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Vi proponiamo un altro interessante contributo presentato durante il seminario genovese sulla Violenza Politica, del 15 marzo 2019 e organizzato dal Dottorato in Filosofia e Storia della Cultura Giuridica dell’Università di Genova e Horisma. Il contributo, discusso da Dario Fiorentino dell’EHESS di Parigi, prova – applicando la Teoria dei  Sistemi di Luhmann – a tracciare definizioni e disvelare funzioni proprie del “processo politico”.

Buona lettura!

Il processo politico tra “memoria” e “rovine” del diritto. Una ridefinizione sistemica del “processo politico”

di Dario Fiorentino

Chi dice il diritto ha un potere pressoché illimitato sul mondo; esercita il potere di distinguere ciò che è diritto da ciò che non lo è, chi è nel giusto e chi è nel torto. E ciò è tanto più “vero” nei casi di giustizia politica, in cui il ruolo dei tribunali diventa pivotale; e l’autorità che beneficia del ricorso al processo politico si presenta come potere avente diritto ad essere tale, in quanto dà la parvenza di sottomettersi a ciò che ha precedentemente creato, le regole del gioco (De Giorgi 2015).

Provando a definire il processo politico in maniera diversa, ma non contrastante, rispetto alla letteratura “classica” sulla tematica, si potrebbe asserire che esso consista nell’espletamento di alcune particolarissime operazioni del sistema del diritto, nella sua dimensione penale, quando quest’ultimo si trova nella condizione di dover agire per far fronte, il più delle volte in funzione preventiva, a delle forme di non-sapere relative a casi di pericoli e rischi potenziali legati al trattamento della protesta politica e del dissenso ideologico; nel processo politico, generalmente, tali elementi vengono gestiti penalmente attraverso l’impiego di imputazioni per reati politici. Tale definizione è riferibile sia a forme di processo politico “puro”, come nel caso in cui le accuse siano esperite per attuare una persecuzione dell’ideologia degli imputati, sia a forme di processo politico nel quale siano portate in giudizio organizzazioni realmente pericolose per l’autorità politica in carica, ma in cui si verifichino comunque delle torsioni dello strumento processuale dettate dalla difficoltà di raggiungere la prova di colpevolezza degli accusati. In questi casi allora, il fine istituzionale del processo penale, soprattutto nei regimi politici formalmente democratici e costituzionali, vira drasticamente, divenendo strumento di lotta, essendo utilizzato “ad modum belli”.

Nei suoi studi sul fenomeno della giustizia politica, Otto Kirchheimer ci fornisce una definizione del processo politico particolarmente efficace (Kirchheimer 1961) per convalidare il concetto che Niklas Luhmann esprime con l’espressione “funzione immunizzante” del diritto, vale a dire la capacità del sistema giuridico di proteggere il sistema sociale dai conflitti che potrebbero frantumarlo attraverso la produzione di una “contraddizione alla contraddizione”, votata a distruggere le interferenze, presunte o reali, che alzano oltremodo il grado di instabilità del sistema sociale Luhmann 1990a).

Nei casi in cui si ricorre al processo politico, le procedure giudiziarie sono impiegate per raggiungere l’annichilimento di un avversario politico; più specificamente, l’attività giudiziaria opera come strumento di lotta al servizio, diretto o indiretto, dell’apparato di potere costituito che abbia deciso di eliminare politicamente individui o gruppi reputati ostili o pericolosi (Kirchheimer 1961).

Funzione del diritto e del processo nella repressione politica

La funzione della mediazione delle forme giuridiche nell’esperimento di tale tipo di persecuzione pare imprescindibile e si manifesta, secondo Kirchheimer, ad un doppio livello.

Un primo livello può essere costituito dalla circostanza per cui l’impiego di procedure legali ha un effetto legittimante agli occhi dell’opinione pubblica. Il punto è molto importante in quanto la tematica del processo politico viene sempre analizzata dal punto di vista della situazione-limite e d’emergenza, sospingendo tutta la sfera della giustizia politica unilateralmente nella sfera del potere e dei meri rapporti politici; la circostanza non è casuale per Kirchheimer, il quale sostiene che l’esclusione della tematica del processo politico dal movimento ordinario del diritto serva a limitare e non mostrare l’ambito delle rovine da esso allestite (Kirchheimer 2002). È una possibile spiegazione del motivo per cui venga continuamente negletta l’analisi della tendenza di qualsivoglia regime politico a non ammettere di legittimare impropriamente il proprio potere, dal punto di vista dei relativi sistemi di valore, anche attraverso l’istanza della procedura giudiziaria. Eppure il sistema normativo offre dei vantaggi non indifferenti; soprattutto in un regime democratico e costituzionale, in cui il sistema politico, per affermarsi e durare necessita di produrre e far condividere principi in grado di legittimarlo. Per fare ciò il sistema del diritto dispone di strumenti o elabora delle strategie capaci di produrre legittimazione, laddove con tale termine non si vuole indicare “legittimità”. Legittimazione attraverso la mediazione di strutture giuridiche formali rappresenta un processo di costituzione o di rafforzamento attraverso cui il sistema politico si procura il riconoscimento di legittimità e si afferma sostanzialmente appiattendo la sfera della legittimità su quella della legalità. Il ricorso alle procedure giuridiche è legittimante in virtù della presunzione del rispetto delle garanzie formali sottese alla loro produzione e, in seguito, utilizzazione; la struttura giuridica formale si autolegittima e fornisce legittimazione in quanto prodotto di ulteriori e determinate procedure legali le quali costituiscono certezza e prevedibilità, permettendo di strutturare precisi sistemi di aspettative. In tal senso, l’impiego di procedure legali permette di disporre di un ampio serbatoio di normatività cogente; essendo quest’ultima contingente, cioè suscettibile di trasformazione, si garantisce al sistema del diritto la eventuale e continua dilatazione o modificazione degli spazi di azione entro soglie controllabili e predeterminabili (De Giorgi 1981). Pretese e attriti che superino quelle soglie possono essere codificati, cioè considerati, come “illecito”, impedendo alla contraddizione politica di travasarsi direttamente nel sistema del diritto — come nel caso dei processi politici dei regimi totalitari — mantenendo, quest’ultimo, un relativo margine di separazione e di autonomia delle sue forme durante lo svolgimento delle proprie operazioni. In caso di crisi o instabilità sociale particolarmente grave, il ricorso alle procedure giudiziarie permette di affrontare, riducendola o bloccandola, la complessità sociale; il processo politico si pone come tecnica di costruzione della stabilità sociale. L’uso di procedure giudiziarie per fini politici, può avere, almeno nell’immediato, effetti stabilizzanti sul sistema sociale, in quanto il loro impiego comunica innanzitutto accettazione delle regole entro una ben precisa struttura di ruoli e contesti di significato. E il vantaggio del dispositivo procedurale risiede nel fatto per cui l’accettazione dei prevenuti non è richiesta, né deve essere necessariamente formulata e manifestata; il processo politico funziona indipendentemente dal consenso dei soggetti coinvolti. Anche se in questi casi lo strumento processuale viene utilizzato in maniera distorta, producendo soltanto consenso fittizio, si ottiene comunque una patina di legittimazione che consente al sistema sociale di continuare ad operare. Le procedure canalizzano cosi verso la neutralizzazione la latenza dell’istanza sociale repressa e riemergente, utilizzando, all’occorrenza, sue proprie risorse latenti, costituite dal proprio patrimonio pratico. Tali risorse permettono al sistema giuridico di alzare eventualmente il livello dello scontro, soffocando ogni opposizione politica e occultando dietro al principio di legalità il cambiamento del fine istituzionale del processo penale, camuffando nella formalità asettica dell’astrazione giuridica le alterazioni normative sostanziali e procedurali attuate per adattarsi alle necessità del caso concreto nella gestione dei processi a grande rilevanza politica.

La legittimazione così prodotta ci conduce direttamente al secondo livello in cui si esplicita la funzione della mediazione giuridica formale: la forma giuridica assorbe e pone in una zona d’ombra l’alta carica di violenza istituzionale che si abbatte sugli oppositori politici. Tale circostanza è connessa ad un ostacolo euristico ben preciso nella intelligibilità integrale del fenomeno della giustizia politica: il quadro concettuale delle teorie liberali e illuministe, ha, infatti, spesso favorito interpretazioni riduttive del fenomeno dell’uso delle procedure giudiziarie in funzione di lotta politica. La dimensione dell’autonomia operativa del diritto è stata spesso diluita nella dimensione politica fino ad essere trasvalutata talvolta a mero fenomeno di sospensione, talaltra a “muro magico”, in grado di apparire e scomparire secondo la contingenza del contesto politico (Kirchheimer 1969), quando non proprio sotto le sembianze di un “vuoto di diritto” che lascia immaginare una fagocitazione del momento giuridico da parte del sistema politico. Al contrario, il fenomeno della giustizia politica, nelle odierne società democratiche, potrebbe esser letto come un risultato fisiologico prodotto dall’interazione dei sistemi giuridico e politico.

L’esclusione politica di istanze, potenzialmente legittime, ma poste nella condizione di non trovare immediato sbocco politico, può provocare, a lungo andare, delle asimmetrie sociali che possono generare protesta politica, turbolenza, ribellione, fenomeni di violenza e lotta armata, i quali, se il sistema politico non agisce tempestivamente per attutirli, allargando i gangli della sua fruibilità, possono generare un sovraccarico di pretese in grado di destabilizzare la società (De Giorgi 2006).

Un tale sovraccarico, a causa del “meccanismo simbiotico” che accoppia cognitivamente il sistema politico a quello giuridico, può accrescere l’irritazione di quest’ultimo, il quale si sensibilizza sempre di più fino a poter diventare un vero e proprio parafulmine per scaricare le tensioni che si sono riversate sul sistema politico e, allo stesso tempo, il volano utilizzato per compensare la perdita di controllo della politica e per garantire la difesa sociale.

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Foto di Walter Donegà

“Memoria” del diritto

Nei casi in cui disponga di strutture normative adeguate a codificare ed imputare la perturbazione deviante, il sistema giuridico può svolgere funzione di supplenza politica, ma sempre attraverso simultanee operazioni di giuridificazione delle tematiche politiche da trattare. Una tale operazione non provoca una sospensione o un vuoto di diritto; semmai si tratta del contrario, dato che il sistema del diritto che agisce per organizzare una risposta giudiziaria repressiva, fa ricorso a delle operazioni che, per essere congruenti, riattivano strutture giuridiche latenti, slatentizzate nella situazione d’emergenza, ma pur sempre presenti, in potenza, nei condensati di senso fossili ricavabili dall’interpretazione della normativa penale che sanziona il delitto politico. Ed ecco che nel processo politico il sistema del diritto occulta e inibisce parzialmente il potenziale tragico della ragione di stato, riattivandola grazie al recupero di strutture punitive che sublimano il bisogno di prevenzione o di neutralizzazione, ma “civilizzandola” attraverso la combinazione di vecchie circolarità inquisitorie con nuove distinzioni penali che celano abilmente il proprio “corredo genetico” dietro alla secolarizzazione dell’idea di verità, di peccato, di eresia (De Giorgi 2006, Luhmann 1990b).

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Foto di Xenia Chiaramonte

 Il sistema del diritto reperisce nella sua “memoria” modalità riconoscibili del materiale decisionale e istruttorio, vale a dire modalità rese plausibili dallo stesso sistema giuridico come tecniche di costruzione del caso già sperimentate: grazie alla funzione di memoria, il sistema del diritto può attualizzare strutture di senso sedimentate per rendere il mondo accessibile alla decisione ed orientarsi sul tracciato di ciò che lo stesso sistema costruisce come realtà per rendere possibili le sue operazioni (De Giorgi 2006, 2015, Luhmann 1983, 1990a). Orizzonti temporali dell’inattualità tornano a funzionare come alternative possibili e il potere repressivo, dietro la cortina illusoria del consenso e della legittimazione giuridica, vivifica le ombre del passato del diritto penale, in cui la lesa maestà e la detenzione preventiva come pena anticipata coesistono incise in una ridondanza a-temporale che attende solo il momento in cui un certo condensato di senso sarà selezionato e quindi temporalizzato. Le procedure giudiziarie in questi casi presiedono a questo processo di legittimazione, stabilizzando regimi giuridici aperti all’evoluzione del senso, ma sempre in grado di rigenerare la propria memoria. E questa ingegneria della legittimazione non fa che aggravare un paradosso politico che si presume possa ogni volta essere risolto grazie all’ausilio del diritto: il paradosso della libertà. Il processo politico ci dimostra che nei contesti democratici e costituzionali la libertà è garantita solo quando si ha fiducia nel fatto che gli individui la eserciteranno in conformità a determinate norme di base e a certi valori condivisi; cioè quando coloro che ricevono la libertà sono in realtà non-liberi, in quanto già pre-formati e condizionati da costumi, abitudini radicate e ideologie. Al contrario, tale garanzia di libertà sarebbe un invito permanente alla devianza, la quale non sarebbe più tale, ma diventerebbe normale e ciò prescindendo dalla differenza tra un consenso sui valori che emerge entro o dalla società e un consenso imposto dall’alto in maniera coattiva, in virtù dell’impiego di pesanti apparati di indottrinamento (Kirchheimer 1961).

Bibliografia

De Giorgi R., Materiali per una teoria sociologica del diritto, Bologna, 1981

De Giorgi R., Temi di filosofia del diritto, Vol. I, Pensa Multimedia, Lecce, 2006

De Giorgi R., Temi di filosofia del diritto, Vol. II, Pensa Multimedia, Lecce, 2015

Kirchheimer O., Political justice, Princeton University Press, Princeton, 1961

Kirchheimer O., Politics, Law and Social Change. Selected Essays of Otto Kirchheimer,Columbia University Press, New York, 1969

Kirchheimer O., Giustizia politica, 2002, Liberilibri, Macerata.

Luhmann N., Struttura della società e semantica, 1983, Laterza, Roma-Bari

Luhmann N., Sistemi sociali, 1990a, Il Mulino, Bologna

Luhmann N., La differenziazione del diritto: contributi alla sociologia e alla teoria del diritto, 1990b, Il Mulino, Bologna.


Per citare questo contributo:

Fiorentino D., (2019), Il processo politico tra “memoria” e “rovine” del diritto. Una ridefinizione sistemica del “processo politico”, pubblicato in Studi sulla questione criminale online al link:

https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/05/24/il-processo-politico-tra-memoria-e-rovine-del-diritto-una-ridefinizione-sistemica-del-processo-politico-di-dario-fiorentino-ehess-parigi/