una esistenza più libera, così come quella di fuoriuscire dalle tutele normative dell’Asilo, sfidare il Regolamento di Dublino e, con il rischio consapevole di incorrere nella “clandestinizzazione”, cercare di sperimentare nuovi percorsi di mobilità ed emancipazione sociale in altri paesi dell’Europa.

 

Note

1 Emblematico in questo senso ciò che è accaduto nei centri di prima accoglienza di Cona e Bagnoli, rispettivamente nelle Province di Venezia e Padova. Nonostante le prescrizioni normative ( art. 9 D.Lgs 142/2015) che indicano come tempo di permanenza in tali centri quello strettamente necessario alle operazioni di identificazione e di verifica di eventuali vulnerabilità del soggetto, in una ricerca di indagine etnografica è stato verificato che il tempo medio di permanenza si attesta intorno all’anno e mezzo, intrappolando il richiedente in una prolungata e “illegale” condizione di segregazione sociale e territoriale. Sempre a Padova troviamo, poi, la Prefettura stessa indagata con l’ipotesi di avere commesso reati per orientare le gare d’appalto e una Cooperativa (la Edeco) indagata da più procure per reati come riciclaggio, falsificazione di documenti e maltrattamento. Ancora più diffusa è la tendenza degli enti gestori a non rispettare gli standard dell’accoglienza difficilmente verificabili all’interno della gestione emergenziale del fenomeno.

2 In questo caso ci riferiamo principalmente alle restrizioni alla libertà di movimento conseguenti all’applicazione del Regolamento di Dublino, ma anche – in riferimento al contesto delle Province di Venezia e Padova – a decine di provvedimenti di espulsione dei migranti dall’ accoglienza basate su futili motivi, in gran parte alla partecipazione dei migranti a episodi di protesta nei confronti della violazione sistematica dei loro diritti primari.

 


Per citare questo post

Firouzi Tabar O. (2018), “Il DL Salvini tra nuovi internamenti e “irregolarizzazioni” di massa: vecchi ingranaggi di controllo che ritornano, Studi sulla questione criminale online, consultabile al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2018/10/12/il-dl-salvini-tra-nuovi-internamenti-e-irregolarizzazioni-di-massa-vecchi-ingranaggi-di-controllo-che-ritornano-di-omid-firouzi-tabar-universita-di-padova

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