Riceviamo e pubblichiamo un commento di Giuseppe Mosconi, Fondatore e già direttore del Master in Criminologia Critica e Sicurezza Sociale, su un progetto di “controllo del vicinato” recentemente attivato dal comune di Padova. Il commento è uscito in versione ridotta nel Mattino di Padova. Pubblichiamo qui la versione estesa.

Ringraziamo Giuseppe Mosconi per il contributo. Buona lettura!

Controllo di vicinato o patto di solidarietà?

di Giuseppe Mosconi

Ho seguito giovedì scorso il convegno tenutosi in serata in sala Paladin sull’avviato progetto del “Controllo di vicinato” da parte del Comune di Padova. Diverse sono le ipotetiche garanzie presentate che dovrebbero mantenere l’iniziativa nell’alveo della partecipazione democratica: la limitazione degli interventi alla sola osservazione e chiamata, il divieto di forme di vigilantismo ( le famigerate ronde). la formazione dei volontari, il rispetto delle competenze delle FF.OO, ecc. La validità delle stesse non può non confrontarsi con alcune domande fondamentali, la cui considerazione appare irrinunciabile se il progetto vuole reggersi su un minimo di scientificità, o almeno di legittimazione democratica basata sulla conoscenza: Quali comportamenti e soprattutto quali soggetti sono oggetto della sorveglianza di vicinato? Come risultano individuabili? A che tipo di intervento sono sottoposti? Quali soluzioni si assumono rispetto alla loro identità e condizione? Che tipo di atteggiamenti e reazioni si diffondono con la sollecitazione a un simile intervento? Che tipo di percezione della sicurezza e dei problemi del quartiere? Che cultura condivisa e che senso di solidarietà? Che tipo di legame sociale? Quale condivisione, quale senso di appartenenza alla comunità locale e al territorio? Si potrebbe continuare. Ma già dal dibattito l’unico esempio emerso è il classico piccolo spacciatore, ovviamente immigrato, eventualmente ciclomunito. Sappiamo chi è in ipotesi il piccolo spacciatore? La sua storia, il suo progetto, le condizioni di vita, soprattutto chi ci sta dietro, perché lo fa, e a chi vende, e perché. Se rispetto a tutte questa necessarie domande l’unica risposta è chiamare la polizia (locale o di stato), favorire l’arresto e l’incarcerazione della persona, non c’è chi non veda l’inadeguatezza drammaticamente semplicistica dell’intervento. Già le nostre carceri sono di nuovo a livelli insostenibili di sovraffollamento. Se anche l’attivazione diffusa e partecipativa concorre ad aggravare il processo, non stiamo andando molto lontano. Se l’oggetto del controllo sono i soliti diversi, marginali deprivati, privi di garanzie e di reddito, eventualmente invisi o inadeguati all’aspetto, altro non abbiamo fatto che rafforzare marginalizzazione e vulnerabilità sociale. Ma peggio se l’incentivazione di questi interventi radicalizzano stereotipi negativi che rafforzano pregiudizi e stigmatizzazione; quindi esclusione. Ma è soprtattutto il clima del sospetto e dell’allarme sociale a venirne rafforzato. Il senso di sicurezza, come è comprovato da decenni di studi e di ricerche, è fortemente legato alla percezione che si ha della realtà in cui si vive, del rapporto con gli altri, della fiducia reciproca e nelle risposte istituzionali. Se anziché risvegliare l’attenzione ai reali problemi del quartiere, in termine di servizi, infrastruttura, trasparenza dei processi economici e decisionali, si riversa il malessere del vivere sul diverso di turno, se si sta più attenti a chi passa per strada o a cosa fanno nell’appartamento accanto, anziché alle condizioni che determinano la qualità della vita nel territorio, è ovvio che individualismo e isolamento aumentano, e con essi un più sostanziale senso di insicurezza e di malessare. La solidarietà e la mobilitazione contro i sospetti e gli estranei non possono compensare quella che deriverebbe dalla mobilitazione per i reali bisogni dei cittadini, dall’apertura alle altre culture, dal rafforzamento delle risorse fiduciarie, dall’attenzione reciproca a bisogni condivisi, dall’attivazione di momenti di socialità. Viviamo tempi particolarmente bui, in cui il sicuritarismo delle precedenti politiche governative sta defluendo verso un clima allarmante di persecuzione razziale e degli stessi interventi solidali. E’ in gioco la qualità dei legami sociali e della loro percezione. Si tratta di sostituire il circolo vizioso dell’allarme e della stigmatizzazione con quello virtuoso della cura e della solidarietà. Non si può accettare che un’amministrazione che si è legittimata per la radicale distanza dalla precedente, specie su questi temi, perda il senso della chiarezza e dei suoi fondamenti.


Per citare questo pezzo

Mosconi G. (2019) “Controllo di vicinato o patto di solidarietà?”, pubblicato in Studi sulla questione criminale online al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/05/03/controllo-di-vicinato-o-patto-di-solidarieta-di-giuseppe-mosconi-universita-degli-studi-di-padova/