Risultati immagini per violenza polizia aldrovandi

Questo post inaugura una nuova serie del blog di Studi sulla questione criminale: Nel corso dell’anno pubblicheremo stralci degli articoli usciti nella rivista di Studi sulla questione criminale.
 
Pubblichiamo oggi per la prima volta un estratto da un articolo uscito nell’ultimo numero della Rivista. L’articolo, scritto da Vincenzo Scalia (University of Winchester), riflette sul concetto di cultura di polizia e sugli abusi in divisa compiuti dalle forze di polizia italiane negli ultimi anni, raccontando il caso di Federico Aldrovandi, deceduto in seguito alle violenze subite da parte di alcune unità della polizia di Ferrara. 
 
Rimandiamo al nostro blog per l’elenco di tutti i fascicoli della Rivista comprensivi degli indici. Vi ricordiamo che, sempre dal nostro blog, nella colonna a destra potete accedere al sito di Carocci e alla versione integrale di questo e di altri articoli e dei fascicoli. Intanto, buona lettura!

I miasmi della canteen culture. Il caso Aldrovandi e la cultura della polizia

di Vincenzo Scalia

(Estratto da Studi sulla questione criminale – Fascicolo 3, settembre-dicembre 2018)

Questo lavoro si prefigge di analizzare gli abusi compiuti dalle forze di polizia italiane negli ultimi anni, focalizzando sul caso di Federico Aldrovandi, avvenuto il 25 settembre del 2005, e conclusosi con il tragico decesso del giovane ferrarese, di ritorno da una serata di fine settimana, in seguito ad abusi subiti da parte di alcune unità della PS di Ferrara. Una volante della Polizia di Stato era accorsa su segnalazione di un residente della zona, che aveva sentito delle urla. Si erano imbattuti nel giovane Federico Aldrovandi, che gridava mentre si dirigeva verso casa dopo una serata trascorsa a Bologna con amici. Il loro approccio verso il giovane si era rivelato problematico, con gli agenti pronti ad usare la forza fisica e a chiamare in sostegno del loro intervento un’altra unità di PS. L’approccio violento si era acuito dopo l’arrivo del secondo gruppo di agenti, fino a culminare con la morte del giovane.

Risultati immagini per violenza polizia aldrovandiIl caso di Federico Aldrovandi ha segnato uno spartiacque nella percezione degli abusi di polizia, che già avevano suscitato l’attenzione da parte dell’opinione pubblica italiana in occasione del G8 di Genova del 2001. Grazie al lavoro di attori della società civile, in particolare di associazioni come Antigone (www.associazioneantigone.it), A Buon Diritto (www.abuondiritto.it), Associazione Contro gli Abusi in Divisa (www.acad.it), un numero sempre più ampio di episodi di violazione dei diritti dei cittadini da parte delle forze dell’ordine è stato portato alla ribalta pubblica. 38 sono i più conosciuti, anche se ne esistono altri casi che non vengono denunciati, che si abbinano a quelli che vengono trattati privatamente dai legali e per i quali viene compiuta la scelta di mantenere l’anonimato. Le vittime e i loro familiari hanno potuto contare sul sostegno di una rete di legali, attivisti e di una parte dell’opinione pubblica. Si è così ottenuta una mobilitazione mirata sia a fare ottenere ai casi specifici la giusta attenzione da parte degli inquirenti, sia a generare un livello di consapevolezza necessario a prevenire gli abusi da parte delle forze dell’ordine.

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Nel corso di questo lavoro, si preferirà utilizzare il termine cultura di polizia a quello di saperi di polizia. Questa scelta è dettata dal fatto che la letteratura alla quale si fa riferimento (Reiner, ma anche altri), di matrice anglosassone, utilizza, e da un periodo di tempo maggiore, la definizione di police culture, mentre il termine “sapere”, di derivazione foucaultiana, è maggiormente diffuso sul continente, oltre a rappresentare un’acquisizione recente. Di conseguenza, la scelta di parlare di cultura di polizia è dettata anche dal tentativo di inserirsi all’interno del dibattito scientifico di più lungo corso.

All’interno del panorama accademico italiano, si registra un relativo ritardo rispetto ai police studies, e, in particolare, degli studi relativi alla cultura della polizia. In secondo luogo, La maggiore riluttanza da parte delle forze dell’ordine italiana a collaborare con gli studiosi, sanzionata da una legislazione restrittiva in materia, ha pregiudicato lo sviluppo di un campo sociologico e criminologico rilevante ai fini sia della conoscenza, che, soprattutto, della possibilità di elaborare politiche di intervento in questo ambito.

I principali studi relativi alle forze dell’ordine, di conseguenza, si sono concentrati sugli aspetti burocratici e di apparato (R. Canosa, 1976), tralasciando quegli aspetti relativi alla cultura di polizia che invece richiedono un’analisi interna, relativa sia al significato che le forze dell’ordine attribuiscono alle loro pratiche che all’identità collettiva che sviluppano rispetto alla loro professione. Altri lavori più recenti (S. Palidda, 2000) declinano la prospettiva del controllo sociale, ma dicono poco in merito alla cultura di polizia. Negli ultimi anni, tuttavia, si è registrata una maggiore vivacità relativamente allo sviluppo dei police studies in Italia: dall’interazione tra migranti e forze di polizia (G. Fabini, 2016) all’analisi della formazione delle forze dell’ordine (E. Gargiulo, 2015), fino all’analisi della polizia in relazione ai dispositivi di controllo (G. Campesi, 2009), prosperano molteplici contributi che forniscono spunti di riflessione interessanti. Questo saggio intende contribuire alla spinta innovativa di questa recente produzione in materia di polizia nel contesto italiano.

Il lavoro principale, a cui si fa riferimento in questo saggio, è quello di Robert Reiner, in particolare al modello sviluppato dall’autore nel suo libro The Politics of Police (1985). Reiner, partendo dalla discrezionalità che orienta l’operato delle forze di polizia, dovuto sia alla necessità di valutare una specifica situazione sul momento, sia, soprattutto in seguito alla responsabilità pubbliche di cui sono investiti, riscontra quattro peculiarità della cultura poliziesca: la prima è quella della missione (R. Reiner, 1985, 111), intesa come la giustificazione delle pratiche di polizia in funzione della protezione delle vittime e di uno specifico stile di vita sotto minaccia da parte di individui e gruppi sociali portatori di alterità politica, sociale e culturale. La richiesta di legge e ordine da parte di alcuni settori dell’opinione pubblica viene letta dalle forze dell’ordine come una giustificazione del machismo che caratterizza talvolta i loro interventi. Questo aspetto verrà analizzato più avanti in maniera articolata.

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La categoria dell’isolamento può essere articolata in due direzioni: verso l’esterno, si concreta nella “alterizzazione”, ovvero nella codificazione degli attori che si rapportano con la polizia in differenti categorie. Reiner (1985, 117-21) ne elenca 7: good class villains, ovvero i colletti bianchi Immagine correlatache si rendono autori di un reato; police property, con cui definisce gli attivisti politiche, le minoranze etnico-razziali, i portatori di stili di vita eccentrici, le prostitute, gli LGBTQ, le classi subalterne e marginali. Questi gruppi sociali vengono considerati come “proprietà della polizia” nella misura in cui la loro alterità viene ritenuta minacciosa per l’ordine sociale e le forze dell’ordine, con la loro esperienza sul campo, sarebbero gli unici a sapere come rapportarsi con loro. Altre categorie sono quelle del rubbish (spazzatura), riferito a persone dei gruppi sociali marginali che chiamano la polizia per le loro dispue domestiche; challengers, cioè avvocati, giornalisti, assistenti sociali; disarmers, in cui rientrano vecchi, donne e bambini; do gooders, riferito agli attivisti che monitorano l’operato della polizia; politici, che con le loro riforme e le loro pressioni minaccerebbero l’efficienza della polizia.

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La declinazione della propria specificità professionale, intesa come il senso che attribuiscono alle loro pratiche e il modo in cui lo costruiscono, rappresenta per le forze di polizia un ambito maggiormente problematico rispetto ad altre professioni, data la tipologia della loro occupazione. Verso l’interno, possiamo individuare la dicotomia tra routine e sfida, in quanto il lavoro di polizia, tendenzialmente orientato verso l’azione in situazioni estreme, convive spesso con situazioni di routine (R. Reiner, 1985, 116; P. Manning, 2001). Verso l’esterno, le forze di polizia debbono giustificare le loro pratiche alla società e alle istituzioni, trovandosi da un lato in una situazione di contraddizione rispetto alle regole formali e al senso comune, dall’altro a fare fronte ad una domanda di produttività legata principalmente al panico morale (J. H. Skolnick, 1966). Il divario tra l’esterno e l’interno viene colmato di solito attraverso la mission, vale a dire la narrazione che le forze di polizia producono rispetto al loro operato e agli scopi che lo ispirano. In una condizione di isolamento rispetto alla società, come quella discussa nella sezione precedente, il processo di significazione si svolge all’interno di canali informali, quali quelli forniti dall’interazione quotidiana tra i colleghi, all’interno della quale la discussione relativa alle esperienze di lavoro produce un duplice esito: sul piano pratico, contribuisce a cumulare quel patrimonio di conoscenze su cui si forma la professionalità singola e collettiva delle forze di polizia; sul piano simbolico, genera quelle narrazioni che aiutano gli agenti a dare significato alla loro esperienza e ad elaborare un certo distacco rispetto al loro agire quotidiano. In entrambi i casi, si tratta della canteen culture di cui abbiamo discusso all’inizio, dalla quale, più della formazione, si genera l’operato della polizia.

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La linea dello spirito di servizio e della professionalità va tenuta a tutti i costi, persino coi genitori, fino a ribaltare la dinamica dell’accaduto presentando i poliziotti come le vittime autorizzate a intentare causa contro una famiglia che ha perduto un figlio nella maniera più assurda e inaspettata. Il dolore dei familiari, in questa cornice, passa in secondo piano, in quanto l’evento tragico rientrerebbe nelle dinamiche dell’ordine pubblico, e va accettato anche e soprattutto dalla famiglia, che si deve contentare di una rinuncia a un risarcimento da parte dei poliziotti. Le dichiarazioni del questore fanno propendere ancora una volta per una maggiore fondatezza del modello di Reiner rispetto a quelli proposti da altri autori (S. Sackmann, 1992; P. Manning, 2001; J. Chan, 1999), che scorgono un conflitto culturale interno alle forze di polizia in relazione alla posizione occupata all’interno delle gerarchie. In realtà, quantomeno nel caso specifico, trapela una compattezza trasversale ai diversi gradi, che si traduce, sia verso il pubblico che in privato, nell’estrinsecazione del cinismo prodotto dall’isolamento rispetto alla società, che scaturisce in classificazioni conservatrici della realtà e si traduce nell’interpretazione della missione in termini di mantenimento dell’ordine pubblico a detrimento della complessità e della pluralità che caratterizza la società contemporanea. Il caso Aldrovandi ci restituisce una forza di polizia che si connota come una vera e propria “forza dell’ordine” (D. Fassin, 2013), idiosincratica verso la diversità e recalcitrante verso le normali esigenze di controllo democratico provenienti dalla società civile, auto-legittimata da una concezione omogenea e autoreferenziale del governo dei conflitti nella società contemporanea. Lo sforzo corale compiuto in direzione dell’occultamento delle prove, per produrre un impianto difensivo che alla fine verrà smantellato in sede processuale, spingendo i magistrati a definirlo nella stesura della sentenza come “una difesa perfetta che prevale sulla coerenza” (F. Vendemmiati, minuto 60), suggella le pratiche e i valori che orientano l’agire delle forze dell’ordine.

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Il caso Aldrovandi rappresenta uno dei tanti casi di abusi compiuti dalle forze di polizia in Italia. Attraverso la sua disamina si è messa in luce l’esistenza di una discrepanza tra i diritti degli individui, il controllo democratico degli apparati di Stato da una parte, e la cultura di polizia dall’altro. La cultura delle forze di polizia, in ultima analisi, risulta sempre orientata verso un agire repressivo, volto al mantenimento dei rapporti sociali esistente, impermeabile ai cambiamenti. Alla base di questa resistenza al mutamento, che si manifesta anche in paesi dove i governi hanno lavorato molto sull’apertura alla diversità, come il Regno Unito (E. Mc Laughlin, 2008; M. Rowe, 2002), si possono riscontrare diverse cause. La prima è quella dei depositi di potere di cui parla Stanley Cohen (1985): gli apparati di potere, per quanto attraversati da istanze rinnovatrici, finiscono per conservare, a lungo termine, un approccio finalizzato al dominio e al controllo accumulati nel corso del tempo.

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Molti altri casi di abusi di polizia si sono verificati nel corso degli anni e hanno luogo tuttora. Alcuni, come quello di Riccardo Magherini, Stefano Cucchi, Narducci, sono saliti alla ribalta delle cronache. Altri rimangono ignoti. Da un lato, non tutte le vittime e i loro familiari dispongono delle risorse materiali e simboliche necessarie a mobilitare l’opinione pubblica per fare luce su altri casi. Si pensi ad esempio agli immigrati e ai rifugiati, i cui episodi di vittimizzazione è difficile quantificare. Dall’altro lato, la paura di denunciare esponenti di forze dell’ordine per la posizione di tutori della convivenza quotidiana che occupano spesso ostacola anche l’azione di quelle organizzazioni della società civile che negli ultimi anni si sono distinte per esporre criticamente e affrontare questo aspetto esiziale per la vita di una società democratica e tollerante.

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Tuttavia, il caso di Federico Aldrovandi, ed altri casi, dicono che non si può più aspettare: se i cambiamenti interni alla cultura di polizia sono più lenti, se non addirittura irrilevanti, rispetto alle trasformazioni sociali, l’istituzione di meccanismi di controllo e di accountability indipendenti costituisce una misura necessaria e urgente da implementare, al fine di garantire un minimo spazio di agibilità ai diritti individuali.