Il primo gennaio 2019 il populista di estrema destra Jair Bolsonaro si è insediato alla presidenza del Brasile. Come annunciato durante la violenta campagna elettorale che ha diviso in due il paese, e promesso dopo la sua elezione, Bolsonaro ha inaugurato il suo mandato con alcune misure dichiaratamente omofobe, negazioniste dei problemi ambientali e razziste. Lo shock per questa svolta estremista in Brasile è ancora forte, e ha costretto attivist* e studios* a interrogarsi sulle ragioni che hanno portato alla disfatta delle sinistre e soprattutto sulle reali possibilità di resistenza in un contesto di grave limitazione delle libertà civili – quello che si prospetta come l’instaurarsi un vero e proprio regime autoritario.

Abbiamo chiesto alla giurista brasiliana Marìlia de Nardin Budó (Professoressa nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Federale di Santa Maria – Brasile) di commentare per il nostro blog la genealogia della disfatta elettorale e le sue conseguenze sulla situazione politica attuale. Buona lettura.

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Elezioni del 2018 in Brasile: l’estrema destra, il militarismo e lo stato penale

di Marília de Nardin Budó

L’ottobre del 2018 sarà sempre ricordato in Brasile per le storiche elezioni presidenziali. Nel ballottaggio ha vinto il candidato Jair Bolsonaro, del quasi irrilevante partito di estrema destra PSL (Partito Sociale Liberale).  Per la prima volta nella storia recente è stato possibile a un candidato a Presidente della Repubblica Federativa di Brasile ottenere i voti di circa cinquanta milioni di elettori senza due importanti fattori che sono stati indispensabili negli anni precedenti: l’appoggio dei mezzi di comunicazione di massa egemonici e far parte – oppure avere l’appoggio dichiarato – di almeno uno dei grandi e tradizionali partiti politici post dittatura civile-militare (1964-1985).

Per esempio, il gruppo di telecomunicazione Globo, uno dei grandi oligopoli dei media in Brasile, come nelle elezioni passate ha rivelato la propria adesione ai progetti politici neoliberali rappresentati dal candidato del Partito Sociale Democratico di Brasile (PSDB), posizionato a destra in materia di economia, ma non molto conservatore sulle questioni culturali e sociali. La stessa azienda da anni porta avanti un discorso di criminalizzazione della politica e soprattutto del partito di sinistra che ha governato il paese dal 2003 al 2016, ossia il Partito dei Lavoratori (PT). L’operazione Lava-jato (equivalente di “Car washing”) della Polizia Federale, che è stata comparata all’inchiesta italiana Mani Pulite, è entrata nelle cronache nel 2014, ed ha sancito da allora il costante protagonismo della Polizia Federale, del Pubblico Ministero e del Giudiziario.

Non si può allora ignorare l’importante ruolo giocato dai mezzi di comunicazione nell’emersione di un discorso di criminalizzazione della politica nell’ambito della condanna della corruzione. Questo discorso contribuisce a discreditare la politica partitica anche per i grandi progetti democratici, e si costruisce per mezzo di un forte appello moralista.

Nelle ultime elezioni il Partito dei Lavoratori ha avuto un candidato proprio, il professore della facoltà di giurisprudenza dell’Università di San Paolo ed ex-prefetto della maggiore città dell’America Latina, Fernando Haddad. Il MDB (Movimento Democratico Brasiliano), partito dell’attuale Presidente della Repubblica dopo l’impeachment di Dilma Rousseff (2016), ha anche avuto un candidato, Henrique Meirelles, ex-presidente della banca centrale. Il PSDB ha avuto come candidato Geraldo Alckmin, ex-governatore dello stato di San Paolo. Questi sono i maggiori partiti politici del Brasile se contiamo il numero di rappresentanti nel Congresso Nazionale. Di tutti questi candidati, l’unico che ha avuto più del 10 per cento dei voti è stato Fernando Haddad, che è andato al ballottaggio.

Jair Bolsonaro, il candidato eletto, ha avuto mandati come deputato durante gli ultimi 30 anni in Brasile. È passato per otto differenti partiti nella sua storia. Gli ultimi tre sono stati il Partito Progressista (PP), la formazione politica che ha avuto più denunciati e condannati per corruzione ed altri crimini, il Partito Sociale Cristiano (PSC) e, infine, il Partito Sociale Liberale (PSL), con il quale è stato eletto. Fino a quest’anno il PSL era estremamente poco rappresentato in parlamento.

Jair Bolsonaro durante tutta la sua vita politica ha difeso posizioni estremamente conservatrici, a proposito delle quali, a mo’ di esempio, preferisco citare alcune sue frasi: “Lo sbaglio della dittatura fu torturare e non ammazzare” (riferendosi al regime militare che ha governato il Brasile dal 1964 al 1985); “Pinochet avrebbe dovuto uccidere più gente” (sul governo autoritario di Cile); “Io sarei incapace di amare un figlio omossessuale. Preferisco che un mio figlio muoia in un incidente piuttosto che appaia in giro con un baffuto”; “Io non ti stupro perché non te lo meriti” (a un’altra parlamentare durante una discussione politica); “La PM (polizia militare) avrebbe dovuto uccidere 1000 e non 111 prigionieri (sul massacro di carcerati nel penitenziario di Carandiru nel 1991); “Io non combatto e nemmeno discrimino, però, se io vedo due uomini baciarsi per strada, li vado a picchiare”; “Le donne devono guadagnare meno soldi in busta paga se rimangono  incinte, quando ritornano al lavoro hanno un ulteriore mese di vacanze, ossia, hanno lavorato cinque mesi in un anno”.

Oltre all’autoritarismo, al maschilismo, all’omofobia e al razzismo dichiarati durante trent’anni di vita pubblica, Jair Bolsonaro difende anche misure gravi in campo penale. Curiosamente, il suo discorso religioso non affiora quando le questioni dibattute riguardano la criminalità, visto che presentano sempre una forte carica di vendetta individuale e sociale.

Sebbene il Brasile sia il maggiore paese cattolico del mondo, è da anni che la comunità evangelica soprattutto dei movimenti pentecostale e neopentecostale sta crescendo in numeri impressionanti. Già sono molti i riflessi di questa crescita, uno dei quali sembra molto preoccupante: la creazione di un Fronte Parlamentare Evangelico nel Congresso Nazionale, composto oggi da 199 membri, che appoggia e presenta proposte conservatrici sotto due principali punti di vista: quello che interviene in maniera estrema nella zona della cultura e della morale individuale e sociale e quello punitivista. Nel primo campo si può citare “lo statuto del nascituro”, per impedire tutti i tipi di aborto in Brasile; la proibizione del matrimonio omossessuale; l’abolizione dell’educazione sessuale e delle discussioni sul genere nelle scuole ecc. Nel secondo campo rientrano l’appoggio alla riduzione della età della responsabilità criminale; la creazione di una esclusione di illiceità per assolvere i poliziotti che uccidono civili mentre lavorano; la fine della progressione di regime nell’esecuzione penale[1], la così chiamata “castrazione chimica” per gli stupratori; la liberalizzazione del commercio e del porto di armi ecc.

La trasmissione del suo discorso di insediamento come Presidente eletto, avvenuta il 28 di ottobre attraverso le reti sociali, è stata profondamente simbolica per chi era già spaventato dalla possibilità che la Repubblica si trasformasse in una dittatura teocratica: dopo aver parlato pochissimo, ha trasmesso via social network e senza la partecipazione di giornalisti, accompagnato da un pastore evangelico e politico, Magno Malta, un’orazione religiosa.

La questione che affrontiamo adesso, provando a capire cos’è successo con quel Brasile che prometteva, pochi anni fa, di diminuire le disuguaglianze ed essere più giusto con le differenze, è: come è stato possibile che Bolsonaro sia cresciuto così rapidamente e che il discorso pro-dittatura e contro i diritti umani sia diventato così popolare? Non abbiamo ancora una risposta sicura, però alcune ipotesi già possono essere avanzate: 1) il discredito della politica e  della sinistra è stato senza dubbi un fattore essenziale; 2) l’ignoranza a proposito dei nuovissimi mezzi di comunicazione, com’è il caso del whatsapp, è risultata lampante nella sottovalutazione della sua capacità di manipolare la realtà, soprattutto attraverso la diffusione di notizie false; 3) l’avanzata mondiale di discorsi fascisti certamente si vede anche in Brasile, come reazione al consenso classico del secondo dopoguerra sui diritti umani (emblematico, in questo senso, il caso dei rifugiati in Europa); 4) il discorso del nemico nel diritto penale è troppo popolare e legittima le morti di giovani neri nei quartieri più poveri delle grande città causati da poliziotti; 5) La relazione tra politica e religione costruisce un vincolo tra politiche pubbliche e fede, violando i diritti di tutti quelli che non si adattano agli standard sociali costruiti.

Ci sono tantissime altre possibili questioni delle quali possiamo parlare, però non si adattano alla misura di questo breve contributo e, per questo, le  cito soltanto: la minaccia che la postura di Bolsonaro porta nei rapporti internazionali, soprattutto perché gira le spalle al sud del mondo e ritorna ad essere una filiale degli Stati Uniti di Trump; la fine del Ministero del Lavoro, dopo la riforma legislativa già approvata in quest’area; la negazione del riscaldamento globale dal nuovo Ministro dell’Ambiente e, dunque, la flessibilizzazione della protezione ambientale; il gigantesco retromarcia nel riconoscimento dei popoli originari del Brasile, come gli indigeni; il rischio per le politiche delle quote razziali per studenti neri; il numero enorme di militari annunciati come Ministri dal nuovo governo ecc.

Resistenza è già la parola che predomina nel discorso dei gruppi di persone che lavorano collettivamente per una società più democratica. Non si sa, tuttavia, come esattamente sarà possibile agire in questo contesto politico così complesso.

La priorità per ora è, innanzitutto, capire come proteggersi, giacché ancora durante la campagna politica Bolsonaro ha dichiarato che gli oppositori dovranno uscire del paese, oppure andranno in galera; in secondo luogo, come fare vera opposizione dentro al parlamento; in terzo luogo, capire come tornare a fare politica dentro le comunità, trasversalmente e coinvolgendo tutte le classi sociali in maniera concreta. Ciò che non sappiamo è come e quanto saranno compromesse la libertà di espressione e la libertà di riunione, e per questo ora aspettiamo di capire come evolverà la situazione e su quali terreni potremo agire direttamente o indirettamente.

Note

[1] La legge sulle esecuzioni penali (Lei 7210/1984) regola i regimi della privazione di libertà in Brasile attraverso la progressione dalla condizione totale privazione di libertà (regime chiuso), fino all'aumento delle possibilità di libertà nei regimi semi-chiuso e aperto. Per ottenere la progressione il condannato deve osservare criteri oggettivi e soggettivi, e la decisione sulla progressione è fatta dal giudice delle esecuzioni penali. La proposta di Bolsonaro è di cambiare la costituzione e la legge per creare ostacoli a questa progressione, con la conseguenza di tenere più a lungo le persone private di libertà in regime chiuso.

Per citare questo post:

De Nardin Budó (2019), “Elezioni del 2018 in Brasile: l’estrema destra, il militarismo e lo stato penale”, Studi sulla questione criminale online, pubblicato al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/01/08/elezioni-del-2018-in-brasile-lestrema-destra-il-militarismo-e-lo-stato-penale-di-marilia-de-nardin-budo-professoressa-nella-facolta-di-giurisprudenza-delluniversita-federale-di-s/