Per la sezione Recensioni di Studi Sulla Questione Criminale on-line pubblichiamo la recensione di Pietro Saitta (Ricercatore Unime) al libro curato da Alessandro Senaldi e Xenia Chiaramonte, Violenza Politica. Una redefinizione del concetto oltre la depoliticizzazione. Milano, Ledizioni, 2018, all’interno dell’interessante progetto editoriale (autofinanziato) Horisma che si caratterizza per essere rivolto a giovani e precari ricercatori.

Ringraziamo Pietro Saitta per la recensione, buona lettura!

Non sono certo che sia del tutto corretto affermare che il tema della violenza – e, segnatamente, della violenza politica – sia uno degli oggetti scomparsi dal dibattito scientifico nazionale. Qui e lì, soprattutto nell’opera dei filosofi politici o degli storici delle dottrine politiche, il tema infatti sporadicamente emerge. Basti pensare a certi passi di Agamben (1995), a un rilevante studio di Federico Tomasello (2015) di pochi anni orsono, oppure a un volume precedente curato dai sociologi De Nardis e Caruso dedicato alla “rabbia sociale” (2012) (un elenco, naturalmente affatto esaustivo). Di certo, comunque, restando sul piano nazionale, da un punto di vista quantitativo quella della violenza politica è la storia di una parabola: ossia di relativa riduzione del numero di studi contemporanei a essa dedicati, per lo meno in confronto ad alcuni decenni or sono, durante i quali, tra ristampe di Sorel (1963) e teorizzazioni originali, interne ed esterne all’accademia, il tema conosceva certamente una maggiore diffusione. Mentre, dall’altro lato, quella della violenza politica è una vicenda di selezione e confinamenti: ossia di identificazione per lo più di un sotto-tema – quello dei terrorismi nazionali e internazionali – eletto a cifra pressoché unica dei fenomeni di contrapposizione tra masse, individui e Stati (in tal senso, in contraddizione con quanto osservato poco prima, il numero degli studi appare oggi letteralmente sterminato).

In molte trattazioni, inoltre, l’analisi della violenza, inclusa quella di natura politica, è ridotta non di rado al suo aspetto forse più banale: quello di reato o di comportamento antisociale. Ossia di fenomeno e insieme di comportamenti connessi, nella migliore delle ipotesi, al malessere sociale e all’inefficacia della presa dei meccanismi integrativi e di socializzazione su talune categorie di cittadini (per esempio, i giovani delle periferie metropolitane, gli immigrati di seconda generazione etc.). Se questa frequente “funzionalizzazione” delle analisi ha anche il pregio di aprire varchi per un’analisi riflessiva delle società intorno alla propria (dis-)organizzazione, dall’altro lato essa tende nella maggior parte dei casi a depoliticizzare le istanze antagoniste o semplicemente “nichiliste” presenti sul terreno e avanzate – con maggiore o minore consapevolezza e con differente capacità argomentativa o rivendicativa – da chi porta a segno azioni o comportamenti “di contrapposizione”. L’esito più ovvio di questo modo di trattare e neutralizzare la violenza politica è la sua criminalizzazione: il riportarla, cioè, nell’alveo di una penalità “stupida”, ancorata ai codici e, dunque, alla lettera e alla forza della legge e dell’ordine. Ciò, insomma, che nega il carattere “dialettico” delle eventuali contrapposizioni, che si tratti di rivolte estemporanee frutto di ondate emozionali, radicate però in un quadro durevole di asimmetrie e insoddisfazione (per esempio, le periodiche rivolte delle banlieu francesi); oppure di occupazioni di edifici, di manifestazioni per il lavoro culminate in scontri rabbiosi, e di quant’altro il campionario del disordine offra in relazione alle epoche, alle poste in gioco e alle tecnologie disponibili.

Va da sé, inoltre, che la negazione della dialettica corrisponde al disconoscimento o al travisamento delle intenzioni e della natura della controparte. Un processo, quest’ultimo, fondamentale ai fini della repressione (e, dunque, dell’annichilimento manu militari del “nemico interno”), ma anche alla radicalizzazione del conflitto e alla costruzione del soggetto, insieme individuale e collettivo, che insorge.

Proprio quest’ultimo punto ci conduce per mano a quell’altro fondamentale nodo che è la violenza, anch’essa politica, dello Stato nelle democrazie; dentro, cioè, quei regimi e quelle forme di governo che asseriscono di tollerare il dissenso e le pluralità. Ci accompagna, in altri termini, all’interno dell’articolazione dei modi di esercizio della violenza praticate dalle agenzie di controllo e dagli enti politici responsabili della gestione del disordine. Nei gangli, insomma, dell’intima logica politica che presiede alle loro azioni, tanto che si tratti di reprimere movimenti esplicitamente politici quanto che si tratti di ripulire lo spazio urbano di presenze indesiderate (immigrati e barboni sono solo gli esempi più marchiani che affiorano alla coscienza), in ossequio a precisi modi di intendere quelle che possiamo chiamare le condotte e le modernità auspicabili.

Questo lungo e parziale preambolo serve a introdurre il meritevole volume curato da Xenia Chiaramonte e Alessandro Senaldi. Composto da otto agili saggi, di natura empirica e teorica (con una prevalenza di quest’ultimo carattere), il testo si presenta come un’ introduzione agli argomenti summenzionati e a molti altri. Dai temi della violenza istituzionale (trattati nel saggio etnografico di Giuliana Sanò e Stefania Spada sul quotidiano dei migranti) al significato delle insorgenze e alla loro circolazione come tecnica (il contributo di Niccolò Cuppini), passando per la storia del linciaggio politico (a opera di Ernesto Sferrazza Papa) e quella della violenza nelle regioni africane insieme coloniali e postcoloniali, le cui vicende appaiono saldamente intrecciate con quelle europee, tanto in ragione dei processi di dominio del passato quanto di quelli contemporanei, oltre naturalmente che per effetto delle migrazioni (l’intervento di Marta Mosca); senza dimenticare le originali incursioni nella critica letteraria e nel rapporto tra narrativa e pratiche insorgenti, attraverso l’impiego dell’opera di Saramago (si occupa di questo aspetto il saggio di Paolo La Valle), oppure l’obbligata menzione del rapporto tra genere e violenza politica nel caso della lotta armata in Italia (per opera di Chiara Stagno), non tralasciando naturalmente una complessa riflessione sul rapporto tra diritto e violenza politica nei sistemi giuridici contemporanei (il contributo di Dario Fiorentino).

Si tratta, come di diceva poco più su, di un lavoro agile, che individua delle problematiche e che, soprattutto, tenta di sottrarre il discorso sulla violenza politica alla ristrettezza delle prospettive e al riduzionismo dei temi che imperniano il dibattito nazionale, ricordando così la complessità dell’oggetto e la pluralità di angoli che lo compongono. Tuttavia, come sempre accade in questi casi, se l’agilità è un vantaggio, esso è anche un limite. Tralasciando il fatto che, specie nelle battute iniziali, vi sia come una sorta di difficoltà a mettere a fuoco l’oggetto (un difetto a cui ben presto si rimedia) – il segno, peraltro, della complessità del fenomeno osservato – il principale limite del formato prescelto è l’impossibilità – salvo alcune eccezioni – di potere entrare nel dettaglio delle vicende narrate, mostrandone a pieno l’articolazione e le sfumature. Non è del resto un caso che il più bel libro, insieme empirico e teorico, sulla violenza politica che conosca – Formations of Violence di Allen Feldman (1991) (a proposito, un grande assente nel testo di Chiaramonte e Senaldi) – occupi ben più di trecento pagine per coprire un aspetto e un periodo alquanto limitati del conflitto anglo-irlandese (contro le 179 del testo qui recensito). Da questa notazione deriva che le prospettive presentate nel volume collettaneo qui introdotto sono spesso un po’ più aeree di quanto, personalmente, non ne sentissi il bisogno (per quanto questo termine non dovrebbe comunque suonare come sinonimo di superficiale). Tuttavia ritengo che il merito principale dell’opera stia non tanto nella completezza quanto nella determinazione a mostrare il carattere “prismatico” di questo particolare oggetto – come si diceva, la sua multi-angolarità – e la necessità civile, oltre che scientifica, di riportarlo al centro delle analisi, restituendone dunque articolazione e complessità potenziali in anni che, come quelli attuali, si caratterizzano per una rinnovata pretesa dello Stato di gestire in modo violento la conflittualità sociale. In tal senso il volume di cui discutiamo appare come una missione perfettamente riuscita e come un contributo assai utile, soprattutto per chi sia in cerca di una prima e sufficientemente sofisticata guida che lo introduca a tema di difficile trattazione e afferrabilità.

Bibliografia

Agamben, G. (1995) Homo Sacer. Il potere sovrano e la nuda vita., Torino, Einaudi Editore.

De Nardis, P., Caruso F.A.M. (2012), Rabbia sociale: realtà del conflitto e ideologia della sicurezza, Acireale-Roma, Bonanno.

Feldman, A. (1991), Formations of Violence: The Narrative of the Body and Political Terror in Northern Ireland,Chicago, The University of Chicago Press.

Sorel, G. (1963). Scritti politici, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese.

Tomasello, F. (2015), La violenza. Saggio sulle frontiere del politico, Roma, Manifesto Libri.

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