Pubblichiamo con piacere una riflessione di Luigi Ferrajoli sulla recente protesta di alcuni sindaci contro il decreto Salvini e il suo carattere che, in accordo con il sindaco Orlando e come criminologi e criminologhe critiche, consideriamo “disumano e criminogeno”.

Il contributo è uscito in versione più estesa sul numero di oggi del Manifesto, ed è consultabile al link: https://ilmanifesto.it/gli-strumenti-contro-il-decreto-salvini-ci-sono-serve-mobilitarsi/

L’iniziativa dei sindaci in difesa della Costituzione.
Tre vie di accesso alla Corte costituzionale

di Luigi Ferrajoli

Il rifiuto dei sindaci di applicare il decreto Salvini è un atto ammirevole di obiezione di coscienza. Esso vale a svelare, del decreto, il carattere “disumano e criminogeno”, secondo le parole del sindaco Orlando. E rappresenta, finalmente, una forte presa di posizione istituzionale in difesa dei diritti umani dei migranti.

Ma non siamo di fronte a un semplice atto morale di obiezione di coscienza. L’obiezione, in questo caso, è motivata dalla tesi del carattere incostituzionale del decreto perché lesivo dei diritti fondamentali delle persone. Naturalmente i sindaci non possono disapplicare la legge, né investire essi stessi la Corte costituzionale della questione di illegittimità. L’accesso alla Corte per ottenere una pronuncia di incostituzionalità della legge è tuttavia possibile. Esso è previsto nel corso di un giudizio, qualora il giudice ritenga la questione non manifestamente infondata e, inoltre, su iniziativa di una Regione, qualora essa ritenga che la legge o una sua parte invada la sfera della competenza ad essa assegnata.

Ci sono pertanto tre strumenti di tutela dei diritti fondamentali che potrebbero essere utilizzati contro l’applicazione di questa legge disumana e immorale. Il primo è affidato all’iniziativa dei migranti i cui diritti sono dalla legge vistosamente lesi. Esso è previsto dall’articolo 700 del codice di procedura civile sui provvedimenti d’urgenza, secondo il quale,

fuori dei casi regolati nelle precedenti sezioni di questo capo, chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d’urgenza che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito.

In questo caso il “provvedimento d’urgenza” che i migranti possono chiedere al giudice contro la minaccia di “un pregiudizio imminente e irreparabile” ai loro diritti fondamentali è precisamente l’eccezione di incostituzionalità che lo stesso giudice può promuovere di fronte alla Corte Costituzionale contro le norme del decreto che ledono o minacciano tali
diritti.

Il secondo strumento è affidato all’iniziativa delle Regioni e richiede la deliberazione della Giunta regionale. E’ infatti indubbio che il decreto sicurezza, sopprimendo il permesso di soggiorno per motivi umanitari, ha trasformato decine di migliaia di migranti in clandestini irregolari, privandoli di fatto delle garanzie dei loro diritti fondamentali, a cominciare dai diritti alla salute e all’istruzione. Ebbene, sia l’“istruzione” che la “tutela della salute”, secondo il terzo comma dell’art. 117 della nostra Costituzione, sono “materie di legislazione concorrente” tra Stato e Regioni. Le norme del decreto che direttamente o indirettamente incidono su tali materie appartengono perciò alla competenza legislativa, sia pure concorrente, delle Regioni. Di qui la legittimazione delle Regioni a sollevare, sul decreto Salvini, la questione di legittimità costituzionale. Ci sono ancora, in Italia, molte regioni governate da maggioranze democratiche, dal Lazio al Piemonte, dall’Emilia alla Toscana, dalle Puglie alla Campania e alla Calabria. La loro disponibilità a promuovere la questione davanti alla Corte costituzionale sarà il banco di prova di quanto, al di là delle parole, queste Regioni a guida democratica intendono prendere sul serio i principi costituzionali.

Infine c’è una terza via, percorribile dagli stessi sindaci che hanno deliberato di non dare applicazione al decreto Salvini. Oltre alla strada intrapresa dal sindaco Orlando – l’azione di accertamento, già sperimentata in materia elettorale, di fronte al giudice civile perché questi chieda alla Corte costituzionale se la legge è conforme o meno alla Costituzione – i sindaci dissenzienti potranno, qualora i loro provvedimenti venissero annullati dai prefetti, impugnare gli atti amministrativi di annullamento di fronte ai Tar e, in quella sede, proporre l’eccezione di incostituzionalità delle norme da essi ritenute incostituzionali.

Insomma, la battaglia in difesa della Costituzione è aperta, grazie alla coraggiosa iniziativa dei sindaci democratici. Ciò che ora occorre è una mobilitazione di massa a loro sostegno in difesa, di nuovo, della Costituzione della Repubblica. Sono in gioco, direttamente, tutti i principi fondamentali della nostra civiltà democratica: l’uguaglianza, la dignità delle persone, il rifiuto delle discriminazioni razziste, la solidarietà, i diritti fondamentali delle persone.