Pubblichiamo la recensione di Alessandro Senaldi (Università di Genova) della riedizione del libro scritto da Alessandro Baratta e curato da Anna Simone “Criminologia critica e critica del diritto penale. Introduzione alla sociologia giuridico-penale” (2019, Meltemi Editore).

Ringraziamo Alessandro Senaldi per il post. Buona lettura!

Recensione di “Criminologia critica e critica del diritto penale. Introduzione alla sociologia giuridico-penale” (2019, Meltemi)

di Alessandro Senaldi

Recensire la riedizione del libro di Baratta “Criminologia Critica e critica del diritto penale” è qualcosa che mi coinvolge particolarmente da un punto di vista esistenziale. Vi sono delle letture che divengono veri e propri esoscheletri che strutturano visioni del mondo e sostengono le scelte di ognuno. Questo volume è stata per me una di queste, mi si perdonerà quindi, se affiancherò all’analisi del testo – impreziosito nella riedizione dalla prefazione di Dario Melossi, da un saggio introduttivo di Anna Simone e dalla postfazione di Stefano Anastasia – anche un’interpretazione del suo contenuto.

Quest’opera ben può rappresentare la più proficua espressione della produzione socio-giuridica barattiana – che va dalla metà degli anni ’70 fino alla fine degli anni ’80. Il testo, redatto con il fondamentale contributo di Realino Marra e Paolo Becchi, vede la propria genesi dalla riorganizzazione dei materiali didattici di un ciclo di lezioni, tenute da Baratta tra il marzo e l’aprile del 1980 nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna. Il volume – assieme ad altri testi ad esso coevi (1) e alla rivista La questione criminale fondata nel 1975 – ben può essere considerato il vero e proprio atto fondativo della criminologia critica in Italia.

«Sono pagine che tolgono il fiato, tutto un trattato di filosofia del diritto è lì dentro, assieme ad una necessità quasi febbrile di giungere alla conclusione, di affermare come vero e giusto l’ottimismo di ragione, e di indicare sul fondamento di tale certezza le strade per riprendere il cammino di emancipazione della soggettività umana» (Marra 2014: 575)

Risulta evidente, sfogliando il testo, che gli insegnamenti barattiani, anche a distanza di anni, sono fondamentali in un mondo dove «emerge con forza la questione della diseguaglianza e dell’ingiustizia sociale» insieme con «la necessità di rovesciare i rapporti di forza sul terreno stesso del diritto» (Mosconi 2014: 9).

Gli elementi innovativi che mi preme riportare sono tre – i quali si implicano e rincorrono gli uni con gli altri: il primo è l’idea della necessità di una scienza integrata del diritto penale; il secondo, invece, parte dalla denuncia della costruzione giuridica borghese come ideologia della difesa sociale e arriva a criticare il diritto penale come un concetto politico, non neutro e appartenente alla più vasta categoria dei meccanismi di controllo sociale; il terzo è l’implementazione di una politica criminale alternativa, la quale ben può essere intesa come il progetto generale e strategico dell’autore, in quanto esprime la necessità di «trasformare le reazioniindividuali-egoistiche di chi commette reati in coscienza e azione politica» (Ruggiero 2014: 27).

Credo che, nell’infinita ricchezza del volume, questi elementi siano quelli che più evidenzino la direzione che Bartatta ha inteso suggerire ai suoi collaboratori, ai suoi amici e ai suoi studenti, verso la costruzione di una teoria materialistica della devianza, dei comportamenti socialmente negativi e della criminalizzazione, che tenda alla trasformazione del proprio oggetto. Una teoria in cui:

«[…] l’interpretazione […] della realtà sia dialetticamente mediata con l’interesse e l’azione per la trasformazione della realtà […] La natura dialettica della mediazione tra teoria e prassi, che caratterizza questo modello di scienza sociale, è la misura del carattere razionale del suo impegno conoscitivo e pratico. La mediazione è dialettica quando l’interesse per la trasformazione della realtà guida la scienza nella costruzione delle proprie ipotesi e dei propri strumenti concettuali e d’altra parte la ricostruzione scientifica della realtà guida la prassi trasformatrice sviluppando la coscienza delle contraddizioni materiali e del movimento oggettivo della realtà come coscienza dei gruppi sociali materialmente interessati alla trasformazione della realtà e alla risoluzione positiva delle sue contraddizioni e quindi storicamente portatori di questo movimento di trasformazione» (Baratta 2019: 213-214)

Uno dei punti su cui Baratta insiste, quindi, è la necessità di una rinnovata scienza penale integrata per procedere ad una critica esterna del pensiero penalistico, che sia in grado di svelarne il carattere ideologizzato in luogo dell’immagine razionale e tecnicista di cui si ammanta. Viene proposto un particolare posizionamento epistemologico di parte, trasversale alle discipline scientifiche, dominato da «impegno civile» e attento alla «domanda politica da parte della comunità dei cittadini» (ivi: 353), attraverso il quale sia possibile realizzare una forma di conoscenza e di intervento basata non solo sul dover essere del diritto, ma sul suo effettivo essere.

Disvelando la relazione che intercorre tra diritto e ideologia è possibile dedurre il secondo spunto di riflessione, l’assunto secondo cui il diritto penale sia uno degli strumenti di difesa, più avanzati, di cui si dotano le società per preservare la loro stabilità ideologico-politica. Baratta quindi, denuncia l’affermazione di una ideologia della difesa sociale come nodo teorico e politico fondamentale del sistema scientifico (2):

«Il concetto di difesa sociale sembra essere […] il condensato dei maggiori progressi realizzati dal diritto penale moderno. Più che essere un elemento tecnico del sistema legislativo e di quello dogmatico, questo concetto ha rispetto ad essi una funzione giustificante e razionalizzante. Nella coscienza degli studiosi e degli operatori giuridici […] il suo uso si accompagna ad una irriflessa sensazione di militare dalla parte giusta, contro miti e concezioni mistificanti e sorpassati, a favore di una scienza e una prassi penale razionali» (2019: 72-73)

Ancora, «il concetto di difesa sociale corrisponde ad una ideologia caratterizzata da una concezione astratta e astorica di società; dalla concezione della società come una totalità di valori e di interessi» (ivi: 77). Tale costruzione rivolta la visione edulcorata del diritto fornita dal positivismo legalista e statalista e la sostituisce con concetti determinati, posizionati, situati, che fanno dell’esperienza del soggetto il punto nodale di osservazione e disvelano le contraddizioni interne al mondo del diritto: così Baratta al mito sostituisce la contraddizione (De Giorgi 2006).

La critica del diritto penale parte dal considerare questo non «soltanto come un sistema statico di norme, ma come sistema dinamico di funzioni» (Baratta 2019: 220). Funzioni però non neutre, prive di vettore, ed è proprio nel portare alla luce tale vettorialità che Baratta articola una critica del diritto borghese e capitalista: «non solo le norme del diritto penale si formano e si applicano selettivamente rispecchiando i rapporti di diseguaglianza esistenti, ma il diritto penale esercita anche una funzione attiva, di riproduzione e di produzione, rispetto ai rapporti di diseguaglianza» (ivi: 227).
Dell’ideologia della difesa sociale Baratta isola magistralmente i diversi principi (ivi: cap. 2), ma si concentra soprattutto sul «principio dell’interesse sociale e del reato naturale» (ivi: 71), nei cui confronti riversa l’invettiva maggiore. Ad essere attaccati sono i suoi chiari presupposti logici, ovvero che le principali fattispecie penali siano violazione di interessi e bisogni propri di ogni comunità, in quanto vi sarebbe un’omogeneità di valori e interessi offesi da criminalità e devianza: una concezione universalistica che colloca il tutto fuori dalla storia. In proposito l’autore utilizza le argomentazioni delle teorie conflittualiste, che affermano che «gli interessi che sono alla base della formazione e dell’applicazione del diritto penale sono gli interessi di quei gruppi che hanno il potere di influire sui processi di criminalizzazione», quindi «non sono interessi comuni a tutti i cittadini» (ivi: 168). Questa considerazione ne comporta con un’altra, a sua volta molto rilevante nella costruzione barattiana: «la criminalità e tutto il diritto penale hanno quindi sempre natura politica» (idem). Ora, ciò che ci appariva come un fenomeno squisitamente procedurale, ci si palesa dinnanzi con la sua vera natura, quella mistificata del «mito del diritto penale come diritto eguale» (ivi: 220).

La presa di coscienza di tale diseguaglianza, condurrà Baratta a formulare l’idea della necessità dell’implementazione di una politica criminale alte rnativa delle classi subalterne – termine che connota l’influenza dell’ottica marxista dell’autore. Se, infatti, non ci si può ‘fidare’ delle attuali scienze umane né del diritto, in quanto strumento che produce e rafforza la diseguaglianza sociale, è necessario allora immaginare un rovesciamento generale di tutti i capisaldi giuridici in cui abbiamo creduto finora. Se sul terreno del diritto, si rivela la radice comune dei rapporti economici (di proprietà) e di quelli politici (di potere) è fondamentale che l’analisi si spinga a scovare la funzionalità del fenomeno giuridico rispetto alla legge del valore.

Baratta quindi, individua a tal proposito come necessario lo sviluppo di un punto di vista delle classi subalterne. Infatti, ponendo al centro i bisogni di tali individui, si scoprirà come tali classi non siano tanto orientate alla persecuzione generica degli atti devianti, quanto piuttosto siano «interessate ad una lotta radicale contro i comportamenti socialmente negativi» in quanto lesivi degli interessi generali e dei bisogni reali da esse espresse (ivi: 270). Adottando quindi, questo idealtipo di comportamenti si riescono ad isolare dei tipici atti devianti che per la loro natura, socialmente negativa, vanno combattuti, «vale a dire quegli atti che, a prescindere dalla loro definizione ufficiale come “crimini”, producono danno sociale» (Ruggiero 2014: 24).
Nel tentativo di dare concretezza al suo progetto, Baratta espone delle «indicazioni strategiche per l’elaborazione e lo sviluppo di una “politica criminale” delle classi subalterne» (Baratta 2019: 273-280). L’autore, quindi, esprime la necessità di operare una «distinzione programmatica tra politica penale e politica criminale» individuando nella seconda la strada da seguire (ivi: 274).

«La prospettiva di fondo di questa politica criminale è radicale perché discende da una teoria che riconosce che la questione penale non è legata soltanto a contraddizioni che si esprimono sul piano dei rapporti di distribuzione e non è perciò risolvibile agendo solo su questi rapporti per correggerli, ma soprattutto alle contraddizioni strutturali che ineriscono i rapporti sociali di produzione. Perciò una politica criminale coerente non può essere una politica di “sostitutivi penali” che restino limitati in una prospettiva vagamente riformistica e umanitaria, ma una politica di grandi riforme sociali ed istituzionali per lo sviluppo della eguaglianza, della democrazia, di forme di vita comunitaria e civile alternative e più umane e del contropotere proletario, in vista della trasformazione radicale e del superamento dei rapporti sociali di produzione capitalistici (ivi: 274-275)»

La ritmica radicale barattiana batte anche sugli altri temi cari alla criminologia critica. Oltre a individuare il «superamento del diritto penale» (ivi: 280) e «l’abbattimento delle mura del carcere» (ivi: 277) – critica il diritto penale, quindi il sistema punitivo, come elementi che impongono una «divisione artificiale della classe» (idem). Ma è sui concetti di rieducazione e devianza che l’autore raggiunge l’originalità maggiore. Secondo Baratta, infatti, il deviante deve essere prima reinserito nella classe e poi sperimentare un momento ricompositivo e antagonista. È lo stesso professore romano a specificare ulteriormente che l’obiettivo della politica criminale proposta deve essere:

«[…] reinserire il condannato nella classe e, attraverso l’antagonismo di classe nella società.
È questa l’alternativa posta nei confronti del mito borghese della rieducazione e del reinserimento del condannato. Se infatti le deviazioni criminali di individui appartenenti alle classi subalterne possono essere interpretate non di rado come una risposta individuale […] la vera “rieducazione” del condannato è quella che trasforma una reazione individuale ed egoistica in coscienza e azione politica entro il movimento di classe. Lo sviluppo della coscienza della propria condizione di classe e delle contraddizioni della società da parte del condannato è l’alternativa posta alla concezione individualistica ed eticoreligiosa della espiazione, del ravvedimento, della Sühne» (ivi: 277-278)

L’idea di Baratta sul punto è quella di aprire il concetto di devianza fino a trasformarlo in «diversità», in modo da far perdere ad essa «la sua connotazione stigmatizzante» e farle recuperare «funzioni e significati più differenziati e non esclusivamente negativi» (ivi: 282). Questo perché «sul limite dello spazio che una società lascia alla devianza […] si misura la distanza tra i diversi tipi di società» (ivi: 281). Proprio per questo è necessario che, all’interno di una tensione verso la transizione a una società migliore, la società si riappropri della propria devianza, la risignifichi focalizzandosi sulla sua accezione positiva, in quanto «la società egualitaria è quella società che lascia il massimo spazio alla devianza positiva» (ivi: 283).
Dalla fermezza delle posizioni di questo importante autore credo che tocchi a noi ripartire. La battaglia sui saperi, sulla verità e sulla scienza merita di essere combattuta, perché solo così è possibile agognare a un mondo migliore. Solo unendo un certo tipo di sapere con la militanza politica e l’attivismo civile è possibile realizzare la transizione a un mondo di eguaglianza e giustizia sociale.

Bibliografia

BARATTA Alessandro, (2019), Criminologia critica e critica del diritto penale. Introduzione alla sociologia giuridico-penale, Simone A. (a cura di), Meltemi, Milano.

DE GIORGI Raffaele, (2006), Contraddizione e paradosso. Ricordando Alessandro Baratta, in MARRA Realino, (a cura di), Filosofia e sociologia del diritto penale, Giappichelli, Torino, pp. 3-13.

MARX Karl, ENGELS Frederick, (1991), L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma.

MARRA Realino, (2006), Oltre il diritto penale. Alessandro Baratta filosofo dei diritti, in MARRA Realino, (a cura di), Filosofia e sociologia del diritto penale, Giappichelli, Torino, pp. XI-XXII.

MARRA Realino, (2014), Alessandro Baratta e le promesse della modernità, in Materiali per una storia della cultura giuridica, 2, pp. 573-582.

MELOSSI Dario, PAVARINI Massimo, (1977), Carcere e fabbrica: alle origini del sistema penitenziario, Il Mulini, Bologna.

MOSCONI Giuseppe, (1976), Mutamenti nei sistemi normativi e repressivi, La Scuola, Brescia.

MOSCONI Giuseppe, (2014), Editoriale, in Studi sulla questione criminale, 1-2, pp. 7-11.

PITCH Tamar, (1975), La devianza, La nuova Italia, Firenze.

RUGGIERO Vincenzo, (2014), L’ipertesto di Alessandro Baratta, in Studi sulla questione criminale, 1-2, pp. 23-28.

Note

(1) Come ad esempio T. PITCH, La devianza, 1975, Firenze oppure D. MELOSSI e M. PAVARINI, Carcere e fabbrica: alle origini del sistema penitenziario, 1977, Bologna, o ancora, anche se con un taglio di sociologia critica del diritto, G MOSCONI, Mutamenti nei sistemi normativi e repressivi, 1976, Brescia.

(2) L’ideologia è qui intesa nel suo senso negativo, ovvero come falsa coscienza: esprime la rappresentazione (ideologica) delle classi dominanti e il tentativo di queste, di dare a tale narrazione lo status di senso comune. Lo scopo di tale mistificazione è alimentare nelle masse l’illusione circa la neutralità dei processi di dominazione politica e di subordinazione sociale, in modo da celarne il carattere di prodotto storico contingente e la conseguente possibilità di modificare e rovesciare, attraverso l’azione politica, tale piano ideologico (Marx e Engels 1991)


Per citare questo post:

Senaldi A. (2018), Recensione di “Criminologia critica e critica del diritto penale. Introduzione alla sociologia giuridico-penale”, post pubblicato in Studi sulla questione criminale online, consultabile all’indirizzo: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/06/11/recensione-di-alessandro-senaldi-del-libro-criminologia-critica-e-critica-del-diritto-penale-di-alessandro-baratta-e-curato-da-anna-simone/