Nel giorno della mobilitazione nazionale contro il Ddl Pillon, pubblichiamo questo contributo di Ilaria Boiano sulla nuova ondata di  attacchi reazionari alla legge 194/1978 e all’autodeterminazione delle donne da parte delle organizzazione neo-fondamentaliste.  In particolare, qui si analizza la ratio politica a giuridica delle mozioni “pro-vita” che da Verona a Ferrara a Roma sono state presentate per riconoscere simbolicamente – e finanziariamente – le associazioni che contribuiscono a rendere l’interrruzione volontaria di gravidanza un calvario per moltissime donne. 

Ringraziamo Ilaria, buona lettura!

Il 4 ottobre il Comune di Verona ha approvato una mozione recante «iniziative per la prevenzione dell’aborto e il sostegno alla maternità nel 40° anniversario della legge 194 del 1978».

L’atto richiama l’articolo 2 dello Statuto comunale che sancisce la tutela della vita di ogni persona dal concepimento alla morte naturale, e continua con le linee programmatiche 2017-2022 delle politiche di sostegno della famiglia. Nel testo della mozione sono richiamati articoli della legge 22 maggio 1978, n. 194 recante «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza», disapplicata, secondo i redattori del testo, sotto i seguenti profili:

a) la 194/1978 avrebbe incoraggiato il ricorso all’aborto quale strumento contraccettivo senza debellare l’aborto clandestino»;

b) le pressioni di gruppi ideologizzati vanificherebbero le iniziative pubbliche dell’assessorato alla sanità del Veneto, l’opera dei volontari per garantire informazioni su alternative all’Ivg e limitano l’esercizio dell’obiezione di coscienza, che non costituirebbe affatto ostacolo all’accesso all’aborto;

c) il limite all’aborto nei primi novanta giorni di gestazione sarebbe sistematicamente violato;

d) gli aborti legali effettuati dal 1978 ad oggi sarebbero circa sei milioni, ai quali si aggiungerebbero «uccisioni nascoste» prodotte dalle pillole abortive, fautrici della “cultura dello scarto” insieme alle diagnosi prenatali, causa della crisi demografica in Italia;

e) sarebbero aumentati gli aborti tra le minorenni;

f) non sarebbero pubblicizzati i dati scientifici relativi alle conseguenze sulla salute fisica e psichica della donna a causa dell’aborto.

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In ragione di tali motivazioni, documentate apportando informazioni provenienti da organizzazioni militanti per la reintroduzione del divieto assoluto di aborto, il consiglio comunale impegna il sindaco e la giunta ad allocare «congruo finanziamento» per il sostegno di associazioni e progetti – chiaramente identificati nella mozione – che operano sul territorio del Comune di Verona, a promuovere il progetto “culla segreta” stampando e diffondendo manifesti pubblicitari, e a proclamare Verona “città a favore della vita”.

Il tema è così proposto all’opinione pubblica attraverso falsificazioni e, sulla base delle stesse, un ente locale ha impegnato risorse pubbliche: il rapporto ISTAT La salute riproduttiva delle donne pubblicato nel 2017 registra infatti un decremento del ricorso alla pratica medica del valore relativo di 6,3 casi per mille, ben lontano dai 16 eventi dei primi anni Ottanta, collocando l’Italia tra i Paesi a sviluppo avanzato con un più basso ricorso all’aborto volontario (ISTAT, 2017, pp.79 ss.).

Con un superficiale copia e incolla, mozioni con il medesimo schema e identica finalità concreta perseguita, ossia l’allocazione di risorse pubbliche per iniziative e progetti di enti e organizzazioni impegnate nel contrasto dell’accesso delle donne alla pratica medica dell’aborto, sono state presentate a Milano, Ferrara, Sestri Levante, Roma.

I quarant’anni trascorsi dall’entrata in vigore della legge 194/1978 sono stati decenni impiegati da gruppi organizzati, tristemente trasversali a diverse aree politiche, nella realizzazione graduale ma costante di una strategia volta, da un lato, a rendere la cornice legislativa esistente inefficace e, dall’altro lato, a sfaldare progressivamente quell’alleanza che negli anni Settanta vide la società italiana compatta, malgrado le diverse sensibilità religiose e politiche, nel perseguire libertà di autodeterminazione di tutti e tutte nella sfera privata e familiare.

Ridefinendo la cornice discorsiva di riferimento attraverso una comunicazione interamente incentrata sulla tutela della vita «sin dal concepimento alla morte naturale», in Italia, così come in altri paesi europei[1], seguendo le orme dei legislatori sudamericani[2], è ormai in corso la delegittimazione sociale dell’accesso delle donne all’aborto, presupposto per modificare il quadro normativo. La legge 194/1978, come è noto, non sancisce “il diritto all’aborto”, bensì prevede delle eccezioni alla sua punibilità nel quadro di una serie di misure sociali volte a sostenere la maternità. Questo tipo di impianto normativo, attenuando il divieto penale con la previsione di casi tassativi nei quali la legge “consente” l’accesso all’aborto, fu l’esito di una mediazione tra il divieto assoluto, la libera scelta delle donne subordinata ad alcune prescrizioni e il regime della completa depenalizzazione[3]. La direzione assunta dalle recenti iniziative politiche promosse a livello locale rivela l’intento di giungere ad abrogare le eccezioni alla punibilità dell’interruzione di gravidanza previste dalla legge 194/1978 e costituzionalizzare la tutela della vita «dal suo concepimento», aprendo così la strada all’introduzione dei cosiddetti crimini riproduttivi che codificano l’antagonismo tra donne e feto, ritenuto potenzialmente in pericolo se lasciato in balia delle determinazioni delle donne in gravidanza (T. Pitch, 1998, p.84).

In parlamento pende infatti il disegno di «Legge quadro sulla famiglia e per la tutela della vita nascente» (c. 388; s. 547) che riconosce il concepito «componente del nucleo familiare» ai fini delle misure assistenziali e fiscali, e intende riorganizzare i consultori, modificandone la sostanza e la finalità, che diviene la tutela della maternità e del concepito: spariscono le donne, la libertà di autodeterminazione e la stessa gravidanza come condizione inscindibile dalla volontà delle singole.

Lo schema delle mozioni offre una guida di lettura della strategia in atto: con una descrizione distorta del fenomeno, si supportano pratiche di normalizzazione degli ostacoli che impediscono sistematicamente l’accesso delle donne all’aborto e ciò accade in un clima di stigmatizzazione delle donne e delle figure professionali. Così si giustificano allocazioni di risorse a favore di organizzazioni e progetti che minano l’effettività dell’accesso delle donne all’aborto ovvero lo rendono particolarmente umiliante e doloroso, costellando il percorso di infiniti colloqui e valutazioni psicologiche, e ciò a dispetto di severi rilievi mossi in sede internazionale: ripetutamente il Comitato CEDAW (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women) ha espresso preoccupazione per il fardello burocratico e medico imposto alle donne che in Italia decidono di abortire, segnalando l’assenza di misure economiche e sociali volte a sostenere la maternità e i diritti delle donne lavoratrici in gravidanza. Il Comitato ha pertanto raccomandato all’Italia di individuare azioni volte a ripristinare un servizio sanitario pubblico adeguato a tutelare il diritto alla salute delle donne, compresa quella sessuale adottando misure volte a controbilanciare gli effetti dell’obiezione di coscienza dal personale sanitario. Sul tema si era peraltro pronunciato già nel 2013 il Comitato Europeo dei diritti sociali che ha riconosciuto la violazione in Italia del diritto alla tutela della salute e dell’obbligo di proteggere i pochi medici non obiettori in servizio dalle sistematiche discriminazioni che subiscono nell’esercizio delle loro funzioni[4]. Nonostante ciò, non trovano argini politici efficaci le campagne di denigrazione nei confronti delle figure professionali che assicurano il servizio (si pensi alle recenti dichiarazioni del Papa, poi riprese da esponenti politici, che ha definito i medici non obiettori dei “sicari”) così come quelle contro le donne che decidono di abortire, tacciate di “femminicidio” con la diffusione di manifesti da parte dell’organizzazione GoCitizen. Quest’ultima è stata, peraltro, strenuamente difesa dal senatore Pillon, noto per il suo disegno di legge di riforma del diritto di famiglia in discussione al Senato, che in un’interrogazione parlamentare ha sostenuto l’illegittimità della rimozione dei manifesti ottenuta a Roma e in altre città in quanto violazione della libertà di pensiero[5]: proprio sul punto, la Corte europea per i diritti umani si è di recente espressa chiarendo che, contrariamente a quanto lamentato da Pillon, c’è un limite agli argomenti che gli anti-abortisti possono usare per difendere la propria causa con particolare riguardo ad accuse, infondate in fatto e in diritto, che potrebbero incitare all’odio e alla violenza[6], e nel caso italiano la preoccupazione è la violenza istituzionale che le donne rischiano con il consolidamento della prospettiva veicolata dalle mozioni di prossima discussione in molte città italiane.

 

 

Riferimenti bibliografici:

BOCCHETTI Alessandra (1995), Cosa vuole una donna. Storia, politica, teoria. Scritti 1981/1995, La Tartaruga, Milano

CASADO GONZALES María (2014), Sobre el aborto: a propósito del Proyecto de Ley Orgánica sobre “La protección del concebido y los derechos de la mujer embarazada”, in Derecho y salud, Vol. 24, Nº. Extra 1, pp. 6-18

D’ELIA Cecilia (2008), L’ aborto e la responsabilità. Le donne, la legge, il contrattacco maschile, Ediesse, Roma

D’ELIA Cecilia, SERUGHETTI Giorgia (2017), Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio, Minimum Fax, Roma

ISTAT (2017), La salute riproduttiva delle donne, Roma

LIBRERIA DELLE DONNE DI MILANO (1987), Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne, Rosenberg & Sellier, Torino

MANCINI Susanna (2013), Un affare di donne. L’aborto tra libertà eguale e controllo sociale, Cedam, Padova

MORENO CARRASCO Francisco, RUEDA GARCIA Luis (2004), Código Penal de El Salvador Comentado, Consejo Nacional de la Judicatura, Tomo 1, San Salvador

NICCOLAI Silvia (2016), Aborto: l’ambigua liberazione dalla “natura”, in Medicina nei secoli arte e scienza, vol.28 n. 1, pp.103-122

PITCH Tamar (1998), Un diritto per due, Il Saggiatore, Milano

SIMONE Anna, BOIANO Ilaria (a cura di, 2018), Femminismo ed esperienza giuridica. Pratiche, argomentazione, interpretazione, Efesto edizioni, Roma

 

[1] Si veda la riforma costituzionale irlandese e le sue conseguenze di recente arginate dal referendum abrogativo dell’articolo 8; il Proyecto de Ley Organica “para la protección del conceibido y de los derechos de la mujer embarazada proposto in Spagna nel 2014; il disegno di legge in Polonia reiterato più volte tra il 2016 e il 2018.

[2] Caso paradigmatico è quello dell’ordinamento di El Salvador: il 20 aprile 1998 è entrato in vigore un nuovo codice penale che punisce i crimini riproduttivi nel capitolo II intitolato “Dei delitti relativi alla vita in formazione” diretti a tutelare il bene giuridico della vita umana, anche non nata, definita «vita umana dipendente, non nata, prenatale» (F. Moreno Carrasco, L. Rueda García 2004).

[3] Per un approfondimento del dibattito femminista in tema di aborto si veda ex multis T. Pitch, 1998; Libreria delle donne di Milano, 1989, A. Bocchetti, 1995; C. D’Elia, 2008; S. Niccolai, 2014; C. D’Elia, G. Serughetti, 2017. Sui diversi modelli normativi si veda M. Casado González, 2014.
[4] CEDS, CGIL c. Italia, 2013.

[5] Interrogazione a risposta scritta 4-00139 presentata da SIMONE PILLON
martedì 29 maggio 2018, seduta n.007.

[6] CtEDU, Annan c. Germania (3), 20 settembre 2018, n. 3687/2010.