E’ uscito il terzo ed ultimo fascicolo del 2018 della Rivista di Studi sulla questione criminale, con un editoriale di Valeria Ferraris che rendiamo come sempre disponibile anche dalle pagine del blog. I contributi sono di Vincenzo Scalia su caso Aldrovandi e cultura di polizia, Maurizio Cianchella sul nesso tra droga e crimine nel sistema penale italiano, Federico Derchi sul decreto Minniti e i meccanismi circolari di emersione dei significati legittimanti, Tamar Pitch, che propone una riflessione in chiave femminista sulla questione metaforica e reale dei muri, e la rassegna bibliografica sulla radicalizzazione islamista di Tommaso Sarti

Studi sulla Questione Criminale è la prosecuzione naturale di “Questione criminale” diretto da Alessandro Baratta e Franco Bricola. Per vedere tutti i numeri della rivista basta cliccare su “fascicoli” nella finestra qui a destra. Per informazioni su abbonamenti sia a titolo individuale che istituzionale, basta cliccare su “abbonamenti”.

Qui di seguito l’Editoriale e l’indice della rivista.

Buona lettura!

 

Studi Sulla Questione Criminale n. 3/2018

Editoriale

di Valeria Ferraris

Nel primo fascicolo dell’annata 2018 di “Studi sulla questione criminale” ricordavamo (Anastasia, 2018) quanto i temi di interesse di questa rivista e della criminologia critica fossero al centro del dibattito pubblico. Notavamo come il ritorno a politiche di rigore in materia di immigrazione e sicurezza ci ricordasse un certo realismo criminologico che potremmo dire di Ancien Régime. Nell’autunno 2018 non possiamo non registrare quanto la questione criminale rimanga sì centrale, ma in un quadro in cui dobbiamo necessariamente interrogarci se siamo di fronte anche a un cambio di fase. Lo Stato forte con i deboli non è certamente una novità, ma la quantità e qualità di questa forza richiede di fermarci a riflettere.

Per portare avanti questa riflessione utilizziamo due questioni che si pongono ai poli opposti del viaggio che coloro che tentano la traversata del Mar Mediterraneo devono effettuare: il soccorso in mare e l’iscrizione anagrafica.

Come è noto, il salvataggio di vite è un obbligo giuridico regolamentato da diverse convenzioni internazionali, in particolare la Convenzione internazionale per la sicurezza della vita in mare (Solas) del 1974, la Convenzione sulla ricerca e il soccorso in mare (Sar) del 1979 e la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos) del 1982. Chiunque svolga attività di soccorso opera all’interno di una procedura che è ben definita. Gli Stati costieri sono tenuti ad avere un centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo. In Italia, in base al D.P.R. del 1994, n. 662, è il Comando generale del Corpo delle capitanerie di porto a rivestire le funzioni di IMRCC, Italian Maritime Rescue Coordination Centre. È questo centro che comunica alle navi di recarsi in una determinata area al fine di operare un salvataggio ed è a questo centro che va comunicato l’avvistamento di imbarcazioni in difficoltà. Una volta effettuato il salvataggio, le persone devono esser sbarcate in un porto sicuro, dove non vi sia rischio di persecuzione e sia garantita la sicurezza personale. In Italia è il ministero dell’Interno a stabilire quale sia il porto di sbarco.

La parabola dei soccorsi in mare prende avvio il 18 ottobre 2013 con l’ope- razione Mare Nostrum, a seguito del naufragio del 3 ottobre, davanti all’isola di Lampedusa, in cui persero la vita poco meno di 400 persone. La Marina Militare e la guardia Costiera erano le protagoniste assolute di questa imponente operazione (anche) umanitaria. Dal 2015 lo scenario si fa più complesso. Il 20 aprile il Consiglio Europeo pone le basi per un intervento europeo nel Mar Mediterraneo, anche in questo caso dopo un evento tragico: il naufragio, avvenuto al largo delle coste libiche il 18 aprile 2015, che causa la morte di circa 800 persone. La decisione del Consiglio è ciò che permette l’avvio dei preparativi per la missione Eunavformed Sophia approvata il 22 giugno del 2015.

All’impegno delle istituzioni italiane ed europee nelle attività di sicurezza marittima – non uguale nel loro focalizzarsi sul salvataggio di vite umane in mare – si sono affiancate navi private noleggiate o di proprietà di organizzazioni non governative (ONG) il cui operato è stato diretto in primis al salvataggio di vite umane. Fino a quando nel 2017 questo modello di cooperazione tra autorità e soggetti privati comincia ad incrinarsi. Vengono avviate alcune indagini esplorative della magistratura. In particolare il procuratore della Repubblica di Catania sale agli onori delle cronache per il suo intervento in cui sostiene di avere piste investigative sul legame tra ONG e trafficanti di esseri umani: un inedito “io lo so, ma non ho le prove” che, detto non da Pasolini ma da un magistrato, sconfessa una lunga tradizione giuridica che fa della disciplina dei mezzi di prova uno dei cardini di un ordinamento penale guidato da regole a tutela dell’imputato di fronte al potere dello Stato. Una disciplina posta per evitare che quel potere si faccia arbitrio. Si apprenderà qualche giorno dopo che il procuratore si riferiva ad informazioni acquisite dai servizi.

Da allora diversi sono stati i provvedimenti di magistrati siciliani volti a sequestrare imbarcazioni di ONG (Juventa, Open Arms e da ultima Sos Méditerranée) con vari capi di imputazione, alcuni già decaduti in sede di convalida del sequestro. Seguirà la proposta del ministro dell’Interno Minniti alle ONG di sottoscrive un codice di condotta qualora intendano proseguire le attività di soccorso in mare.

Arriviamo infine all’ultima fase, quella in cui lo Stato che usa il diritto diventa lo Stato che si pone al di là del diritto. È il momento in cui il Governo decide di avviare la campagna “Porti chiusi” impedendo l’approdo della nave Aquarius, poi costretta ad una lunga e non priva di rischi traversata fino al porto di Valencia. Il governo sembra voler riaffermare la propria sovranità territoriale nei confronti dell’Unione europea, a cui contesta la disciplina che vede incardinarsi nel Paese di primo arrivo la competenza a decidere la domanda di asilo (salvo poi non agire per modificare tale normativa nelle sedi competenti, il Parlamento europeo).

Seguono diversi altri episodi in cui navi vengono messe in stand by di fronte ai porti o lasciate vagare in mare, fino al momento più drammatico, quando vie- ne prima impedito l’ingresso in porto all’imbarcazione Diciotti della Guardia Costiera italiana e successivamente viene impedito lo sbarco ai 177 migranti che si trovavano a bordo. La vicenda porta anche all’apertura di una indagine per sequestro di persona a carico del ministro dell’Interno Salvini, ma rapidamente si infrange sulla difficoltà di ricostruire la catena di comando: con il passare dei giorni emerge che l’ordine di chiudere i porti non esiste, non c’è un ordine formale, non lo ha dato nessuno, è stato tutto un susseguirsi di cinguettii su Twitter e post su Facebook.

Qui c’è il punto che interroga lo studioso critico: sta cambiando qualcosa se non si usa più il diritto come strumento anche di oppressione, ma di esso si fa a meno, si proclama di averlo usato, ma si scopre che non è vero?

Di diverso segno, ma di uguale interesse, sono le modifiche normative in- trodotte dal nuovo cosiddetto Decreto sicurezza, approvato il 5 ottobre 2018 e convertito in legge il 3 dicembre 2018.

Qui c’è il diritto in una delle sue manifestazioni più forti: la (presunta) necessità e urgenza. Il governo con decreto legge decide di dover abrogare il permesso per motivi umanitari, cambiare le regole sulla cittadinanza, modificare le regole dell’accoglienza, optando per una limitazione del sistema Sprar, e infine non permette più da un giorno all’altro l’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo. Soffermiamoci su questa apparentemente piccola modifica. Secondo la relazione illustrativa, l’esclusione dall’iscrizione anagrafica si giustifica per la precarietà del permesso di soggiorno per richiesta asilo. Una precarietà che dura in media un paio di anni. Diverse le reali giustificazioni di tale limitazione. L’iscrizione anagrafica è l’atto a cui si lega il concreto accesso a molti diritti sociali agiti a livello locale, in particolare casa e assistenza. Qui siamo in una situazione più nota, che ripete il modello già adottato in numerosi cosiddetti decreti sicurezza: un tipico caso di uso ostile del diritto per mortificare i diritti e restringerli.

Ma anche in questo caso c’è un cambio di scenario. Siamo stati abituati in questo settore all’uso simbolico della legge: politiche normative fatte di proclami, scarsamente implementate e ineffettive. Queste norme, invece, mettono in scena il professato “prima gli italiani” attraverso una agita esclusione degli altri: espulsione dall’accoglienza, riduzione delle possibilità di rimanere regolari, restringimento dei diritti sociali. Esclusione annunciata come il raggiungimento di un tanto desiderato traguardo. Con un unico limite: che non si è trovato ancora un modo per far sparire gli esclusi. Esclusi che non potranno che riversarsi nelle piazze, nelle stazioni delle città, che chiederanno l’elemosina o si offriranno “a nero” per lavori più o meno pericolosi, o che, i più vulnerabili, busseranno alle porte dei servizi sociali. Una situazione potenzialmente esplosiva, brodo di coltura per violenze razziste giustificate dalla difesa dell’identità e per il ritorno di politiche autoritarie e repressive. Un passaggio più avanti di una dinamica in cui, come scrivevamo nell’Editoriale del numero 1 del 2018, si risponde alle ansie dei penultimi, chiudendo le porte agli ultimi.

Ed è qui che lo studioso critico diventa indispensabile nel mettere in luce quanto si cela in una apparente normalizzazione dell’esclusione e della violenza.

Le molte cose accadute nell’estate e nell’autunno del 2018 vedranno approfondimenti teorici ed empirici. Uguale approccio attento e critico troviamo in questo numero nel saggio dedicato al caso Aldovrandi (Scalia), all’approfondimento teorico su Goldstein (Cianchella), all’analisi sulle applicazioni locali del penultimo decreto sicurezza (Derchi) ed infine alla riflessione di Tamar Pitch su sovranità, individuo e limiti.

Chiude il numero, come di consueto, una rassegna bibliografica, in questo caso dedicata alla radicalizzazione islamista.

Indice

  • Editoriale

  •  I miasmi della canteen culture. Il caso Aldrovandi e la cultura della polizia

Vincenzo Scalia

The case of Federico Aldrovandi, victim of a stop and search intervention by the Police in Ferrara, on the 25th of September 2005, shed a light about police abuses in Italy. In this work the authors use discusses the Aldrovandi case under the angle of police culture. By using the model outlined by Robert Reiner, and his categories of isolation, conservatism, mission and cynicism, he demonstrates that police culture is closed and resistant to changes, and the death of Federico Aldrovandi occurred precisely because the Italian police has an approach of isolation from reality. Its mis- sion is that of protecting society even at risk of deaths, so that cynical attitudes are expressed. The author uses as his source the trial against the police agents who were involved in the case.

  • Il nesso tra droga e crimine secondo Goldstein nel sistema penale italiano

Maurizio Cianchella

In 1985 in his work The Drugs/Violence Nexus: A Tripartite Conceptual FrameworkPaul J. Goldstein showed how the connection between crime and drug use and traf- ficking is more complex than it may appear. The line of thought that wanted at all costs to identify drug as the root of all evil has proven itself wrong and ideological. Prohibition, far from promoting public health and security, is one of the main factors of the current social and economic disaster related to drug use. In Italy, as in many other countries, 33 years later, Goldstein’s theory is still true, and unheard. Until the legislator will keep ignoring the etiology of drug use and trafficking and will refuse to adapt its policies to the Best practices we already know, it will be hard even to hope that the situation will change for the better.

  • Il decreto Minniti e la circolarità nell’emersione dei significati legittimanti. Uno studio di caso su Gallarate

Federico Derchi

The aim of this article is to introduce a different reading of the decree law written by the former Interior Minister Marco Minniti. This legislation concernes different security policies in Italian cities, based on the rhetoric of the “degradation”. To do this, it has been followed a method of combined reading both of the law and its application in a specific Italian city. The city choosen was Gallarate, province of Varese, close to Milan. The reading of the normative texts approved at national and local level has been completed by a long reconnaissance of the articles in the main Gallarate daily newspapaer. By doing this, the purpose of this work is to underline the turn-out of the presence of several social actors, all involved in the emersion of the rhetoric of social exclusion, in which citizens are punished and strayed on the basis of their adherence to a social model based on a conduct of life considered as “wrong” with respect to the others. The presence of these social actors (mainly group of worried citizens, politicians, police forces and journalists) is set and amplified by the interest of each of them to claim a role in the fight against “degradation” and defines the mutual responsibility (circularity) in identifying who behaves “correctly” and who behaves in an “unacceptable” way.

  • Necessary and Unnecessary Walls

Tamar Pitch

This is a reflection, from a feminist point of view, on the question of metaphorical and real walls. Real walls are currently being erected at “every street corner”, between countries and inside them, to keep out and to keep in. But walls refer also to limits to what we can and cannot do: some we may want to overcome, others we may want to accept and even cherish. The way in which we conceive of our incarnated selves also has to do with “walls” and limits, as there is consistency and continuity between the sovereign state of modernity and the modern sovereign individual.

  • Riflessioni sulla radicalizzazione islamista: una rassegna sui testi Generazione ISIS, Jihadista della porta accanto e Jihadisti d’Italia

Tommaso Sarti