Pubblichiamo un commento di Adrian Barbosa e Silva (Università Federale del Pará, Brasil) sulle consequenze (in)aspettate della Guerra contro la droga in Brasile: l’aumento esponenziale dei tassi di incarcerazione ma anche delle morti tra donne e uomini neri, anche ad opera della polizia.

Adrian Barbosa e Silva è dottorando in Giurisprudenza presso l’Università Federale del Pará, Brasil, Visiting scholar presso l’Università di Bologna, Italia, e professore nella Scuola di Giurisprudenza del Centro Universitario del Pará e nella Facoltà Estácio del Pará, Brasile.

Ringraziamo Adrian Barbosa e Silva per il post. Buona lettura!

Droghe tra carcere e sangue: breve sguardo agli effetti reali dell’esperienza proibizionista brasiliana

di Adrian Barbosa e Silva

Morto nel 2005, Bezerra da Silva, anche noto come “ambasciatore delle morros [colline]”, è stato indubbiamente uno dei più grandi cantautori e interpreti del genere musicale samba in Brasile, avendo fatto della sua musica un vero strumento di critica politica e di riferimento ai problemi sociali della vita quotidiana della popolazione emarginata degli abitanti delle favelas. Nella canzone “A fumaça já subiu pra cuca” (album “Meu bom juiz”, da 1993), per esempio, dimostrando di conoscere la legislazione penale e il carattere illegale del consumo di stupefacenti (così come i danni derivati dalla proibizione e repressione delle droghe), indica, in modo pedagogico, il fatto che se l’utente di marijuana è un buon “malandro”[i] saprà come consumare la sua droga, senza causare problemi e lasciare tracce alla polizia. Crede che se anche così la polizia insiste per arrestarlo, questo arresto verrà giudicato arbitrario e senza prove dal magistrato che deve effettuare il controllo di legalità e garantire il diritto alla libertà del cittadino.

Sebbene questa analisi proveniente da un uomo periferico senza formazione legale sia adeguata, soprattutto per quel che concerne la sfiducia nell’azione poliziesca, ha una certa ingenuità riguardo alle prestazioni delle agenzie giudiziarie. In Brasile, il problema è innanzitutto normativo: non c’è per legge una distinzione precisa tra le figure dell’utente e del narcotrafficante: non solo gli stessi comportamenti nucleari[ii] si riproducono in entrambe le tipizzazioni (“trasportare” o “conservare” la droga, per esempio, sono comportamenti che possono essere ricondotti sia al reato di uso di stupefacenti sia a quello di traffico di droga, secondo le loro rispettive criminalizzazioni contenute negli articoli 28 e 33 della Legge n. 11.343/2006 [Sistema Nazionale di Politiche Pubbliche sulle Droghe]), così come la persona che porta la droga senza presentare l’intenzione specifica di commercializzarla può essere considerata un trafficante (mancanza di scopo commerciale nel dispositivo di traffico). Vista l’apertura della legge, il potere di definizione dell’etichetta applicabile finisce per essere in mano all’autorità di polizia che effettua l’arresto, la cui decisione – basata sulle condizioni sociali del luogo e della persona – è di solito legittimata dal potere giudiziario. È interessante notare che i risultati, a seconda della capitolazione adottata, possono essere radicalmente diversi: per l’utente, la legge prevede una serie di sanzioni alternative (avvertimento, servizi alla comunità, corso educativo); per il trafficante, c’è una penalità da 5 a 15 anni di reclusione (pena più rigida rispetto per chi è condannato per stupro, per esempio).

In questo senso, si può vedere che – anche se da un punto di vista dogmatico e costituzionale il consumo di droga non dovrebbe nemmeno essere un reato poiché si occupa al massimo di una condotta individuale senza potenziale offensivo nei confronti di terzi[iii], così come il traffico stesso non è altro che un’attività commerciale clandestina senza violenza (è vero, circondata da altre condotte criminali con specifiche criminalizzazioni, ad esempio di omicidi) – la repressione penale è implacabile.

Dal punto di vista dell’economia mondiale della droga, il World Economic Forum (WEF) e l’United Nations Office on Drug and Crime (UNODC) dicono che il profitto derivante dal  commercio illegale per la criminalità organizzata è più di 1 trilione di dollari l’anno; e il traffico di droga – con profitti stimati in 320 miliardi di dollari all’anno – è l’attività illecita più redditizia sul mercato clandestino. In questo scenario, nonostante non sia uno dei principali paesi produttori di sostanze psicoattive, il Brasile è il secondo più grande mercato al consumo di cocaina e derivati e uno dei principali esponenti dell’esperienza proibizionista per quanto riguarda l’impatto derivato dai suoi effetti reali.

Basato sul modello statunitense della war on drugs, la politica brasiliana presenta un modello di difesa sociale che fugge alla logica della pattuglia di polizia tradizionale per essere fortemente militarizzato e centrato sulla conoscenza dei territori (Wacquant, 2006; Saborio, 2016), le cui vere funzioni si concretizzano in strategie di controllo delle classi marginalizzate, dimostrando che il proibizionismo è strettamente associato ad alcuni dei principali problemi del sistema penale: il punitivismo, che a sua volta si manifesta in incarcerazione di massa e genocidio (Silva, 2016).

Come sostenuto da David Garland (2001), due sono le caratteristiche principali dell’incarcerazione di massa: i numeri assoluti della popolazione carceraria, il cui valore diventa nettamente superiore allo standard storico e comparativo per tali società, e la concentrazione sociale degli effetti del carcere, cioè un fenomeno secondo il quale il carcere perde il suo significato come strumento di punizione per fatti praticati dagli individui e diventa una strategia di incarcerazione sistematica di alcuni gruppi della popolazione. Entrambi questi elementi sono costitutivi dei processi di incarcerazione in Brasile.

Da una prospettiva globale, secondo gli ultimi dati forniti dall’International Centre for Prison Studies (ICPS)[iv], attraverso il World Prison Brief data, il Brasile è oggi il terzo paese con la più grande popolazione carceraria assoluta al mondo, con 700.489 detenuti, secondo solo agli Stati Uniti e alla Cina, con 2.121.600 e 1.649.804 detenuti rispettivamente. Sulla base dei dati ufficiali forniti dal governo brasiliano attraverso il Departamento Penitenciário Nacional (DEPEN) del Ministério da Justiça (MJ), il cui ultimo aggiornamento è del giugno 2016, la popolazione carceraria assoluta, con un totale di 726.712 persone imprigionate per un deficit di 358.663 posti (tasso di occupazione pari al 197,4% della capienza), rappresenta un balzo del 707% rispetto al numero dei detenuti registrato all’inizio degli anni ‘90 – quando la popolazione carceraria era di circa 90 mila detenuti. È interessante notare che nel rapporto pubblicato ancora dal DEPEN nel giugno 2014, anche in termini relativi (tasso di reclusione), rispetto ai paesi con le più grandi popolazioni assolute del mondo, una volta che i dati sono stati attraversati, il Brasile è rimasto uno dei paesi che guidano il ranking mondiale: al quarto posto, dietro gli Stati Uniti, la Russia e la Thailandia.

Per quanto riguarda il profilo della popolazione carceraria, il 40% è costituito da detenuti non definitivi, i reati di droga rappresentano il 28% (quasi il triplo del 2005, quando era in vigore una legislazione meno punitiva) della popolazione carceraria totale, il 64% sono neri, giovani (30% da 18 a 24 anni; 25% da 25 a 29 anni) e con un basso livello di educazione scolastica (il 17,75% non ha nemmeno avuto accesso all’istruzione secondaria, avendo completato al massimo l’istruzione elementare). Si aggiunga un ulteriore elemento; oltre alle variabili di classe e linea di colore, possiamo vedere un indiscutibile fattore di genere da analizzare: seguendo la tendenza latino-americana e globale (Giacomello, 2013) dagli anni ‘80, nell’ultimo decennio il tasso di crescita del numero di donne detenute per reati di droga è stato superiore a quella degli uomini, arrivando secondo gli ultimi dati ad un totale di 42.355 unità (un deficit di 15.326 posti). La maggior parte di esse ha legami con il traffico ma senza partecipare alle organizzazioni criminali: le donne effettuano servizi secondari, accessori, di trasporto, o piccoli commerci, senza attività di gestione di per sé.

Dall’altro lato della medaglia, oltre al penitenziario, che è residuale in confronto ai processi di selettività delle agenzie di controllo penale, la “mano dura” dello Stato opera anche in modo letale, limitando non solo la libertà (legittimamente o non) ma anche la vita (legittimamente o non). Il Fórum Brasileiro de Segurança Pública (FBSP) nel suo ultimo annuario sulla sicurezza pubblica nazionale ha registrato 63.880 morti violente nel 2017 in Brasile, di cui 55.900 classificate come omicidi, 2.460 latrocínios[v], 955 feriti seguiti da morte, 5.144 morti derivanti da interventi di polizia (14 morti al giorno) e 367 morti di poliziotti (1 morte al giorno). Da parte sua, l’Atlante della Violenza dell’Instituto de Pesquisa Econômica Aplicada (IPEA) mostra che il tasso di omicidi di neri è stato il doppio del tasso delle persone non-nere nel 2016, e in un decennio (2006-2016) il tasso di omicidi di neri è cresciuto del 23,1%. Infine, il tasso di omicidi delle donne nere è del 71% superiore a quello delle donne non-nere.

Come sottolineato da un importante corpo di ricerca, è innegabile che un gran numero di questi decessi siano legati alla dinamica del traffico di droga in Brasile, sia come causa di dispute commerciali che della violenza arbitraria o non della polizia. Confrontando il numero di persone uccise dal consumo di droga con il numero di persone che sono direttamente vittime della guerra alla droga, non è un caso che Nilo Batista (1998), uno dei più importanti penalisti brasiliani, chiami la politica sulle droghe in Brasile una “politica criminale di spargimento di sangue”. In realtà, i problemi di salute causati dalla guerra alla droga sono molto più pesanti e potenti di quelli causati dalla droga stessa.

In considerazione di quanto detto sopra, si può vedere che le agenzie del sistema penale brasiliano – in particolare la polizia e i penitenziari, ma anche il giudiziario (oltre ai mass media e alle agenzie politiche responsabili della creazione di “panico morale”…) – sono responsabili della produzione degli effetti reali del proibizionismo che, contrariamente al suo discorso sulla protezione della salute pubblica, ha contribuito non solo al continuo aumento di una delle più grandi popolazioni carcerarie al mondo e al consolidamento di ciò che potremmo definire come un processo di “confinamento della miseria”, ma anche di “sterminio dei poveri” il cui dispiegarsi vittimizza tre dei lati dell’archetipo di conflitto creato: gli individui etichettati come devianti e nemici, gli agenti di polizia che rappresentano le forze di combattimento statali e gli abitanti delle zone periferiche che subiscono gli effetti collaterali della vita nel territorio di guerra. Pensare alla situazione attuale e alle sue prospettive future presuppone non solo conoscere l’attuale percezione presidenziale e le sue prospettive future per l’intensificazione della politica sulle droghe, ma anche l’essere consapevoli di riferirci a un paese che, sebbene abbia una costituzione repubblicana che vieta la pena capitale (autorizzandola solo in caso di dichiarata guerra), uccide molto di più di coloro che hanno la pena di morte formalmente prevista dalla legge, avendo non solo la polizia al mondo che uccide di più, ma anche quella che muore di più.

In sintesi, dal divieto nasce il traffico e, con esso, la criminalizzazione, la privazione della libertà, il mantenimento della disuguaglianza sociale, la distruzione dei diritti e il sangue versato. Un’altra politica – anticarceraria, umana e veramente preoccupata per la salute della popolazione – è urgente. Dopotutto, la ricorrente scena di un bambino che muore con un colpo di “pallottola persa”, anche se ci fanno credere il contrario, è la prova concreta che in una guerra non ci sono vincitori.

Note

[i] Sebbene derivata della parola italiana “malandrino”, secondo il dizionario Treccani, l’espressione malandro acquista un senso particolare nel contesto brasiliano. Se è vero che è associata all’idea di un individuo esperto, furbo, carismatico, che spesso usa trucchi per ottenere vantaggi in certe situazioni, riguarda anche la formazione di uno stile di vita, la creazione dello stereotipo del “malandro brasiliano” nel contesto della boemia e delle ruote di samba nei primi anni ’30 a Rio de Janeiro, un importante oggetto di analisi storica, politica, sociologica e culturale.
[ii] Il “comportamento nucleare” è un’espressione tecnica del diritto penale che si riferisce al comportamento criminalizzato, generalmente previsto nell’articolo di legge sotto forma di un verbo all’infinito, cioè il “nucleo del tipo”.
[iii] A proposito, una discussione attualmente di fronte alla Corte Suprema Federale.
[iv] Centro di ricerca collegato all’Institute for Criminal Policy Research presso Birkbeck, University of London
[v] Secondo il Codice Penale brasiliano, la figura del “latrocínio” corrisponde a una forma di rapina qualificata dalla morte di una persona, questo è, significa uccidere e sottrarre qualcosa da qualcuno.

Il presente saggio è un risultato parziale della ricerca di dottorato sviluppata come visiting scholar presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università di Bologna, con finanziamento (borsa di studio) PDSE/CAPES.

 

Bibliografia

BATISTA Nilo (1998), Política criminal com derramamento de sangue, in “Discursos Sediciosos”, Rio de Janeiro, v. 5-6, n. 20, pp. 129-149.

GARLAND David, a cura di (2001), Mass imprisonment: social causes and consequences, Sage Publications, London/Thousand Oaks/New Delhi, pp. 1-2.

GIACOMELLO Corina (2013), Mujeres, delitos de drogas y sistemas penitenciarios en América Latina, in “Documento informativo del IDPC”, United Kingdom.

SABORIO Sebastian (2016), Conoscenza del territorio tra guerra e controllo di polizia, in “Lo Squardeno”, n. 39, march, pp. 47-48.

SILVA Adrian Barbosa e (2016), Horizonte de projeção da criminologia crítica na política de drogas no Brasil, ÁVILA Gustavo Noronha de, CARVALHO Érika Mendes de, a cura di, 10 anos da lei de drogas: aspectos criminológicos, dogmáticos e político-criminais, D’Plácido, Belo Horizonte, pp. 238-239.

WACQUANT Loïc (2006), La militarizzazione della marginalità urbana: lezioni dalla metropoli brasiliana, in “Studi sulla questione criminale, I, n. 3, pp. 7-29;


Per citare questo post:

Barbosa e Silva, A. (2019) “Droghe tra carcere e sangue: breve sguardo agli effetti reali dell’esperienza proibizionista brasiliana!, in Studi sulla questione criminale online, pubblicato al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/03/22/droghe-tra-carcere-e-sangue-breve-sguardo-agli-effetti-reali-dellesperienza-proibizionista-brasiliana-di-adrian-barbosa-e-silva-universita-federale-del-para-brasil/

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