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Vi proponiamo qui lo stimolante contributo che Veronica Marchio (Unibo) ha discusso durante l’interessante seminario sulla Violenza Politica, tenutosi a Genova il 15 marzo 2019 e organizzato dal Dottorato in Filosofia e Storia della Cultura Giuridica dell’Università di Genova e Horisma. Il contributo è volto a problematizzare, dal punto di vista criminologico critico, le figure dell’atto politico e del militante politico, provando a sondare il confine tra mero illegalismo e conflittualità radicale.

Buona lettura!

I comportamenti sociali tra politicità, devianza e soggettività

di Veronica Marchio

Con questo contributo vorrei provare a riportare le linee di ragionamento principali del mio intervento al seminario genovese intorno al concetto di violenza politica. Il punto di vista con cui mi sono approcciata al tema è stato principalmente quello della criminologia critica, arricchito sul piano concettuale da alcuni arnesi teorici dell’operaismo italiano intorno al nodo della soggettività.

I due nodi su cui mi soffermerò ruotano attorno al binomio devianza/politicità intrinseca e categoria del criminale e del politico.

Devianza e politicità vengono oggi spesso sovrapposti – ciò che è dotato di politicità ma risulta incompatibile rispetto a certi assetti e relazioni di potere è marginale e deviante –, oppure nettamente separati – ciò che è illegale e deviante non può essere politico. Entrambi i punti di vista hanno un effetto di de-politicizzazione ed entrambe sono operazioni di portata storica.

Dotarsi di uno sguardo criminologico nello studio dei comportamenti politici, non significa necessariamente partire dalla categoria di devianza, intesa come deviazione da una norma giuridica o sociale, per poi ricercare la politicità. Non comporta nemmeno solo guardare ad una devianza che, a differenza di quella tout court, avrebbe il carattere di massa e collettività, oppure un fine ideale o politico piuttosto che privatistico o economico (1). Lo sguardo dovrebbe invece situarsi nella dinamicità dei processi sociali.

Intanto, sia nella sociologia della devianza che in quella dei movimenti sociali, abbiamo assistito ad una rimozione del politico. Seguendo il ragionamento di Gouldner (Gouldner, 1968) e di Matza (Matza, 1976) prima di lui, un approccio che tende alla romanticizzazione della devianza è l’estremo opposto speculare del correzionalismo, perché non assegna al deviante una capacità di rottura relegandolo ad una posizione di vittima e di passività – entrambi gli approcci hanno l’effetto di de-politicizzazione. In altri termini la romanticizzazione di un comportamento deviante porta ad una sua mera esaltazione che non ne coglie gli elementi ambivalenti e anzi nasconde la verità riproducendo una mistificazione. Queste importanti critiche che Gouldner muove a Becker segnano un momento nel passaggio dalle teorie dell’etichettamento alla criminologia critica, ma soprattutto inaugurano una stagione di studio criminologico di quei comportamenti che non sono solo il frutto delle pratiche delle istituzioni che li dominano e controllano, ma che possono esprimersi in opposizione ad esse.

A. Baratta, nel primo numero della rivista “La questione criminale” del 1975, criticava i teorici dell’etichettamento, affermando che suddetta teoria riduceva la criminalità alla sua definizione legale, esaltando il momento della criminalizzazione e lasciando fuori dall’analisi la realtà sociale del comportamento criminalizzato.

“La sua qualità di deviazione effettiva nei confronti del funzionamento del sistema socio-economico, il suo essere espressione delle reali contraddizioni di esso, resta del tutto oscurata, apparendo il significato sociale del comportamento criminalizzato solo come effetto della legge e dei meccanismi di stigmatizzazione di controllo sociale”(La Questione Criminale, 1975, pag. 45)

Considerare questo importante assunto della criminologia critica, significa anche capire come evitare, dal lato opposto, una romanticizzazione del politico, vedendo la politicità dove potrebbe non esserci.

Proprio a partire da questo “rischio” bisogna intendere il comportamento politico non come mero frutto di un’interazione ma, come già i criminologi critici sottolineavano, l’esito o il principio di un processo di contrapposizione. Muoversi dalla politicità significa attribuire ad un certo comportamento un sintomo di ricerca di protagonismo sociale, mentre parlare di devianza ha sempre in qualche modo rimandato ad un’idea di marginalità e marginalizzazione destinate a riprodursi. Non una coscienza politica lineare ma una soggettività in formazione ambivalente e quindi “sporca”; una soggettività che si forma in un contesto ed è dotata di socialità, quindi relazionale (Alquati, 1994).

Nell’operare questo rovesciamento di prospettiva, si tratta in qualche modo di provare a mettere in discussione lo stesso status del ricercatore. La politicità (intrinseca o meno) non è qualcosa che ci aiuta a leggere la realtà o dei fenomeni specifici; è la necessità di modificare la realtà che definisce il politico e costringe in qualche modo lo “studioso” a situarsi in un campo. In questo senso la figura del sociologo e quella del militante politico si incontrano nella necessità che la loro ricerca non sia solo uno strumento di conoscenza, ma un utensile pratico-critico tendente alla trasformazione della realtà (Cfr Montaldi, 1971). La politicità di un comportamento non ha mai origine da una teoria (sociologica o politica), ma è sempre subordinata ad una dimensione reale e sociale, il politico non è qualcosa di separato.

Passando al secondo punto: ragionare in questi termini sul concetto di violenza politica conduce inevitabilmente a delle domande preliminari: cosa intendiamo per categoria del politico e del criminale? Quale rapporto tra esse?

Innanzitutto violenza politica è sempre stata, a seconda delle fasi storiche e politiche, sinonimo di crimine – quindi terrorismo –, oppure in qualche modo un oggetto di studio sociologico e politico svuotato dei suoi caratteri di rottura e politicità. Se nel primo caso abbiamo parlato di repressione dei comportamenti politici – o di giustizia politica (Kirchheimer O. 1961) – nel secondo caso potremmo parlare di sussunzione, ossia l’atto di ricondurre determinati comportamenti ritenuti politicamente o economicamente pericolosi, ad un fine che non gli è proprio, appropriandosi delle condizioni sociali e materiali che lo avevano determinato, scomponendo e individualizzando i fini e le soggettività. Si tratta della capacità di riassorbimento di trasgressioni e antagonismo. Questo recupero della politicità sociale, non avviene chiaramente sul solo piano dei comportamenti e dei gruppi, è avvenuto storicamente anche sul livello della teoria politica, soprattutto quando questa, anziché trasformarsi in modo dinamico dentro ai mutamenti della realtà sociale, tendeva a rimanere pura ortodossia. I due movimenti agiscono sincronicamente.

La “questione criminale” è un contenitore storico all’interno del quale, sin dalla sua nascita – cioè nel XVIII secolo quando il delinquente diventa il nemico pubblico che fa guerra alla società civile perché non accetta la condizione di sfruttamento della sua forza-lavoro (Foucault, 2016) -, viene inserito l’insieme dei comportamenti politicamente ed economicamente pericolosi. Questi illegalismi, dovevano essere trasformati in delinquenza; la nascita del carcere, inizialmente configurato come casa di lavoro (Pavarini, Melossi 1977), ebbe proprio questo ruolo: isolare i delinquenti e spoliticizzare gli illegalismi popolari politico-economici (come la dissipazione e il depredamento). La questione criminale nasce dunque immediatamente come questione politica: le case di lavoro, come scriveva Pavarini, servivano a costituire il soggetto proletario che doveva introiettare l’etica del lavoro.

Vediamo dunque che nella stessa genealogia del criminale come nemico è insito un processo di spoliticizzazione dei comportamenti sociali come dato permanente del dominio capitalistico dalla sua nascita in avanti. Se la sua utilità storica è sempre stata quella di spoliticizzare le contraddizioni sociali, ciò si poteva e si può attuare solo attraverso un processo di politicizzazione nella direzione opposta.

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Quello che la sociologia e criminologia critica definisce come “securitarismo” o processo di dangerization (Garland, 2000) – con la prevalenza di definizioni criminali, l’attenzione perversa verso i “troubles” (Mills, 2000) e l’esaltazione della safety (Bauman 2014) -, rappresenta l’estremo di un processo di politicizzazione della questione criminale quale mezzo di controllo, governo e sussunzione dei comportamenti sociali e politici.

Andando ora a soffermarci sulla categoria del politico è interessante qui considerarla in termini schmittiani (Schmitt, 2017) come fondata sulla distinzione tra amico e nemico. Essa indica il grado estremo di intensità di un’unione o di un’associazione, di una separazione o dissociazione. Non si tratta però di un settore concreto particolare, ma di un’autonomia che indica il non fondarsi, del politico, sulle altre distinzioni. La categoria si riferisce ad un nemico pubblico, ad un’ostilità pubblica non individualistico/privata, né espressione psicologica di sentimenti e tendenze private. Non un’inimicizia relativa quindi, regolamentata all’interno dello stato di diritto, ma un’inimicizia assoluta, nel senso che non è regolarizzata né regolarizzabile. Nemicità pubblica e verticale e inimicizia assoluta sono gli attributi che distinguono la categoria del politico da quella del criminale. Quest’ultima è oggi decisamente imperniata su una dialettica amico/nemico in cui però la nemicità pubblica viene direzionata verso un nemico privato e presentata come comunanza di valori (Durkheim, 1999). Mentre sul piano dei comportamenti politico-sociali vediamo apparentemente l’assenza di un nemico in senso politico. Come interrogare dunque le categorie di amico e nemico in un contesto dove, tanto il processo di sussunzione e riassorbimento di cui sopra, quanto la politicizzazione della questione criminale, sfumano e mistificano continuamente i termini di questa dialettica?

commune-of-paris-1104672_1280  Mi rifaccio ad un’immagine (ripresa in V. Ruggero, 2006) che ci viene restituita da alcune considerazioni che Lombroso e Laschi da un lato e Marx dall’altro, avevano espresso sulla Comune di Parigi:  i primi andavano sostenendo che fosse stata una delle ribellioni più illegali della storia portata avanti da delinquenti, disertori, prostitute ecc (Lombroso e Laschi, 1890); il secondo invece si chiedeva come mai i comunardi non fossero abbastanza criminali, mostrando rispetto sacrale per la banca di Francia. Secondo Marx da quando essi avevano preso il governo della cosa pubblica, Parigi non era più un luogo di raduno per proprietari terrieri, trafficanti di schiavi ecc, non più cadaveri all’obitorio, né rapine notturne; il furto era stato estirpato, le strade della capitale erano più sicure di quanto non lo fossero mai state. I criminali non erano i comunardi, ma chi voleva reprimerli (Marx, 1968). Questa immagine fa emergere in modo netto come la categoria del criminale non è mai esistita in quanto tale, ma è sempre stata ed è sempre il frutto di processi di costruzione sociale; questi sono stati politicamente funzionali a imporre dinamiche materiali e ordini discorsivi orientati a stigmatizzare i comportamenti sociali e politici di rottura, non compatibili.

Sommariamente potremmo dire che la categoria del politico così intesa indica l’entrata in scena dei problemi collettivi, l’emersione delle contraddizioni strutturali e degli antagonismi di classe, la prevalenza di definizioni politiche e la marginalizzazione della questione criminale.

Riporre al centro la categoria del politico permette di non reificare il concetto di violenza politica che deve essere sempre incarnato in dei processi di soggettivazione e di lotta e non nelle categorie dello spirito; la sua legittimità sociale dunque non viene data dall’esterno, ma è strettamente legata a dei rapporti materiali all’interno della società.

Ritornando ai comportamenti sociali, possiamo aggiungere che non solo dovremmo guardare ad essi dal punto di vista della politicità più che dalla devianza, ma che questa politicità va ricercata in quei processi di formazione di un rifiuto – non necessariamente palese – dove l’individuazione di un nemico non è mai lineare o data. Ecco che allora il concetto di politicità intrinseca può aiutarci a collocare lo sguardo tra “l’azione politica non strumentale” – o almeno apparentemente tale – cioè quella che non è mezzo per alcun fine, e l’esistenza invece di un “senso” di quell’azione.

Questo collocarsi tra senso e fine permette di stare nel processo che rende l’atto politico un fatto politico, o meglio un campo di battaglia dove alla fine ciò che muta è la soggettività – individuale o collettiva.

Note

(1) Era stato all’incirca questo il passaggio operato negli anni ‘60 e ‘70 da alcuni criminologi critici, Cloward e Ohlin, i quali rielaborando la teoria mertoniana ed in particolare la figura del ribelle, parlano di adattamento collettivo anziché individuale, di espressione di un “io” collettivo

Bibliografia

Alquati R., Camminando per realizzare un sogno comune, Velleità Alternative, Torino, 1994.

Bauman Z., Paura liquida, Editori Laterza, 2014.

Foucault M., La società punitiva, Feltrinelli, Milano, 2016

Gouldner A.,“The sociologist as Partisan: Sociology and the welfare state” , in The American Sociologist, Vol 3, No. 2, 1968, pp. 103-116, pubblicato da American Sociological Association.

La Questione Criminale, anno I, gennaio/aprile 1975, Il Mulino; saggio Criminologia liberale e ideologia della difesa sociale di A. Baratta

Lianos D., Douglas M., Dangerization and the End of Deviance: the Institutional Enviroment, in Garland D., Sparks R., Criminology and the Social Theory, Oxford, 2000

Lombroso e Laschi, Delitto politico e le rivoluzioni, Bocca, Torino, 1890.

Marx K. , The Paris Commune: The civil War in France, Progress Publishers, Moscow, 1968;

Matza D., Come si diventa devianti, Il Mulino, 1976.

Melossi D. e M. Pavarini, Carcere e Fabbrica: alle origini del sistema penitenziario, Il Mulino, Bologna, 1977.

Melucci A., Sistema politico, partiti e movimenti sociali: Feltrinelli economica, Milano, 1977.

Merton Robert K., Teoria e struttura sociale, il Mulino, Bologna, 1983.

Mills W., L’immaginazione sociologica, Il Saggiatore, Torino, 2000.

Montaldi D., Militanti politici di base, Enaudi, Torino, 1971

Schmitt C. , Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna, 2017.

 


Per citare questo contributo:

Marchio V. (2019), I comportamenti sociali tra politicità, devianza e soggettività, pubblicato in Studi sulla questione criminale online al link:

https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/05/17/contributi-dal-seminario-genovese-sulla-violenza-politica-i-comportamenti-sociali-tra-politicita-devianza-e-soggettivita-di-veronica-marchio-universita-degli-studi-di-bologna/

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