intercettazioni

Dopo i recenti arresti del blitz Eraclea, abbiamo chiesto a Gianni Belloni e Antonio Vesco, entrambi membri del comitato scientifico di LARCO – Laboratorio di Analisi e Ricerca sulla Criminalità Organizzatadi commentare le evidenze giudiziarie degli ultimi tempi in tema di inchieste della magistratura su ‘ndrangheta e camorra nel Nord-est.

Ringraziamo Gianni Belloni (giornalista) e Antonio Vesco (Aristotle University of Thessaloniki) per il post. “Buona” lettura!

La scoperta della mafia a Nordest manda in tilt il paradigma dell’alterità

di Gianni Belloni e Antonio Vesco

Il racconto mediatico sulle mafie, va da sé, segue quello giudiziario, fonte quasi esclusiva per giornalisti e analisti dei fenomeni mafiosi. Le recenti inchieste della magistratura su ‘ndrangheta e camorra in Veneto hanno così determinato uno stravolgimento nella percezione pubblica della presenza mafiosa in questa regione. Tre, in particolare, le operazioni che hanno avuto un’eco mediatica senza precedenti.

La prima ha portato alla luce la vicenda di Domenico Multari e della sua estesa famiglia. Originariamente organico alla cosca Dragone e poi, secondo le ipotesi dei magistrati, entrato nell’orbita del clan Grande Aracri, Multari è un imprenditore edile residente a Zimella, piccolo comune della bassa veronese. Aveva aperto, negli ultimi anni, un ristorante divenuto in breve tempo il crocevia per una serie di famiglie ‘ndranghetiste della zona.

La seconda inchiesta ha identificato un insediamento camorrista nel Veneto orientale, in particolare nella zona di Eraclea, dove il clan capeggiato da Luciano Donadio poteva contare su un parziale controllo di gangli dell’amministrazione locale, mentre i suoi affiliati si dedicavano a estorsioni, usura, false fatturazioni, spaccio di droga e prostituzione, anche grazie ai legami che avevano intrecciato con gruppi criminali autoctoni. Secondo le ipotesi dei magistrati, in quest’ultimo caso saremmo di fronte a un vero e proprio «radicamento» di un gruppo mafioso, che era riuscito a ottenere un certo consenso sociale nel contesto locale e ad attivare proficue forme di interazione con il sistema politico.

L’ultima operazione, in un crescendo di enfasi sull’azione di contrasto della magistratura, è stata definita dai quotidiani “il più grosso colpo inferto alla criminalità organizzata a Nordest”. In questo caso, a decine di presunti affiliati al clan Grande Aracri sono stati contestati reati che vanno dall’estorsione all’usura, dal sequestro di persona al riciclaggio.

Fino a queste ultime inchieste, i magistrati ci raccontavano un Veneto attraversato per lo più da clan camorristi mobili, per i quali il Nord-est costituiva un crocevia di traffici che si estendevano anche ad altri territori (si pensi al noto caso Aspide). Si tratta di gruppi che agivano secondo una logica di corto respiro, approfittando delle condizioni del contesto: su tutte, la disponibilità di imprenditori, consulenti e professionisti a compiere reati economici insieme ai clan; ma anche una crisi economica di lungo periodo, che li rendeva necessari per l’erogazione di credito alle imprese in difficoltà. Un’azione predatoria (mordi e fuggi) per l’accumulazione rapida di risorse, in gran parte circoscritta al settore economico e imprenditoriale, mentre non erano emersi collegamenti evidenti con la sfera politica e istituzionale.

Così, fino a tempi recenti, le percezioni e i significati attribuiti alla presenza mafiosa in questo territorio sono andate dall’evocazione di un panorama di ombre – una timida denuncia di un fenomeno segreto del quale non sono chiare la natura e la portata – all’allarmismo generalizzato. Entrambe queste rappresentazioni sono frutto dell’elaborazione di un vero e proprio paradigma dell’alterità, che individua nel mafioso un corpo estraneo che attacca un tessuto economico e sociale considerato altrimenti sano. Una chiave di lettura tutt’oggi prevalente nelle rappresentazioni comuni della mafia, che ha caratterizzato per lungo tempo le interpretazioni della presenza mafiosa nelle regioni del Nord Italia.  Questa visione sostanzialmente razzista assume in Veneto sfumature peculiari, che possono essere ricondotte al diffuso carattere antistatalista echeggiato da alcune formazioni politiche (su tutte, la Liga veneta, poi Lega Nord) e sedimentato nei tempi lunghi della storia – fin dalla caduta della Serenissima. Quello che i più attenti osservatori della storia del Veneto – da Silvio Lanaro in giù – hanno individuato come un elemento di fondo della sua identità politica, ha influenzato inevitabilmente anche il modo con cui gli esponenti della politica regionale si sono confrontati con il fenomeno delle mafie. Anche per questa corrente a vocazione antistatalista, la mafia è un corpo estraneo da combattere, non già in nome dello Stato e della legalità, ma per la difesa dei supposti caratteri fondanti della società (e dell’economia) veneta.

Sappiamo però che il problema delle mafie non si esaurisce nell’operato dei gruppi mafiosi; e che per il loro contrasto non è sufficiente accertare (e reprimere) l’esistenza di un’organizzazione criminale più o meno strutturata e verticistica composta da clan che da diversi decenni frequentano, in pianta più o meno stabile, anche diverse aree del Nord Italia. La questione mafiosa chiama sempre in causa anche i diversi contesti sociali, politici ed economici nei quali i gruppi criminali operano e con i quali i loro membri interagiscono quotidianamente. Del resto, è proprio la capacità di allacciare relazioni con soggetti esterni all’organizzazione che consente di spiegare la forza e la persistenza della mafia[1]. L’insediamento dei gruppi mafiosi non si deve soltanto all’efficacia del vincolo associativo tra mafiosi, ma anche al ruolo determinante giocato dagli attori economici e dalle istituzioni di un territorio nella strutturazione di meccanismi criminali che includono anche l’attore mafioso, ma non necessariamente in una posizione dominante o sovraordinata.

In Veneto, i gruppi mafiosi hanno finora potuto contare su un buon numero di piccole imprese a cui offrire i propri servizi e su interlocutori politici che avevano rinunciato da tempo al proprio ruolo di regolazione dell’economia locale. L’usura e i fallimenti pilotati, le truffe fiscali, l’intermediazione di manodopera e il traffico illecito di rifiuti non sono patrimonio esclusivo delle mafie. Nelle diverse vicende emerse negli ultimi anni, i mafiosi hanno sempre svolto queste attività con il supporto attivo di soggetti locali, tenendo conto di costumi (e vincoli) sociali diffusi, a cui gli stessi appartenenti ai clan hanno dovuto adattarsi. Del resto, quando i gruppi mafiosi incontrano l’economia ufficiale, vengono sottoposti a “un processo di apprendimento” che ha l’effetto di confondere i tratti della criminalità mafiosa con quelli tipici del crimine economico[2]. Il Veneto esprime dunque forme di criminalità specifiche, difficili da individuare e da rappresentare, almeno finché si continuerà a cercarle avendo in mente un concetto astratto di criminalità organizzata.

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A Eraclea è emersa una fitta rete di interazioni tra mafiosi e abitanti del paese che ha fatto emergere un certo consenso a livello locale. Tra gli arrestati c’è lo stesso sindaco. Lo stesso può dirsi per il caso di Zimella, dove un clan di ‘ndrangheta faceva quello che in genere fanno gli affiliati alla ‘ndrangheta: creano un rapporto privilegiato con le istituzioni e con la società locale, radicandosi nel tessuto sociale di un territorio. Entrambe queste circostanze rendono sempre più difficoltoso l’utilizzo della lettura dicotomica noi-loro.

Almeno in parte, il recente cambiamento nella percezione del fenomeno deriva dunque dalla scoperta che vi sono organizzazioni criminali che si relazionano pacificamente con il corpo vivo della società: con i commercianti del litorale, con i politici di cittadine turistiche del veneziano, con gli abitanti di un paesino alle porte di Verona. Ma a modificare la percezione dei media e dell’opinione pubblica è anche – soprattutto – la ritrovata operatività della magistratura veneta sul fronte della repressione di gruppi mafiosi. Le evidenze giudiziarie degli ultimi tempi riportano infatti il tema delle mafie a Nord-est al centro del dibattito pubblico, proprio nell’anno in cui la rete di Libera ha scelto il Nord-est come sede per celebrare la Giornata nazionale della memoria in onore delle vittime di mafia. Naturalmente, è anche la pressione esercitata dall’antimafia sociale a sollecitare una repressione più attenta, in una spirale di produzione sociale del fenomeno che meriterebbe qualche attenzione.

Questi ultimi casi di “mafia a Nord-est” non ci dicono nulla di nuovo sul coinvolgimento di pezzi delle società locali nelle attività dei gruppi mafiosi in Veneto – e appaiono anzi in continuità con quanto emergeva già da qualche tempo[3]. L’eco mediatica che li ha interessati mette però in crisi la strategia rassicurante della Lega e del presidente Luca Zaia, che mira a convalidare il racconto sul Veneto come terra di onesti lavoratori vittime del morbo meridionale. In difficoltà appare però anche la generica chiamata alle armi che interpreta la lotta antimafia come lotta al “male assoluto” e quindi come lotta di ordine etico e morale, che vede il popolo dei “non mafiosi” accomunato da un’unica battaglia, apolitica ed ecumenica. Qui come altrove, i meccanismi generativi e riproduttivi della mafia traggono invece linfa da un ben preciso sistema economico, sociale e politico.

[1] Sull’importanza dei legami esterni si veda il lavoro di Rocco Sciarrone, in particolare Mafie vecchie, mafie nuove, Donzelli 2009.

[2] Su questi aspetti, rimandiamo all’ormai classico studio di Vincenzo Ruggiero. Cfr. Economie sporche, Bollati Boringhieri 1994.

[3] Cfr. G. Belloni e A. Vesco, Come pesci nell’acqua. Mafie, impresa e politica in Veneto, Donzelli 2018.

Per citare questo post:

Belloni, G. e Vesco, A. (2019), La scoperta della mafia a Nordest manda in tilt il paradigma dell’alterità, Studi sulla questione criminale online, consultabile al link https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/03/15/la-scoperta-della-mafia-a-nordest-manda-in-tilt-il-paradigma-dellalterita-di-gianni-belloni-giornalista-e-antonio-vesco-aristotle-university-of-thessaloniki

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