Pubblichiamo la recensione di Giuseppe Campesi (Università degli studi di Bari “Aldo Moro”) alla riedizione di “Carcere e fabbrica” di Dario Melossi e Massimo Pavarini, uscito nel 2018 per il Mulino.

Ringraziamo Giuseppe Campesi per il post. Buona lettura!

Rileggendo Carcere e fabbrica nell’«età delle migrazioni»

di Giuseppe Campesi

Rileggendo Carcere e fabbrica più o meno a distanza di venti anni dalla prima volta in cui lo lessi, e sparatutto rileggendo la nuova prefazione all’edizione uscita in Italia nel novembre del 2018, due cose mi hanno in particolare colpito. In primo luogo, la maniera in cui Dario Melossi torna a riflettere su un concetto chiave come quello di ‘disciplina’, che è centrale anche in un altro grande classico della storiografia (e sociologia) del penitenziario come Sorvegliare e punire di Michel Foucault. In secondo luogo, la sorprendente attualità di un libro che, pure in una società ormai apparentemente ‘senza fabbriche’, offre notevoli spunti per interrogarci sul rapporto tra mobilità, dispositivi di controllo e produzione del lavoro. Le due questioni sebbene apparentemente differenti, essendo una se vogliamo più schiettamente ‘accademica’ e l’altra più legata all’attualità dei processi migratori con cui si confrontano le società contemporanee, sono in realtà profondamente intrecciate.

Disciplinamento sociale

Come accennato, nella prefazione alla nuova edizione di Carcere e fabbrica Melossi sembra suggerire che l’uso che per tanto tempo si è fatto del concetto di ‘disciplina’ sia stato in qualche maniera vittima di un certo fraintendimento, dato che si è finito per circoscrivere l’idea del ‘disciplinamento’ ad una sorta di addestramento al lavoro di fabbrica praticato all’interno degli istituti penitenziari. L’anello di congiunzione tra sistema penale e sistema capitalistico non dovrebbe rintracciarsi solo negli ideali di riforma morale e riabilitazione, andati peraltro fatalmente in crisi nei decenni finali del XX secolo, in coincidenza con la crisi del modello produttivo fordista di cui sembravano un perfetto contrappunto sul piano della teoria penale, piuttosto la funzione ‘disciplinare’ svolta dal carcere risiede nella sua capacità di produrre ‘subalternità’. In breve, nelle società capitalistiche il carcere, o meglio il sistema penale nel suo complesso, non produce solo individui docili e pronti all’obbedienza, ma funziona come un fondamentale dispositivo antinflazionistico, costringendo le fasce sociali marginali ad accettare le condizioni economiche alle quali saranno costretti a vendere la loro forza lavoro.

Questa rilettura del concetto di disciplina allontana Carcere e fabbrica dalla prospettiva foucaultiana, su cui forse era stato eccessivamente schiacciato, per riavvicinarlo alla prospettiva originaria di Georg Rusche e Otto Kirchheimer e al loro concetto chiave di ‘less elegibility’[1]. Tale concetto è com’è noto ripreso dagli scritti sulla riforma delle ‘leggi sui poveri’ che Jeremy Bentham elaborò tra 1797 e 1798, sostenendo in particolare che qualsiasi riforma dell’assistenza sociale non dovesse mirare ad ‘eliminare la povertà’, da cui dipende la ricchezza e la prosperità delle nazioni, ma a ‘mantenere’ i poveri nel loro ‘stato’ conservando in loro attitudine e disponibilità al lavoro. A tale scopo l’assistenza pubblica avrebbe dovuto mantenere un carattere esplicitamente repressivo e intimidatorio, rendendo il lavoro (a qualsiasi condizione, aggiungeremmo noi) una condizione ‘maggiormente eleggibile’ rispetto a quella di assistito[2]. Inutile ricordare che le forme di assistenza che Bentham immaginava avrebbero dovuto essere imperniate su quelle che egli definiva ‘industry houses’ e che Melossi e Pavarini hanno definito ‘deterrent workhouses’, istituzioni di internamento che avrebbero dovuto funzionare in una sorta di osmosi con il sistema penitenziario nascente.

Inteso in questi termini, mi pare che il concetto di ‘disciplina’ somigli per certi versi a quello di ‘disciplinamento sociale’, che la storia istituzionale e sociale tedesca[3] riprende da Weber ed Elias, per rileggere il ruolo che lo Stato moderno e i sui apparati burocratici (su tutti in particolare le istituzioni di polizia) hanno giocato nel ricostruire e mantenere ordine e gerarchie sociali nel quadro di una società che andava progressivamente ricostituendosi sull’idea dell’unione di individui liberi ed eguali[4]. A ‘mantenere la povertà’, per riprendere l’espressione di Bentham ed assicurare il ‘disciplinamento sociale’ delle masse ci avrebbero pensato gli apparati di pubblica sicurezza, che il discepolo di Bentham Patrick Colqcoun[5] teorizzava esplicitamente come uno strumento fondamentale dell’economia politica poiché appunto chiamati a garantire l’efficienza economica del mercato del lavoro.

Mobilità, dispositivi di controllo e produzione del lavoro

Queste riflessioni sul concetto di disciplinamento sociale mi portano alla questione del rapporto tra mobilità, controllo sociale e produzione della forza lavoro nelle società capitalistiche, temi su cui Melossi ha lavorato insistentemente negli ultimi anni[6], ma che sono nondimeno presenti, sebbene sottotraccia, anche in Carcere e fabbrica.

Lo aveva intuito con estrema lucidità Marx, e lo hanno ribadito con ricchezza di particolari gli storici sociali delle migrazioni[7], che la nascita e l’evoluzione del sistema di produzione capitalistico passa da un costante processo di ‘mobilitazione’ delle forze sociali e del lavoro in particolare. Mobilitazione della forza lavoro non significa solo, weberianamente[8], che le classi popolari hanno dovuto progressivamente abbandonare l’attitudine a produrre per l’autoconsumo per essere soggiogati alla logica del mercato e della ricerca del profitto, ma anche che esse sono state costantemente incitate a mobilitarsi in senso materiale, a spostarsi fisicamente per offrire la propria forza lavoro a buon mercato laddove questa fosse richiesta. Il legame tra migrazioni e capitalismo è dunque costitutivo.

Secondo una lettura marxianamente ortodossa, che Melossi richiama esplicitamente nella prefazione alla nuova edizione di Carcere e fabbrica, la disciplina e la coercizione sono confinate nel “segreto laboratorio della produzione”, mentre nella sfera della “circolazione”, il mercato, dove si forma il prezzo del lavoro, regnano “libertà, proprietà e Bentham”[9]. Mi domando tuttavia quanto sia utile continuare a ricorrere ad uno schema di questo tipo, in cui appunto si traccia una rigida linea di distinzione tra gli spazi disciplinari chiusi (sfera della produzione) e lo spazio aperto del mercato (sfera della circolazione) dove regnano le libertà borghesi. Tale schema si basa sull’idea (piuttosto classica nella storiografia di ispirazione marxista) che la ‘liberazione’ del lavoro dai vincoli corporativi e signorili, sia coincisa con la creazione di un mercato nazionale della manodopera in cui i controlli di polizia sugli spostamenti della popolazione si sono fatti via via più rilassati. Personalmente, penso che tale lettura possa essere messa in discussione almeno da due punti di vista.

In primo luogo, se è vero che nel XIX si afferma la libertà di circolazione all’interno del territorio dello stato come un corollario dei diritti fondamentali gli individui, occorre ribadire che tale libertà di circolazione non deve essere confusa con libertà del mercato del lavoro, dato che il sistema penale ha continuato a funzionare come un dispositivo per prevenire la potenziale ‘renitenza’ al lavoro delle ‘classi pericolose’. Abbiamo ad esempio già suggerito quanto i meccanismi di formazione del prezzo del lavoro siano alterati e coartati dalla logica disciplinare (intesa in senso ampio) del sistema penale, che funziona come un meccanismo di coercizione al lavoro che di fatto interviene anche nella sfera della circolazione, moltiplicando il numero di coloro che sono ‘pronti e disponibili’ (per citare nuovamente Bentham) a prestare la propria opera alle condizioni definite dalle necessità di valorizzazione del capitale. Di fatto il carcere è sempre stato un tassello di un più ampio dispositivo di controllo e regolazione dei movimenti della popolazione sul territorio che ancora fino al XIX secolo gli amministratori pubblici definivano letteralmente ‘polizia della popolazione’, e oggi definiremmo forse come ‘governo delle migrazioni’.

In secondo luogo, non bisogna dimenticare che parallelamente alla parziale ‘liberazione’ della forza lavoro autoctona si assiste ad un progressivo slittamento delle politiche di controllo della mobilità umana man mano che emerge e si consolida un mercato internazionale del lavoro. In breve, l’attenzione delle autorità di pubblica sicurezza comincia progressivamente a spostarsi dai ‘forestieri’ verso gli ‘stranieri’ e all’affermarsi della libertà di circolazione dei cittadini corrisponde un tentativo di imbrigliamento, disciplinamento e l’inclusione subordinata della forza lavoro transnazionale, fosse essa di origine coloniale o immigrata[10]. A differenza che nel caso della gestione della manodopera autoctona, in questo caso non è il sistema penale a giocare un ruolo coercitivo e disciplinare diretto, ma tale funzione è delegata al complesso di regolamentazioni amministrative che regolano lo status giuridico dei migranti (o dei residenti di territori assoggettati al dominio coloniale). L’effetto è in ogni caso quello di alterare la naturale dinamica di formazione del prezzo del lavoro, vincolando i lavoratori alle esigenze di valorizzazione del capitale.

Il disciplinamento sociale nell’età delle migrazioni

Ho accennato all’inizio alla straordinaria attualità di un classico come Carcere e fabbrica, pure in una società dove alla apparente scomparsa delle fabbriche ha fatto da contraltare l’espansione del penitenziario. È evidente che quello di un carcere senza fabbrica è solo un apparente paradosso e che se si è disposti a rileggere in termini forse meno foucaultiani il concetto di ‘disciplina’, si capisce bene come la ristrutturazione del mercato del lavoro nelle società contemporanee abbia implicato un vasto e profondo processo di ‘ri-disciplinamento sociale’ delle classi subalterne, chiamate a ridimensionare decisamente le loro aspettative rispetto ai parametri tipici delle social-democrazie industriali mature. Processo in cui il carcere ha evidentemente giocato un ruolo cruciale.

È tuttavia inevitabile constatare come nell’epoca che stiamo vivendo, definita da alcuni come ‘età delle migrazioni’[11], il disciplinamento sociale passa anche e soprattutto dalla capacità del sistema capitalistico di ‘mobilitare’ incessantemente nuova forza lavoro. È proprio partendo dalla centralità delle migrazioni nei processi di accumulazione capitalistica del mondo contemporaneo, che Sandro Mezzadra e Brett Neilson[12] hanno proposto di rileggere il ruolo dei confini (e per estensione delle politiche di controllo delle migrazioni) come una sorta di dispositivo di ‘moltipicazione’ del lavoro, dove per moltiplicazione essi intendono soprattutto gerarchizzazione e flessibilizzazione della manodopera. In breve, secondo la loro lettura, i confini non hanno tanto la funzione di contenere la mobilità umana, quanto piuttosto quella di produrre un mercato del lavoro transnazionale segmentato e stratificato, oltre che una forza lavoro docile e utilizzabile ‘just in time’.

La sfida teorica per gli studiosi critici delle istituzioni penali e del controllo sociale è capire come il carcere, e le altre istituzioni di internamento, si inseriscono nel più ampio quadro di dispositivi di regolazione e governo della circolazione della forza lavoro in un mercato transnazionale della manodopera. Tuttavia, per farlo è forse necessario rinunciare almeno in parte all’ortodossia marxista che ispirava Carcere e fabbrica e tenere presente che, come suggerito, il mercato della manodopera è sempre stato presidiato da dispositivi di coercizione e sicurezza volti ad imbrigliare la forza lavoro, che il mercato, in breve, non è mai stato del tutto ‘libero’ e la coercizione circoscritta alla sola sfera della produzione, ma che essa (com’è drammaticamente evidente ai giorni nostri) ha sempre inciso profondamente anche sulla sfera della circolazione (in particolare della forza lavoro).

Note

[1] Rusche G., Kirchheimer O. 1939. Pena e struttura sociale. Bologna: Il Mulino.
[2] Dean M. (1992) A genealogy of the government of poverty. Economy and Society 21: 215-251.
[3] Oestreich G. (1982) Neostoicism and the early modern state. Cambridge: Cambridge Univeristy Press.
[4] Krieken Rv. (1990) Social Discipline and State Formation: Weber and Oestreich on the historical sociology of subjectivity. Amsterdams Sociologisch Tijdschrift 17: 3-28.
[5] Colquhoun P. (1800) A treatise on the police of the metropolis. London: H. Fry.
[6] Melossi D. (2015). Crime, punishment and migration. London: Sage.
[7] Cfr. per tutti Manning, P. (2012). Migration in world history. London: Routledge.
[8] Weber, M. (1997). Storia economica: linee di una storia universale dell’economia e della società. Rom: Donzelli Editore.
[9] I brani sono tratti da Marx K. 1867, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro 1. Torino: Einaudi.
[10] Moulier Boutang Y. 1998 Dalla schiavitù al lavoro salariato. Roma: Manifestolibri.
[11] Castles S., De Haas H., Miller M.J. (2013) The age of migration: International population movements in the modern world. London: Macmillan.
[12] Mezzadra S and Neilson B. (2013) Border as Method, or, the Multiplication of Labour, Durham and London: Duke University Press.


Per citare questo pezzo

G. Campesi (2019), Rileggendo “carcere e fabbriche” nell’età delle migrazioni, in Studi sulla questione criminale online, pubblicato al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2019/07/29/rileggendo-carcere-e-fabbrica-nelleta-delle-migrazioni-di-giuseppe-campesi-universita-degli-studi-di-bari-aldo-moro/