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Pubblichiamo un interessante ed attuale commento di Anna Sergi (Senior Lecturer – University of Essex, UK) sulla criminalizazione dei migranti e della solidarietá. 

Ringraziamo Anna per il contributo vi auguriamo buona lettura!

 

Non è la prima volta che in Italia si polarizzano posizioni estreme a causa della politica. Se l’estrema destra populista chiude i porti, e – criminalizzando i processi di solidarietà – mette a rischio vite in mare, coloro che di estrema destra e populisti non sono – seppur in una non bene identificata sinistra – si trovano a dover difendere a spada tratta migranti e capitani di navi che attraversano il mar Mediterraneo per attraccare nel Bel Paese. Da una parte le parole sessiste e misogine contro Carola Rackete, a capo della Sea-Watch 3 che ha sfidato il decreto di non ingresso in Italia e in Italia ci è entrata – tornare a Tripoli non era certo un’opzione valida né lo era cercare un altro porto in un altro stato – una moderna Antigone per cui le leggi del diritto naturale (e internazionale) sfidano le leggi umane (si può dire disumane). Dall’altro lato, social media e web che creano meme e poster e condividono messaggi di supporto alla capitana Rackete, rendendola un’eroina dei giorni nostri, martire quasi di un sistema perverso fino al punto che chi salva vite umane dopo due settimane di attesa in mare viene arrestato come se quelle vite fossero state panetti di cocaina nascoste nel sottofondo di una nave. Da una parte l’ex senatrice della lega Angela Maraventano che – all’arrivo della Sea Watch al porto di Lampedusa – accoglie la nave: “questi qua sono degli assassini!” e “non fate scendere nessuno, questa sera ci scappa il morto!” con l’eco dei suoi sostenitori che attaccano le ONG come “dei criminali che fanno tutto questo per soldi, mica lo fanno gratis!”. Dall’altro lato sul web impazzano hashtag #FreeCarola #capitana #antigone #defendsolidarity e sit-in in varie parti di Italia vedono giuristi improvvisati e non che invocano codice penale e diritto internazionale a favore della capitana, anzi #capitana, Carola. Da una parte la criminalizzazione populista – a seguito del Decreto Sicurezza Bis che non solo prevede multe salatissime per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ma dà al Ministro dell’Interno, e leader della Lega populista Matteo Salvini, un controllo sulla regolazione delle acque e degli ingressi; dall’altra l’assoluzione solidale, di chi vuole la politica delle frontiere aperte, una sinistra internazionalista tacciata di eccessivo cospomolitanismo. In mezzo, pare, un discorso sui migranti. O sulle ONG che trafficano migranti. O sulla legalità che deve intervenire contro i migranti. O su tutto questo insieme.

E se il problema fosse davvero uno di legalità – ci si chiede anche nel PD di matrice Minniti, un po’ di centro, neoliberal, un po’ di destra, che ci stanno a fare le leggi se poi non si rispettano? – si potrebbe addirittura star a discutere sull’eventualità che l’arresto di Carola Rackete sia effettivamente in qualche misura giustificato dal punto di vista giuridico (sebbene il GIP non abbia convalidato poi l’arresto). Ma il problema non è la legalità, o meglio non solo. Il problema è che Carola Rackete è l’ultimo esempio di quello che si è consolidato come un attacco sistemico alle organizzazioni non governative, le famose ONG, come la Sea-Watch tedesca di cui fa parte Carola Rackete e che da anni si occupa di intervenire in mare in supporto dei migranti in mare, o meglio in reazione alle politiche, complesse, imperfette e purtroppo potenzialmente criminogene, del Regolamento di Dublino nell’Europa bunker e fortezza.

A una lettura più critica di questi eventi si accompagna la desolante consapevolezza che la lotta alle ONG sia solo un’ulteriore lotta al migrante che attenta al nebuloso concetto di sicurezza europeo. Ma come spacchettare tale astio, o meglio ancora, tale paura? Partendo dagli stereotipi che la compongono.

La crimmigration

Crimmigration è un termine coniato dai criminologi per raccontare il processo che negli ultimi anni, in America settentrionale come in Europa e anche in Australia, ha portato alla progressiva criminalizzazione di rifugiati e migranti richiedenti asilo in seguito alla fusione di due processi sociali separati ma interagenti. Da una parte l’aumento di politiche di controllo della migrazione volte a ridurla – pensate per una migliore allocazione delle risorse di solidarietà ma a cui non corrisponde una diminuzione della migrazione in sé: in effetti queste provocano un aumento delle possibilità di immigrazione clandestina (ergo criminalizzata). Dall’altra parte, la retorica della migrazione come cancerogena per le società riceventi, che è diventata cavallo di battaglia delle destre populiste a caccia di consensi facili basati su numeri e dati non sempre ben interpretati.

Non bisognerebbe far di tutta l’erba un fascio, ma qui di erbe in un fascio ce ne stanno davvero troppe. Stereotipi che non troppo spesso non hanno fondamento scientifico, diventano verità incontrovertibili; diffuse paure dell’altro diventano richieste di protezione e repressione; erronee comprensioni di come funziona il crimine organizzato assegna etichette di trafficanti un po’ a caso. Tra tutte queste erbe nel fascio, sicuramente spicca la paura primigenia: la paura dei migranti (nuovi). I migranti che sono troppi (troppi stranieri). I migranti (nuovi e vecchi) che commettono crimini, stupri, furti. I migranti che rubano il lavoro agli Italiani. E la lista continua. I dati, indipendenti, danno altri scenari. L’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (ACNUR o UNHCR in inglese) riporta che a metà novembre 2018, solo 22,435 migranti richiedenti asilo avevano raggiunto l’Italia via mare, comparati ai 119,369 arrivati al novembre 2017, anche a causa delle politiche di chiusura dei porti messi in atto dal governo M5S e Lega dalla primavera del 2018 in poi. Ovviamente non si parla di migranti in giacca, cravatta o con i soldi di mamma e papà che vanno a lavorare o studiare all’estero. Si parla di chi si avventura in viaggi tutt’altro che comodi e facili. I numeri dicono che un quarto dei richiedenti asilo politico nel 2017 ha ricevuto il permesso di rimanere, il 28% delle decisioni sullo stato di rifugiato per motivi umanitari prese a Gennaio/Febbraio 2018 sono state convalidate. Un terzo di chi tenta di arrivare in Europa, in Italia, ha necessità comprovata e diritto di farlo. Gli altri possono essere rimandati nei loro paesi di origine, se e come serve, sempre che si abbia un sistema di accoglienza funzionante. Il Sole 24 Ore ha poi pubblicato una ricerca nell’ottobre 2018 per l’elaborazione dei dati su omicidi, e altri reati commessi sul territorio italiano, per misurare il contributo degli stranieri (8% della popolazione in Italia) alla commissione di tali reati. Certamente significativa e sproporzionata rispetto agli Italiani in certi reati (legati alla violenza nel mondo della prostituzione, oppure a furti, risse e liti – insomma ai reati della disperazione contro la proprietà e di difficile convivenza con l’altro), sicuramente non significativa per reati di criminalità organizzata, mafia, e omicidi (quindi legati ai crimini che il paese considera, o dovrebbe considerare, più significativi e si spera dolorosi per il benessere dell’Italia tutta).Risultati immagini per numeri migranti italia cartina

La storia è vecchia e risaputa in criminologia e scienze sociali. Il migrante che chiede asilo politico è visto come ‘povero’ e ‘ineducato’ (anche quando povero o ineducato non è affatto), il ‘povero’ e ‘ineducato’ – migrante o no – è più probabile che commetta crimini. Ma questa è distorsione, costituente e costitutiva, di una logica che in criminologia si chiama ‘criminologia dell’altro’ oppure alien conspiracy theory. La logica di riferimento è una teoria – la teoria della disorganizzazione sociale – risalente alla scuola di Chicago, laddove autori come Clifford Shaw e Henry McKay hanno sostenuto, tra gli anni 20 e gli anni 30 che in quartieri poveri, in senso di risorse economiche e servizi, quartieri svantaggiati appunto, il tasso di criminalità era più elevato, cosi come in quartieri in cui la popolazione era in maggioranza straniera si osservava una rottura delle norme sociali, a causa di attriti culturali e di conseguenza si verificava una diminuzione di sistemi di controllo e ordine sociale. A questa teoria si aggiunge la teoria della deprivazione economica, con autori come Beck, che porta all’incremento della competizione nel mondo del lavoro, in seguito a un influsso migratorio. Entrambe largamente superate e smentite a) da teorie egualmente valide sulla crescita culturale che si accompagna alla multiculturalità dinamica, e b) da dati che ricordano come molti migranti portino nuove competenze e conoscenze lavorative, e di fatto assestino e arricchiscano il mondo della conoscenza e del lavoro.

Ma sempre perché non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, bisogna riconoscere che sicuramente ci sono, tra i migranti come tra tutti gli individui al mondo, persone che commettono crimini e persone che non sono ben intenzionate nei loro viaggi, inclusi i viaggi disperati. Ma questo è buon senso e non falsifica quanto detto finora. Anzi – si legge nelle ricerche di Ambrosini e di McMahon e Sigona nel 2018 – rimangono il dato che registrano come la maggior parte dei migranti ‘illegali’ in Europa sia gente che rimane oltre il visto scaduto, e che la maggior parte di chi entra in Europa illegalmente avrebbe diritto di richiedere asilo ergo potrebbe entrare legalmente ma non lo fa. Cosa ci dicono questi dati? Che chi vuole entrare trova il modo di farlo, e che l’assenza di una regolamentazione efficace dei visti e di ciò che segue ai visti (statale, federale, confederata) nei protocolli di solidarietà, unita a politiche di chiusura bieca delle frontiere crea soltanto più illegalità, e quel che è peggio, di questa illegalità qualcuno ne può assolutamente approfittare.

Inquinare la solidarietà: Pluri-vittimizzazione, trafficanti e organizzazioni criminali

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E qui arriviamo al crimine organizzato, ai trafficanti, ai contrabbandieri di vite umane. E chi fa il viaggio della speranza, che sia più o meno comodo e/o tumultuoso, diventa vittima due volte, se non tre o addirittura quattro! Primo, c’è la vittimizzazione delle condizioni geopolitiche di provenienza; secondo, eventuali mercenari del mare che fanno pagare care le speranze; terzo, il sistema solidarietà che non aiuta, non si fida di loro, li criminalizza e li rende spesso illegali nella piena legalità, nel paese di arrivo; quattro, l’assenza di sistemi di solidarietà funzionanti e la caduta nello stato di illegalità rende molta di questa gente ‘illegale’ ergo nascosta tra le frange occulte della società e porta a sistemi di sfruttamento della migrazione, sotto forma di caporalato, riduzione in stato di schiavitù, obbligo di prostituzione, uomini, donne, bambini. Va corretto il paradigma: non sono i migranti che creano il mercato del lavoro sommerso; il mercato del lavoro sommerso può solo attirare coloro che diventano ‘illegali’, a opera delle frontiere chiuse o regolate sull’esclusione – laddove i visti sono precari e si accetta un po’ quel che si può o si trova per paura di venire, nuovamente, esclusi/espulsi.

A questa torbida spirale di criminalizzazione del processo migratorio che mischia la vittimizzazione a forme di illegalità coatta, si deve aggiungere la possibilità che i fondi dei centri di accoglienza dove si dovrebbe appunto esercitare la solidarietà ‘ufficiale’, spesso emergenziali o non controllati o assegnati con procedure dirette e opache, finiscano – come è successo (ricordiamo il CARA di Crotone con influenze ‘ndranghetistiche o gli investimenti di Mafia Capitale a Roma?) – nelle mani di professionisti del crimine, che di base sanno come sfruttare e cogliere occasioni dove versamenti di enormi quantità di contante si accompagnano a politiche ed economie cieche e sporche nell’assegnazione e nel controllo.

Se non è ai confini che si trovano i migranti illegali, ma in fondo illegali spesso lo diventano dopo; se chiudere i confini porta a tale illegalità/irregolarità confusa con criminalità; se la chiusura dei confini porta anche al dover far ricorso a metodi alternativi di solidarietà, mettendosi nelle mani di trafficanti più o meno legati a organizzazioni criminali, sicuramente in competizione tra loro mentre lucrano sul business della disperazione (come la ricerca di Campana nel 2018 ha dimostrato); se tutto questo aumenta la paura e l’insicurezza, in un vizioso circolo che si autoalimenta nel populismo sfrenato degli ultimi tempi, cosa rimane?

Considerazioni finali

La solidarietà non governativa certo non è perfetta. Nella confusione che permea il web, tra tweet razzisti inferociti e la demonizzazione dei capitani delle navi di salvataggio che vengono assimilate alle reti di trafficanti nelle regioni di origine oppure diventano essi stessi trafficanti nell’opinione comune della caccia al capro espiatorio, si perde di vista che effettivamente qualche caso sporco di ONG – non quelle in mare, ma quelle in terra di solito – ‘attenzionate’ da poteri criminali sicuramente esistono (si vedano gli ultimi arresti di fine giugno a Lodi, con 4 onlus che apparentemente falsificavano documenti per partecipare ai bandi pubblici di accoglienza). Sarebbe strano il contrario, in un mondo in cui certe organizzazioni criminali, come alcuni clan di ‘ndrangheta nel caso di Lodi, come nel caso del Cara di Crotone, non mancano di cogliere possibilità di lucro, si ripete, poco controllate, in questo caso 7 milioni di euro il bottino per esempio.

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E di nuovo, non si deve fare di tutte le erbe un fascio. Non ci sono elementi per ritenere che ci sia un tentativo da parte delle ONG che si occupano di soccorso in mare, di coadiuvare, nascondere o sostituirsi ai trafficanti o ai contrabbandieri, cosi come non c’è ragione di assimilare i migranti a ladri, criminali o terroristi. A Catania nel 2017, indagini sulla nave Iuventa di una NGO tedesca si è unita alla pila di indagini su presunta facilitazione dell’immigrazione clandestina nella regione – sospetti che sono stati risolti con una conferma del mandato ‘esclusivamente umanitario’ delle NGO in questione.
Che tali organizzazioni possano facilitare il passaggio in mare e di conseguenza incoraggiare certe rotte non le rende sicuramente trafficanti o le mette a libro paga di coloro che lucrano a monte di questo viaggio. La qualità di queste traversate, la qualità delle navi, la loro sicurezza, la possibilità di non completare il viaggio dovrebbe stare a cuore ai governi e ai filantropi più di quanto effettivamente non sia.
Salvare vite in mare è un obbligo internazionale oltre che umano e non dovrebbe confondersi con le politiche migratorie, sebbene sia da queste dipendente. Come sostenuto da Giacomo Orsini, nel suo ‘In favour of Open Borders’, a inizio giugno 2019, le frontiere aperte aumentano la capacità di esercitare controllo e favoriscono di fatto l’ordine pubblico. Non è l’arrivo di migranti che crea ‘disordine’ e ‘insicurezza’, ma la cattiva gestione del sistema accoglienza, la criminalizzazione ingiustificata di chi attraversa i confini per motivi umanitari – che sia migrante o capitano di nave a bandiera NGO, e soprattutto l’aizzare le folle all’odio dell’altro anziché all’empatia e alla compassione umana.