Per la sezione Recensioni del nostro blog pubblichiamo la recensione di Tamar Pitch, direttrice della rivista Studi sulla questione criminale, al volume di Wolf Bukowski “La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro”, appena uscito per Edizioni Alegre.

Ringraziamo Tamar Pitch per la recensione, buona lettura!

Wolf Bukowski, 2019, La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro, Roma, Alegre

di Tamar Pitch

Invitata a presentare questo libro, mi sono trovata in una posizione paradossale. Di solito quando mi capita di parlare di sicurezza urbana e di decoro non sono tenera né con la sinistra locale e nazionale di governo né con noi stessi, a suo tempo protagonisti dell’esperimento emiliano di Città sicure. L’altra sera invece ho difeso abbastanza convintamente se non i primi, effettivamente indifendibili, almeno i secondi. Nel libro Bukowski traccia una genealogia del “decoro” come legittimazione delle politiche securitarie, dove la tesi che queste siano politiche volte a reprimere controllare disciplinare le “classi subalterne” non è tanto argomentata, quanto assunta aprioristicamente. Ora, aldilà della difficoltà di individuare le “classi subalterne”, la bibliografia e gli esempi usati per suffragare questa tesi sono per l’appunto solo quelli utili allo scopo. Niente di male, per un libro militante (per quanto presentato come autorevole saggio). E poi la tesi è condivisibile, se non fosse che il ragionamento è circolare e improntato ad una sorta di teoria cospirativa: sembra infatti, leggendolo, che sia gli studiosi (criminologi, sociologi, ecc.) sia i politici di qualsiasi colore (ma il bersaglio vero sono le sinistre al governo, specie di quello locale, anzi specie di quello bolognese) proprio questa intenzione e consapevolezza avessero, reprimere e disciplinare le “classi subalterne”.  E qui arriviamo noi, criminologi critici ammaliati dal realismo di sinistra, che lanciamo il progetto Città sicure negli anni novanta, prontamente sposato da un Bersani, allora presidente della regione, il quale viene presentato come assolutamente (e dunque cinicamente, aggiungo io) consapevole dell’intento disciplinare. Noi, dunque, che facciamo (tra le altre brutte cose) questo: mandiamo nelle tranquille e pacifiche città emiliane un manipolo di ricercatori che, chiedendo in giro agli ignari passanti se si sentono sicuri, instillano in questo modo il germe dell’insicurezza (se questo davvero avessimo fatto, non saremmo stati solo cinici come Bersani, ma totalmente sprovveduti in quanto sociologi).  Città sicure era un progetto di ricerca-intervento della regione Emilia Romagna, nato nel 1994 per iniziativa di Massimo Pavarini, volto non solo ad indagare la questione Sicurezza urbana, ma a sperimentare modelli di intervento di prevenzione sociale e comunitaria attraverso sinergie tra le istituzioni locali, i servizi socio-sanitari e le associazioni presenti sul territorio.

Sia all’epoca che in seguito ho espresso più di un dubbio su questa vicenda, accusando noi stessi di rischiare di essere e poi di essere stati apprendisti stregoni. In realtà, la questione della sicurezza urbana era già stata messa a tema in molte città europee, soprattutto in Francia e nel Regno Unito, e che noi la riprendessimo o meno sarebbe comunque arrivata anche in Italia. Soprattutto con l’elezione diretta dei sindaci. Tra l’altro, questi esperimenti risalgono agli inizi degli anni 80, a confutazione della genealogia proposta da Bukowski, che fa cominciare tutto con la New York di Rudy Giuliani (1994) e, almeno quelli inglesi, furono giustificati dai cosiddetti nuovi realisti di sinistra dalla constatazione che i danni peggiori della criminalità comune venivano subiti dai più poveri (una critica dei nuovi realisti di sinistra la si può trovare già in un mio testo del 1986, pubblicato dalla rivista Dei delitti e delle pene). Il tentativo di Massimo Pavarini e del gruppo da lui messo insieme dovrebbe semmai essere visto come la ricerca di soluzioni alternative, meno o non securitarie, rispetto a quelle che si sarebbero, con ogni probabilità, affermate. Non è andata così, del resto non era andata così in Francia e in Inghilterra, e tuttavia il gruppo ha prodotto non solo una messe di ricerche ancora preziose, ma anche esperienze di, come si dice, buone pratiche, soccombendo infine davanti alla successiva entusiasta adesione delle sinistre di governo, locale e nazionale, al mantra securitario, nonché ai continui tagli alle risorse destinate al welfare locale.  Nella replica, Bukowski ha sostenuto che avremmo dovuto batterci per il welfare (così sopravvalutando assai non solo il peso politico nostro, ma pure quello di qualsiasi forza politica che all’epoca avesse davvero tentato di invertire l’ondata neoliberale ) ma anche, contraddittoriamente, di essere (stati) accademici chiusi nelle loro torri d’avorio (un bolognese può davvero ignorare la storia di Massimo Pavarini?) e di aver dato mostra di una incredibile imperizia politica (e qui ci può –forse– stare).

Il problema vero di questa ricostruzione, però, non sono certo gli attacchi a Città sicure, quanto invece la circolarità del ragionamento. Che fa, mi pare, un cattivo servizio alla stessa tesi che vuole supportare (ripeto, condivisibile, anche perché da molti di noi più volte espressa in questi ultimi trenta anni, nonché debitamente analizzata, e raggiunta, piuttosto che posta aprioristicamente: ma, secondo Bukowski, non adeguatamente spiegata al pubblico comune, essendoci noi limitati, appunto, al milieu accademico. E vabbè). Soprattutto perché la circolarità non aiuta a intravedere vie d’uscita, strade alternative. Per circolarità intendo questo: partire da una tesi e pescare poi tutti gli elementi che possano suffragarla, sorvolando sulle incongruenze e le contraddizioni, e legando il tutto con apposite invettive. Tralascio le inesattezze (una tra tutte, che ho già citato: far cominciare l’ossessione securitaria con la tolleranza zero di Giuliani a New York: si parte con New York e vi si torna via Bologna, Milano, Firenze, Venezia…) e le forzature che ovviamente abbondano, visto il procedimento adottato. Inesattezze e forzature non aiutano a capire, per esempio, come e perché, dalla metà degli anni 70 in poi, la sicurezza intesa come immunizzazione individuale da criminalità, terrorismo, ecc. si imponga non solo a livello locale, ma anche nazionale e, per quanto ci riguarda, europeo, né perché e come emerga e si diffonda un enorme mercato privato della sicurezza (culminato, in Italia, con le modifiche alla legittima difesa) e neppure, a parte un brevissimo cenno, quale ruolo e peso vi abbia giocato e ancora vi giochi il femminile, assunto a paradigma della “vittima”.  Si rimane alla pura denuncia, ciò che non rende un buon servizio neanche all’intento divulgativo del libro. L’impressione, sarò cattiva, è che alla fine ciò che si ottiene (aldilà delle intenzioni) è l’ennesimo testo autoconsolatorio di una certa sinistra-sinistra.


Per citare questo articolo:

T. Pitch (2019), “Recensione di Tamar Pitch a “La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro” di Wolf Bukowski (Edizioni Alegre, 2019)”, pubblicato in Studi sulla questione criminale online, al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/06/20/recensione-di-tamar-pitch-a-la-buona-educazione-degli-oppressi-piccola-storia-del-decoro-di-wolf-bukowski-edizioni-alegre-2019/