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Proponiamo un interessante intervento di Rosalba Altopiedi, ricercatrice in Sociologia del Diritto e della Devianza dell’Università degli Studi del Piemonte Orientale, sulla controversa vicenda ILVA.

Ringraziamo Rosalba e vi auguriamo buona lettura!

Alcune riflessioni su ambiente, territorio e giustizia: il “caso Taranto” e la vicenda ILVA

La notizia è di quelle che non possono lasciare indifferenti ma che al contempo non stupiscono. Solo due giorni fa è rimbalzata sui media la notizia che la AcelorMittal Italia, l’azienda che ha rilevato le attività del polo siderurgico di Taranto (ex ILVA), collocherà in cassa integrazione 1.400 persone, motivando la scelta con la grave crisi del settore dell’acciaio in Europa. Questa è solo l’ultima, in ordine di tempo, delle vicende che vedono il territorio tarantino approdare agli onori delle cronache.

Qualche giorno prima, il ministro dell’Ambiente, in risposta a una specifica richiesta del Sindaco di Taranto, aveva disposto il riesame dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per lo stesso stabilimento, una richiesta motivata dalla preoccupazione legata agli aggiornamenti degli studi epidemiologi che evidenziano una prevalenza e un’incidenza preoccupanti per diverse patologie correlate all’inquinamento prodotto dal sito industriale. Il dato che desta maggior allarme sono gli eccessi in età pediatrica (0-14 anni) di linfomi nel loro complesso, e linfomi non Hodgkin in particolare, e di sarcomi dei tessuti molli e altri extra ossei. Il riesame sarebbe pertanto necessario per valutare l’imposizione di “condizioni di esercizio più severe per acclarati motivi sanitari”.

Il “caso Taranto” e la vicenda dell’ILVA con la sua pesante e tragica eredità in termini di conseguenze sull’ambiente e sulla salute dei tarantini, sono noti e oggetto, a fasi alterne, di un dibattito pubblico e di un conflitto anche aspro tra i diversi attori (istituzionali e non) in gioco. Anche la ricerca sociologica si è occupata di questo caso, le riflessioni sono molte e dettagliate, tra tutte ci pare particolarmente efficace il libro inchiesta di Marta Vignola La fabbrica. Memoria e narrazioni nella Taranto (post)industriale (2017), un contributo che, attraverso l’analisi di interviste in profondità e un’approfondita conoscenza dei documenti e dei fatti, ricostruisce l’esistenza di una narrazione condivisa che si fa memoria collettiva, una memoria non consolante, una città tradita dalla “retorica sviluppista” che ha lasciato sul terreno “un’identità ferita e resa fragile ma anche pienamente consapevole dai danni che un modello di sviluppo ha prodotto sui propri corpi”.

Ed è proprio sulle cicatrici lasciate sui corpi dei tarantini, sulla loro richiesta di giustizia e sulla incapacità della politica e del diritto (del diritto penale in particolare) di rispondere a questa richiesta che occorre interrogarsi. Non possiamo in questa sede ricostruire nel dettaglio le vicende, anche processuali (ancora in corso), che hanno visto coinvolta la ex ILVA, ciò che ci preme evidenziare sono alcune forme innovative di riconoscimento del danno che, attraverso il ricorso alle corti internazionali, possono contribuire a dare piena cittadinanza al diritto alla salute, all’ambiente e al lavoro dei cittadini coinvolti.

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Di primaria importanza in questo senso  è il pronunciamento del 24 gennaio di  quest’anno della Corte europea per i diritti dell’uomo (CEDU), a seguito del ricorso presentato da oltre centosessanta cittadini tarantini. L’esposto presentato alla CEDU lamentava la violazione  degli articoli 2, 8 e 13 della Convenzione europea per i diritti dell’uomo, che tutelano rispettivamente il diritto alla vita, al rispetto della vita privata e a un ricorso efficace. La CEDU ha ravvisato la violazione del diritto alla vita privata e del diritto a un ricorso effettivo. Prendendo in esame le evidenze epidemiologiche e la normativa c.d. “salva-Ilva” emanata a partire dal 2012, il collegio ha ritenuto all’unanimità che le autorità italiane non abbiano ad oggi saputo individuare un giusto bilanciamento tra l’interesse e il diritto dei singoli a una vita salubre e di qualità e quello generale alla prosecuzione della produzione.

Il ricorso alla CEDU e il riferimento ai diritti umani (alla loro negazione) è un tema rilevante, non solo per il caso specifico. Infatti, di fronte al ripetersi di disastri ambientali dovuti all’azione diretta dell’uomo (quali inquinamenti del suolo, dell’acqua e dell’aria) o quale effetto del consumo non controllato di risorse, distruzione di habitat e di specie, riscaldamento globale, la risposta affidata al diritto, al diritto penale in modo specifico, è del tutto inadeguata.

Una inadeguatezza legata alla complessità dei comportamenti che sono sottoposti al vaglio del giudice (ad esempio la necessità di ricondurre le azioni oggetto di valutazione a responsabilità esclusivamente individuali) e, ancor prima, alla difficoltà di prevedere specifiche fattispecie di reato in cui costringere comportamenti che difficilmente possono essere ricondotti all’azione di singoli soggetti o cristallizzare in una fattispecie giuridica fenomeni ancora di difficile definizione sul piano scientifico. La questione si fa ancora più sfuggente quando la crisi ambientale è prodotta non già dall’azione (o inazione) di soggetti identificati o identificabili (almeno in via teorica), ma si presenta quale esito del sistema di produzione e/o di vita che coinvolge una massa indistinta di persone, pensiamo ad esempio al riscaldamento globale. Chi ne è responsabile? I singoli stati nazionali? Alcuni di essi? Noi tutti? E che dire delle vittime dell’inquinamento atmosferico? Le ultime stime nel nostro paese parlano di circa 91.000 mori premature all’anno per l’inquinamento atmosferico. La complessità e l’intrinseca ambivalenza che caratterizza tali questioni, ha stimolato gli studiosi a cercare di fondare su basi diverse il diritto a un ambiente salubre.

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Il tentativo di ancorare la tutela dell’ambiente e le richieste di giustizia (sociale, ambientale) ai diritti umani sembra pertanto poter tracciare nuovi percorsi. Il primo riferimento all’ambiente come diritto umano è presente nella Dichiarazione delle Nazioni Unite siglata a Stoccolma nel 1972. Il richiamo all’ambiente è rintracciabile anche in altre carte internazionali, quali la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1950), la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’infanzia (1989) o la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (2006). Ciò che è rilevante è che i diritti umani di terza generazione sono costruiti come diritti (anche) collettivi, attribuiti a gruppi, a interi popoli. Questo aspetto determina alcune difficoltà: chi è titolare a esercitare tale diritti? Per conto di chi? Queste e altre difficoltà, in primis la mancata tutela effettiva, nonostante la previsione di tale diritto negli accordi e nelle convenzioni, ne hanno, di fatto, limitato la portata.

Com’è noto il passaggio da un’istanza di giustizia o comunque ampiamente sentita come necessaria, alla corrispondente pretesa giuridica “piena” e “giustiziabile” (almeno secondo i modi di intendere la tutela giudiziaria di una pretesa giuridica) è un processo lungo, non lineare e non dato una volta per tutte.

La difficile tutela dei diritti collettivi ha così stimolato la sperimentazione di nuove forme di attivazione che vedono protagonisti movimenti e organizzazioni che utilizzano in modo innovativo gli strumenti del diritto per ottenere riconoscimento e tutela di interessi dinanzi alle corti internazionali. Il ricorso presentato dai cittadini tarantini si inscrive pienamente in questa logica e rappresenta un’efficace strategia di resistenza.

Tentativi più radicali sono quelli che hanno elevato l’ambiente a soggetto di diritto. È il caso delle costituzioni dell’Ecuador (2008) e della Bolivia (2009) che, proponendo e facendo propria una visione antagonista della società basata sulla cosmovisione andina come narrazione controegemionica, hanno trasformato l’ambiente da oggetto a soggetto titolare di situazioni giuridiche, aprendo così un nuovo capitolo nella storia del diritto e, per quanto ci riguarda più direttamente, nuovi ambiti di studio e ricerca (Àvila Santamaria, 2018; 2019).

Come ricordava Baratta (1982), è necessario lo sforzo teorico di tutti (giuristi e non) per giungere alla costruzione di un nuovo sapere collettivo del diritto e sul diritto, un sapere adeguato alla situazione attuale e ai suoi rischi che fanno ormai parte dei connotati strutturali della situazione umana e dell’ecosistema, per far emergere una nuova forma di fare e pensare il diritto.

Dal nostro punto di vista e con riferimento alle questioni ambientali, ciò rappresenta una sfida interessante da cogliere e alcune ipotesi di ricerca possono essere, a mio giudizio, organizzate lungo tre coordinate:

  1. Questione epistemologica. Che cosa possiamo conoscere? à ciò implica il mettere a tema lo stretto rapporto tra diritto e saperi esterni al diritto
  2. Questione morale. Cosa è giusto fare?
  3. Cosa possiamo (vogliamo) chiedere al diritto?

Lungo queste coordinate sarà possibile costruire un’agenda di lavoro per i prossimi anni che provi ad intercettare (e accompagnare) quei movimenti che hanno messo al centro della loro azione politica la richiesta di giustizia e di cittadinanza.

 

Riferimenti bibliografici

Alessandro Baratta, Criminologia critica e critica del diritto penale, Meltemi, 1982

Ramiro Àvila Santamaría, La utopía andina. Los derechos de la naturaleza y el buen vivir desde la literatura, el derecho y las ciencias sociales, Madrid: Akal, 2018

Ramiro Àvila Santamaría, La utopía del oprimido. Los derechos de la pachamana (naturaleza) y el sumak kawsay (buen vivir) en el pensamiento critico, el derecho y la literatura, Madrid Akal, 2019

Marta Vignola, La fabbrica. Memoria e narrazioni nella Taranto (post)industriale, Meltemi, 2017