In occasione del lancio del volume collettaneo “Lungo i confini dell’accoglienza. Migranti e territori tra resistenze e dispositivi di controllo”, da oggi disponibile in tutte le librerie per la ManifestoLibri, pubblichiamo la versione integrale dell’introduzione. Il volume, curato da Giulia Fabini (Università di Bologna), Omid Firouzi Tabar (Università degli studi di Padova) e Francesca Vianello (Università degli studi di Padova), raccoglie una serie di ricerce empiriche condotte da giovani studiose e studiosi sui diversi siti in cui i confini vengono performati, e le pratiche di controllo e le strategie di resistenza si confrontano, inseguono, intrecciano, in una spinta verso una continua trasformazione.

Ringraziamo la casa editrice per rendere disponibile la pubblicazione del contributo. Buona lettura!

Lungo i confini dell’accoglienza. Introduzione

Giulia Fabini, Omid Firouzi Tabar, Francesca Vianello

Critica del presente, senza nostalgie per il passato

Circa un anno fa abbiamo deciso di scrivere un libro sul sistema dell’accoglienza promuovendo un dialogo a più voci che di fronte all’accoglienza si ponesse con sguardo critico, utilizzando la ricerca qualitativa in chiave interdisciplinare e valorizzando la stretta cooperazione tra le autrici e gli autori1. L’intento era quello di utilizzare degli studi di caso per andare ad indagare la maniera in cui i dispositivi di governo delle migrazioni si stanno oggi riconfigurando attorno alla figura del rifugiato e del richiedente asilo. Questa figura, infatti, a partire dal 2011, in corrispondenza delle primavere arabe, e con una violenta accelerazione dal 2015 – anno ufficiale di inizio della cosiddetta crisi dei rifugiati – ha sostituito la figura del “clandestino” (Quassoli, 2013) che dagli anni Novanta ha dominato in Italia i meccanismi di controllo dell’immigrazione e il dibattito scientifico e pubblico che intorno ad essi si è sviluppato (Sbraccia, 2007; Melossi, 2010; Campesi, 2003; Crocitti, 2014; Ferraris, 2012). Intorno a questa soggettività e a questa figura giuridica si possono vedere i profili di una nuova forma di governance delle migrazioni; si tratta a nostro avviso di nuove traiettorie del controllo che si misurano con le contro condotte e resistenze molteplici messe in campo dalle e dai migranti.
Il volume esce tuttavia in un frangente particolare e di cambiamento, ovvero all’indomani dell’emanazione e della conversione in legge del “decreto Salvini” su sicurezza e immigrazione. Il decreto introduce una serie di innovazioni giuridiche che hanno buone possibilità di avere un impatto materiale decisivo sulla vita di richiedenti asilo e rifugiati – sebbene bisognerà vedere come le norme verranno attuate, aggirate o disattese per valutarne l’effettiva portata innovatrice (Sbraccia, 2019).
Innanzitutto, il decreto Salvini introduce l’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, sostituendolo con altre tipologie di permesso più specifiche e di minore durata. Vale la pena sottolineare che il permesso di soggiorno umanitario è stato negli ultimi anni la tipologia di protezione maggiormente concessa. Come tale, era diventata una delle vie principali alla legalizzazione delle posizioni giuridiche dei cittadini stranieri arrivati in Italia. Invece, i permessi che andranno a sostituirla sembrano avere più che altro carattere residuale e appaiono preludere ad una ulteriore diminuzione del già basso2 numero di titolari di un qualche tipo di protezione in Italia. In secondo luogo, la nuova legge riserva l’accesso allo SPRAR (già Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati) ai soli titolari di protezione e ai minori non accompagnati. Si tratta di una misura che, da un lato, indebolisce l’unico sistema ordinario della seconda accoglienza che, nonostante alcuni casi problematici (Grivet Talocia in questo volume), è l’unica opzione in campo – nella filiera dell’accoglienza – capace di garantire certi standard di tutela dei diritti; dall’altro, impone una progressiva normalizzazione degli strumenti emergenziali dell’accoglienza straordinaria.
Scriviamo in un momento in cui è in corso il tentativo di smantellare proprio quell’accoglienza che noi, con questo lavoro, ci siamo prefissi l’obiettivo di mettere a critica. In questa fase storica, razzismo e xenofobia, mai davvero sopiti in questo paese, ricevono nuova linfa vitale e trovano nuove fonti di legittimazione nelle parole dei governanti e nelle leggi da questi emanate. Allo stesso tempo il discorso populista si fa lente di lettura che svilisce la progressiva complessità di una realtà continuamente trasformata, dal basso e dall’alto, dai processi della globalizzazione, del capitalismo neoliberale e della mobilità. In tale contesto – ci preme ricordarlo – la chiusura dei porti e la criminalizzazione delle Ong che salvano vite in mare non solo non produce l’effetto di bloccare gli arrivi, ma contribuisce drammaticamente a incrementare il numero delle morti in mare3 (Villa, 2018).
Come scrivere dunque un libro che si pone in prospettiva critica di fronte al sistema dell’accoglienza nel momento in cui questa stessa accoglienza è sotto attacco? L’intento di questa indagine corale è di affinare le armi della critica verso un sistema diffusamente segnato da dinamiche di controllo, disciplinamento e infantilizzazione che si dispiegano dentro cornici e dinamiche di violenza, esclusione e segregazione sociale o tra le maglie dell’assistenzialismo in chiave umanitaria.
Il controllo umanitario mette in scena l’aiuto alla “vittima perfetta”: povera, senza risorse, servizievole, grata (Cuttitta, 2018).
Così facendo, tende nelle pratiche a disconoscere autonomia, autodeterminazione, desideri e progetti di vita dei soggetti su cui si riversa. Tuttavia, come diversi dei casi studio presenti in questo volume raccontano, i e le migranti eccedono la figura della “vittima perfetta” (Facincani in questo volume) e a tali dinamiche reagiscono e si oppongono mettendo in atto tattiche di resistenza individuali e collettive (Firouzi Tabar in questo volume). Il controllo umanitario che emerge da questo quadro si sviluppa nella interconnessione e compresenza tra il tentativo di imbrigliare e governare la mobilità, da un lato, e i tentativi dei migranti di aggirare e alcune volte sfidare apertamente i meccanismi di controllo. Ribadita la preoccupazione rispetto alla recente deriva xenofoba e populista che investe questo paese, ci chiediamo se l’umanitarismo assistenziale e caritatevole sia l’unica via all’“integrazione” o se, al contrario, sia possibile immaginare altre vie che includano il riconoscimento necessario dell’autodeterminazione di chi decide di migrare. Reputiamo essenziale che si lavori per riportare al centro del dibattito l’urgenza di individuare vie legali all’ingresso che non contemplino necessariamente l’arrivo per mare e la richiesta di protezione. Anche nel momento in cui la prospettiva è quella dell’espulsione dal circuito dell’accoglienza di migliaia di richiedenti asilo, riteniamo che, nell’opporsi a questa misura, sia importante non cedere alla nostalgia di un eldorado che non è mai davvero esistito. Quel che c’era prima, noi da tempo già lo ponevamo sotto una severa critica e per questo abbiamo sentito l’esigenza di porre basi solide, necessariamente insieme teoriche ed empiriche, alla critica della riconfigurazione dei confini in corso negli ultimi anni.
Non parliamo propriamente di confini territoriali, ma del confine come processo e relazione (Fontanari, 2017b). Un confine mobile, continuamente performato dagli attori che, come in una danza, si confrontano sul campo (Wonders, 2006). In tale ottica, le ricerche raccolte in questo volume guardano in parte ai confini esterni (Turchetti e Ferri in questo volume), ma soprattutto ai confini interni: confinamenti materiali e simbolici che si accompagnano e si frappongono alla mobilità dei soggetti in tutto il loro percorso migratorio. Il confine “territoriale” in questo senso si sovrappone e confonde con il confine sociale (rimandiamo alla differenza tra borders e boundaries) e si presenta come dispositivo che nella contemporaneità produce soggettività e ridisegna i limiti dell’inclusione, ridefinisce le
gerarchie interne di società in trasformazione e ridetermina la linea di demarcazione tra “Noi” e “Loro” (Anderson, 2013). Ad esempio, anche il permanere delle sbarre – contemporaneamente visibili e invisibili – di un vecchio CIE trasformato in Hub possono trasmettere un senso di insicurezza in chi le guarda dall’esterno e incentivare distanza, se non anche ostilità, razzismo e, dunque, esclusione (vedi Cammelli in questo volume).
I confini, quindi, non dipendono solo dal diritto e non è un caso se un giudice che deve decidere sul ricorso per una richiesta di protezione lo farà anche sulla base di “saperi altri”, non solo giuridici (vedi Ferraris in questo volume). I confini andrebbero intesi più che altro come il risultato dell’interazione tra una miriade di soggetti e di “saperi”, e come tali si producono e riproducono innanzitutto lungo linee di classe, genere e razza.
Il genere – sempre considerato nella sua intersezione con classe e razza – ha poi una rilevanza particolare per le donne che migrano: esso determina violenze ulteriori durante il percorso migratorio e nel luogo di arrivo, porta a una pericolosa confusione tra i binari della tratta e della richiesta di asilo (si veda Facincani in questo volume per il caso delle donne nigeriane), ma non solo. Al genere e alla sessualità sono legate aspettative di comportamento che non incidono solo sulle donne migranti, ma definiscono anche le categorizzazioni stereotipiche verso le altre soggettività non conformi (si veda Spada e Carnassale in questo volume). In questo senso, il confine diventa un dispositivo di produzione di soggettività il cui maggiore o minore grado di inclusione o esclusione è determinata anche dalla maniera in cui questi soggetti performeranno il proprio genere (classe e razza), e quanto tali performances siano adeguate alle aspettative.
Il confine certamente in molti casi esclude e respinge, ma più in generale agisce intorno a dinamiche di sfruttamento intensivo che tendono ad includere in modo differenziale (Mezzadra e Neilson, 2013; Di Cecco in questo volume). Ciò che avviene all’ombra dello “spettacolo del confine” (De Genova, 2013a) è un’inclusione subordinata dentro una cornice di sfruttamento, disciplinamento, invisibilizzazione e potenziale criminalizzazione.
L’analisi che con questo volume abbiamo voluto produrre, lo vogliamo ribadire, non può ricondurre la critica dell’esistente ad una mera richiesta di ritorno ad una situazione precedente, come se quella già non contenesse in nuce le ambiguità e le distorsioni che oggi riproducono in modo intersezionale subordinazione, sfruttamento, assoggettamento. Partiamo dalla storia.

L’evoluzione delle politiche migratorie negli anni della “crisi dei rifugiati”

È del 3 ottobre 2013 il drammatico naufragio che portò alla morte di 366 persone al largo di Lampedusa, seguito a pochi giorni di distanza da un’altra strage che di vittime ne fece 286. L’opinione pubblica italiana, oggi assuefatta dalle notizie delle morti in mare, nell’ottobre di cinque anni fa si indignò. Sotto il segno di quelle catastrofi evitabili, partì l’operazione “Mare Nostrum” che venne poi sostituita prima dall’operazione Triton, e poi dall’operazione EUNAVFOR MED, nell’aprile del 2015.
Sebbene il picco nel numero degli arrivi in Italia si sia avuto nel 2016 con 181.000 ingressi dal mare, l’inizio della “crisi” nel nostro paese risale al 2014, quando si sono registrati 170.000 arrivi a fronte dei 42.000 dell’anno precedente (ISMU 2018).
Dal 2015 – a partire da una sorta di iniziale “laboratorio” sperimentale di nuova governance dei movimenti migratori rappresentatata dall’Emergenza Nord Africa e dall’operazione Mare Nostrum (Campesi, 2011) – il sistema di controllo e di governo delle migrazioni in Italia ruota attorno alla figura del richiedente asilo.
La crisi, declinata da politici e istituzioni come “crisi dei rifugiati”, è stata invece interpretata da alcuni teorici come crisi del concetto stesso di Europa. De Genova e Tazzioli (2015) rifiutano la narrazione per cui essa sarebbe causata dalla mobilità delle e dei migranti che, come fossero una minaccia proveniente dall’esterno, sarebbero riusciti a destabilizzare gli equilibri altrimenti stabili dell’Europa e la sua sicurezza interna; gli autori mettono invece in luce la dimensione squisitamente produttiva che si accompagna al fatto stesso di dichiarare l’esistenza di una crisi.
Dal 2015 in Europa è in essere un nuovo meccanismo di governance delle migrazioni. A maggio 2015 è stata approvata l’agenda europea per le politiche migratorie, una presa di parola unitaria da parte dei vari paesi membri. Tra le varie misure, l’agenda europea introduce in Grecia e Italia gli hotspot, i quali più che rappresentare spazi fisici materializzano un nuovo approccio di inclusione selettiva dei migranti (Ferri in questo volume). L’intento di tale strumento è quello di registrare il primo paese di ingresso e quindi, come sancito dal regolamento di Dublino, sapere dove il migrante debba formalizzare la domanda di asilo, anche in caso di migrazioni secondarie. Si tratta di strumenti di regimentazione della mobilità intra-europea verso cui si segnalano diverse forme di resistenza individuale e collettiva (Kohler, Paradiso in questo volume).
L’istituzione degli hotspot fa seguito alle politiche di laisser passer adottate all’inizio della “crisi” da Italia e Grecia, le quali non registravano tutti i nuovi arrivi nel sistema EURODAC e li lasciavano proseguire verso i paesi del Nord Europa (vedi Pinelli, 2017a), sperando così di aggirare Dublino.
Proprio per fermare le migrazioni secondarie da Grecia e Italia, alcuni paesi, già a partire dal 2015, hanno iniziato a ripristinare le frontiere interne. In seguito, nel tentativo di bloccare direttamente gli ingressi, sono stati stipulati due accordi: uno tra Grecia e Turchia nel 2016 e uno tra Italia e Libia nel 2017.
Se nel 2015 circa l’80 per cento dell’oltre milione di ingressi in Europa è entrato dalla Grecia, a partire dal 2016 si registra una progressiva contrazione degli arrivi lungo questa rotta, proprio in seguito all’accordo con la Turchia. Aumentano, invece, gli ingressi dall’Italia nello stesso periodo. La medesima dinamica che si è presentata in Grecia si ripropone poi in Italia come conseguenza degli accordi con la Libia: gli arrivi calano dai 181.000 del 2016 ai 119.000 del 2017. Nel 2018 sono 23.000 gli arrivi via mare in Italia (fonte del Ministero dell’Interno), mentre crescono come mai prima gli arrivi in Spagna (vedi Turchetti questo volume). Le rotte migratorie sono influenzate, tra gli altri elementi, dalle scelte politiche europee.
La crisi del sistema europeo di governance delle migrazioni ha portato non solo al ripristino dei confini interni tra gli stati, ma anche all’impennata del consenso elettorale per i partiti populisti di estrema destra in molti paesi. Nella “crisi dei rifugiati” si è fatto progressivamente strada un discorso paradossale, oramai sempre più consolidato: si respinge per salvare, si lascia morire (in mare) per far vivere, si trattiene per proteggere.

Il sistema dell’accoglienza in Italia

Dall’emergere della “crisi”, le domande di asilo effettuate in Italia sono state in continuo aumento: circa 84.000 nel 2015, 124.000 nel 2016, 130.000 nel 2017. Dopo una crescita ugualmente ininterrotta dei numeri delle presenze in accoglienza, queste hanno iniziato a diminuire, passando da 183.000 presenze al 31 dicembre del 2017 alle 146.000 al 31 ottobre del 2018 (ISMU).
Il sistema di accoglienza in Italia, in recepimento delle Direttive 32/33 del 2013, è stato riformato dalla legge n. 142 del 2015; è poi mutato in questi anni, prima sotto il segno del decreto Minniti e poi, più recentemente, del decreto Salvini. Si divide in prima e seconda accoglienza, anche se nella pratica le cose sono molto più confuse.
La prima accoglienza è originariamente pensata per fornire il primo soccorso ai e alle richiedenti asilo, completare le procedure di identificazione, individuare eventuali vulnerabilità e formalizzare la domanda di protezione internazionale; include gli hotspot e i Centri di Prima Accoglienza (CPA) – tra cui CPSA/CARA/CDA/HUB4. Per la seconda accoglienza invece lo strumento previsto è quello dello SPRAR, il circuito pubblico e ordinario istituito con la legge 189 del 2002. Gli SPRAR possono essere gestiti tramite alloggi o centri di piccole, medie e grandi dimensioni. Generalmente si preferisce l’accoglienza in appartamenti, anche se non mancano esempi di centri anche grandi (vedi Grivet-Talocia in questo volume). Tuttavia, per far fronte all’emergenza costituita dall’improvviso incremento degli sbarchi e dalla limitata capienza della rete SPRAR, il DL 142 ha introdotto i CAS: Centri di Accoglienza Straordinari nati per rispondere ad una situazione emergenziale e contingente ma che hanno negli anni attraversato un processo di normalizzazione. Come spesso accade, si continua ad utilizzare uno strumento eccezionale per far fronte ad una “emergenza” strutturale. Inoltre, come ben noto, mentre gli SPRAR sono gestiti da enti su affidamento dei Comuni che offrono volontariamente la propria adesione ad accogliere questi progetti, i CAS sono gestiti da organizzazioni su affidamento diretto delle prefetture.
Stando ai dati ISMU aggiornati al 31 ottobre 2018, il 90 per cento di chi si trova nei circuiti dell’accoglienza è collocato nella cosiddetta accoglienza straordinaria. Ancor più rilevante è il dato di fatto per cui, stando così le cose, l’accoglienza delle e dei richiedenti asilo in Italia è quasi interamente gestita dal comparto della pubblica sicurezza, sotto la direzione del Ministero degli Interni. In generale, l’immigrazione in Italia è stata sempre declinata quale problema di sicurezza, e come tale è stata gestita. Il concetto di securitarizzazione delle migrazioni è stato sovente utilizzato proprio per indicare il processo per cui un dato fenomeno viene trattato come problema inerente alla sicurezza, al di là della reale minaccia che questo possa costituire (Campesi, 2012). Nel caso dell’Italia, questo ha portato a demandare alla polizia il governo della mobilità in tutti i passaggi, dall’arrivo, all’accoglienza, alla formalizzazione di un permesso di soggiorno fino alla regolazione delle procedure espulsive: migranti in quanto soggetti “pericolosi” che come tali andavano controllati, eventualmente detenuti in carcere (De Giorgi, 2010) o trattenuti nei centri (Campesi e Fabini, 2017) e, quando possibile, espulsi.
D’altro canto, il riferimento alla sicurezza non è mai davvero passato di moda, e, anzi, dopo i primi anni dalla crisi sembra stia tornando in auge con un certo vigore. Nelle retoriche, e anche in forza del venir meno del permesso di soggiorno per motivi umanitari, la e il richiedente asilo si trasforma di nuovo in “clandestino”, altro, diverso e pericoloso, utile sia a fini politici che economici. Non è una novità vedere personalità al governo e media stigmatizzare la figura e il corpo del “clandestino” per creare il nemico interno attorno cui cristallizzare le paure della popolazione degli “autoctoni”. L’allarme sicurezza mobilitata intorno a questa figura ha costituito continuamente una forte fonte di consenso politico ed elettorale per governi in crisi, sia che fossero progressisti sia che fossero conservatori.
Vi sarebbe tradizionalmente una doppia funzione delle politiche migratorie, quella di sfruttare i processi di clandestinizzazione e l’inclusione differenziale per la messa al lavoro di una sottoclasse di sfruttabili e deportabili, e quella di utilizzare il e la migrante come elemento di distrazione di massa e tornaconto elettorale. Negli anni della “crisi dei rifugiati” il discorso però sembrava essere mutato, almeno inizialmente: il “clandestino” pericoloso era sparito lasciando sulla scena il e la migrante/richiedente asilo che doveva essere aiutato, assistita. Tuttavia, anche nel frangente del controllo umanitario, non ci si è mai davvero lasciati alle spalle quei meccanismi ben rodati di produzione giuridica e culturale di un’alterità irriducibile: il richiedente asilo/rifugiato è comunque altro da “Noi”. Non ci sorprende, dunque, che con il passar del tempo anche questa figura inizi a diventare un pericolo nelle narrazioni pubbliche. Se tale trasformazione si sta dando, è perché essa si sviluppa in una cornice solida che l’ha resa possibile e che ha origine ben prima del decreto Salvini. È la produzione dell’alterità delle politiche precedenti che hanno posto le basi simboliche e materiali per gli sviluppi attuali delle politiche migratorie. Con l’avvento della “crisi dei rifugiati”, al discorso di base fondato sulla minaccia all’incolumità e alla sicurezza, si è accostato un nuovo discorso basato primariamente sul pericolo del parassitismo. E in fin dei conti, questi cambiamenti intercettano un passaggio di fase più generale: come dimostra il “reato di accattonaggio molesto” introdotto dal decreto Salvini, la stessa povertà è diventata (o tornata ad essere, a seconda dell’ampiezza del nostro arco storico di riferimento) pericolosa.

Migranti economici e richiedenti asilo

Stando alle ultime stime, sarebbero 490.000 i migranti irregolari presenti in Italia, sottoposti alla produzione legale della loro “illegalità” (De Genova, 2002). A ben vedere, i meccanismi di riconoscimento della protezione in Italia, in ragione dell’alto numero di dinieghi, possono essere interpretati quali processi di illegalizzazione. Dicevamo in apertura di questa introduzione che, mentre veniva messo in scena lo spettacolo dell’esclusione del migrante “illegalizzato”, allo stesso tempo aveva luogo la sua trasformazione in forza lavoro a basso costo nell’“osceno dell’inclusione” (De Genova, 2013a).
Tuttavia, accanto al migrante “illegalizzato”, nuove figure si sono affacciate al mercato del lavoro italiano negli ultimi anni, ovvero il richiedente asilo e il titolare di protezione umanitaria: forza lavoro sottopagata e docile, spesso impiegata ad esempio in agricoltura, nella raccolta dei pomodori a Sud, spingendo alcuni critici a parlare a questo riguardo di “asilizzazione del lavoro” (Rigo e Dines, 2015). In questo senso varrebbe inoltre la pena di tenere in considerazione quanti permessi di soggiorno per motivi umanitari siano stati trasformati in permessi per motivi di lavoro negli ultimi anni (Sbraccia, 2019). In effetti, al momento non esiste in Italia un sistema di ingresso regolare di forza lavoro. I decreti flussi, ovvero il sistema che ha regolato il numero di permessi di soggiorno per motivi di lavoro che era possibile rilasciare ogni anno a seconda delle nazionalità dei migranti che ne facevano richiesta (vedi Cuttitta, 2008 per una riflessione critica sui decreti flussi) ha smesso di operare con regolarità da parecchi anni ormai5. Lo stesso dicasi per le sanatorie, processo di regolarizzazione una volta frequente e che manca in Italia dalla regolarizzazione delle sole “badanti” del 2009.
Quanto sopra esposto porta a chiederci quale linea sia veramente possibile tracciare tra richiedente asilo e migrante economico. Negli hotspot, i migranti vengono smistati tra coloro che possono fare richiesta di protezione internazionale e coloro ai quali invece tale possibilità viene negata, perché in base a valutazioni di fatto ampiamente discrezionali si ritiene che siano arrivati in Italia per la ricerca di un impiego (Sciurba, 2017). In questo secondo caso, i migranti non hanno titolo per rimanere sul territorio italiano e devono quindi venirne espulsi. Nelle retoriche, il dovere dell’Europa di aiutare chi necessita di protezione viene trasformato in un dono, un favore, un atto caritatevole piuttosto che un obbligo sancito dall’articolo 1 della Convenzione di Ginevra e dall’art. 10 della Costituzione italiana. Allo stesso tempo, viene ribadito il diritto ad espellere chi arriva per motivi lavorativi, salvo poi includerlo/a comunque nel mondo del lavoro in una posizione gerarchicamente inferiore. Come scrivono De Genova e Tazzioli (2015, p. 3), la posta in gioco per gli studi critici sull’immigrazione è da un lato la “rigorosa critica postcoloniale della governamentalità della migrazione e dell’asilo e la fuorviante opposizione tra rifugiati “genuini” e “legittimi” e migranti apparentemente “economici”” che è alla base del nuovo sistema di governance europea delle migrazioni.
La distinzione fittizia tra migrante economico e richiedente asilo ricalca quella altrettanto distorsiva tra migrazioni forzate e non. Infatti, dietro lo scivolamento verso l’assistenzialismo di chi viene categorizzato come richiedente asilo, tale distinzione nasconde, afferma e rilegittima l’esclusione – che poi nei fatti, come dicevamo, si traduce in inclusione subordinata e differenziale – di chi verrà categorizzato come migrante economico e, quindi, “falso” richiedente asilo.
La distinzione che sottende alle politiche migratorie è quella di trattare le migrazioni volontarie e forzate come se fossero categorie separate e mutualmente esclusive. Tuttavia, distinguere tra migrazioni forzate e volontarie è altamente problematico. Infatti, per una molteplicità di aspetti le migrazioni sono una categoria mista a tutti gli stadi del processo migratorio, non solo durante il viaggio (Schuster, 2016, p. 297):
Quelli che fuggono da conflitti, abuso dei diritti umani e persecuzioni lasceranno le loro case anche per instabilità economica e povertà; questi vorranno non solo salvarsi la vita, ma rifarsi una vita una volta arrivati in un posto sicuro. Similmente, coloro che arrivano in cerca di un impiego magari saranno stati esclusi da lavoro ed istruzione nei loro paesi di origine a causa del loro genere, religione o appartenenza etnica. Coloro che si spostano per lavoro magari saranno costretti a spostarsi nuovamente a causa di discriminazioni. Nei paesi in cui le persone si installano, quelli che arrivano come rifugiati si uniranno ai migranti per motivi lavorativi nella competizione per l’alloggio, l’istruzione e l’impiego.
Sempre come illustrato da Schuster, il nesso migrazione-asilo è stato analizzato anche dal rapporto a cura di ILO/UNHCR (2001). Dalle ricerche effettuate, si evinceva che i richiedenti asilo viaggiavano lungo le stesse rotte dei migranti cosiddetti economici evitando i controlli ai confini. Appariva evidente che spesso quelli che migravano per lavoro erano in realtà rifugiati che sceglievano di non fare domanda, per non essere visti con sospetto, o perché ai richiedenti asilo non era permesso di lavorare o per evitare di essere rinchiusi in campi.
A tutt’oggi, come rilevato anche da alcuni autori e autrici in questo libro, ci sono espulsioni, fughe e sottrazioni volontarie dall’accoglienza, anche dal sistema ordinario (il 23,6 per cento del totale nel 2016, secondo il rapporto annuale Sprar, 2017: 63). Chi si è sottratto ha preferito tentare il viaggio verso altri paesi europei ed eventualmente permanere in campi spontanei, in situazione di marginalità e in condizioni precarie, nell’attesa di riuscire ad attraversare il confine (Medici senza frontiere, 2018). Ciò, ad esempio, è risultato evidente tanto nel caso della “bolla” di Ventimiglia quanto nel caso della “Giungla” di Calais (Kohler, Paradiso in questo volume). In alcuni casi, alcuni migranti hanno anche fatto la scelta, dopo aver abbandonato il sistema dell’accoglienza, di tornare nei luoghi da cui le migrazioni secondarie erano partite (vedi Sanò in questo volume sulla Sicilia come luogo di ritorno).
Se la distinzione tra migrazioni forzate e volontarie – e quindi tra richiedente asilo e migrante economico – non appare sociologicamente fondata, essa sussiste però nelle politiche ed è produttiva di effetti specifici. Stando al rapporto ISMU (2017) negli anni non è cambiato il numero degli arrivi in Italia, ma è cambiata la modalità in cui questi si danno. Non si sono mai avuti tanti arrivi in mare come negli ultimi anni, ma contestualmente sono diminuiti gli arrivi regolari. Importante è che da un lato cambia l’effettiva immigrazione, dall’altro cambiano le politiche che controllano l’immigrazione. Ovvero, il cambiamento delle politiche di controllo è un effetto della mobilità, e la mobilità, a sua volta, è l’effetto anche di cambiamenti geopolitici nei paesi di provenienza e passaggio.
L’ansia di individuare i “falsi richiedenti asilo” ha portato ad un irrigidimento dei controlli dei confini, costringendo chi vuole per un motivo o per l’altro arrivare in Europa a rivolgersi agli smugglers e intraprendere percorsi sempre più pericolosi che, come abbiamo visto sopra, non fanno che aumentare il rischio mortale legato alle rotte migratorie.
In tale quadro, rimane forte l’accezione della figura del rifugiato e del richiedente asilo come vittima, che però non è mai vittima “nostra”. Se è utile che il e la richiedente sia vittima e sia vittimizzata, non è utile che siamo noi i carnefici. E il fatto che sia vittima non “nostra” e che sia altro da “noi”, giustifica agli occhi dei più il fatto che l’aiuto che offriamo si esprima nelle forme della segregazione duratura nei campi, dell’accoglienza prolungata in strutture infantilizzanti, del tentativo di spogliare il e la richiedente asilo della propria agency. Crediamo che il nuovo quadro che si delinea nelle maglie delle politiche dell’accoglienza sia, ancora, quello del controllo, del disciplinamento, dell’infantilizzazione e, accanto, anche della cosiddetta inclusione differenziale. Quelle in azione appaiono come tecnologie di segregazione e contenimento che agiscono sul corpo del e della migrante, tentando di governarlo produttivamente, con la doppia funzione di predisporlo a scenari di ipersfruttamento e allo stesso tempo stigmatizzarlo per cristallizare intorno alla sua presenza le paure e le insicurezze di ampie fasce della popolazione autoctona (Firouzi Tabar e Sbraccia, 2016).
Tuttavia, all’interno di questo scenario strutturale si muovono le resistenze e le soggettività che, attraverso condotte e posture conflittuali, ne riconfigurano incessantemente equilibri e squilibri.
L’accento sulle soggettività e sulle possibilità trasformative che sprigionano ci sembra un punto nodale ed emerge trasversalmente in gran parte dei contributi. A qualsiasi immagine di una realtà statica e pacificata preferiamo contrapporre l’idea che le traiettorie e i territori segnati dai movimenti migratori siano interpretati come diffusi e mutevoli “bordescapes” dove l’autonomia delle migrazioni spinge (spesso costringe) gli apparati del controllo a sperimentare nuove strategie di assoggettamento, anzi, meglio, di produzione di soggettività (Fabini, 2019). Nell’andare ad analizzare i processi di produzione delle nuove soggettività dobbiamo tener conto del fatto che il sistema dell’accoglienza in senso più ampio vive contestualmente di orientamenti al controllo ed espressioni resistenziali, laddove con espressioni resistenziali facciamo riferimento alla mobilità stessa, o al sottrarsi a meccanismi di disciplinamento e infantilizzazione all’interno dell’accoglienza. Siamo di fronte alla soggettività e al suo controllo. Soggettività che eccede i tentativi di incanalarla e leggerla attraverso le categorie rigide del diritto e provoca reazioni e si ripercuote sul diritto stesso. Ma è difficile stabilire se il diritto cambia per rispondere a delle reazioni che si manifestano, o se cambia per prevenire possibili reazioni. Il campo è aperto. Attraverso questo libro ci siamo posti l’obiettivo di contribuire ad una conoscenza situata delle configurazioni in atto.

Posizionamenti sul campo di ricerca

In questo lavoro collettivo abbiamo raccolto una serie di studi di caso lungo i diversi confini dell’accoglienza: tribunali, hotspot, HUB, Cpa, sprar; e poi, ancora: il lavoro gratuito, le migrazioni secondarie, la situazione in Francia e Spagna.
Il frame populista ha il potere di schiacciare la narrazione nel senso di una semplificazione che non può corrispondere alla realtà dei fatti. Con i lavori raccolti in questo volume proviamo a sgretolare un po’ il muro delle retoriche imperanti nell’ambito del controllo dell’immigrazione. La ricerca empirica e qualitativa, situata in diversi frangenti del controllo della mobilità, prova a rendere visibili accelerazioni e arretramenti, attraversa i meccanismi di disciplinamento e le sue sottrazioni e tenta di dimostrare che il campo è aperto, al di là delle retoriche che lo attraversano.
Fare ricerca vuol dire, oggi più che mai, prendere posizione. L’esperienza condivisa nell’ambito degli studi critici ci ha regalato la consapevolezza della complessa e ambigua relazione che le scienze sociali applicate intrattengono con il potere: categorie e classificazioni, etichette e rappresentazioni prodotte dagli scienziati sociali vengono tradizionalmente utilizzate dalle agenzie del controllo e hanno ricadute importanti sulle persone a cui vengono applicate. Reagire alla vocazione amministrativa, di servizio rispetto alle agenzie del controllo, significa rivendicare per sé uno spazio altro in cui al ricercatore e alla ricercatrice sia dato porsi in modo indipendente rispetto agli obiettivi dichiarati dalle istituzioni. Il tema è particolarmente delicato quando si varcano le soglie di realtà chiuse o fortemente amministrate, con il corollario della difficoltà di gestire pressioni significative che provengono immancabilmente da parte di chi le governa. A partire dalle lucide affermazioni di Becker (1967) è noto infatti come chi rappresenta l’autorità e ricopre funzioni ufficiali all’interno di un’istituzione si ritrovi spesso nella posizione di dover, quasi necessariamente, mentire. Le istituzioni, afferma Becker, sono per loro natura ‘renitenti’: poiché le cose non vanno quasi mai come dovrebbero andare, come la società si aspetta che vadano, chi è responsabile del loro corso tende a nascondere i propri insuccessi o, quando ciò non è possibile, a giustificarli demandandone la responsabilità ad altri, per lo più estranei al proprio immediato contesto di appartenenza. Solo la produzione di conoscenza di prima mano può allora svelare le reali conseguenze delle politiche di disciplinamento e di controllo.
In alcuni di questi studi, gli autori e le autrici utilizzano l’approccio etnografico per decostruire determinate narrazioni che, seppur fuorvianti, trovano spazio nel discorso pubblico. I contributi propongono analisi che si muovono nel tentativo sempre ben presente di demistificare l’ordine discorsivo imperante. Demistificare narrazioni sul migrante pericoloso, sul migrante “buon selvaggio”, sui confini sicuri, eccetera. Gli studi di caso analizzano le pratiche in atto e, quindi, disvelando le logiche che a queste pratiche sono sottese, offrono le basi empiriche al ragionamento teorico. In alcuni contributi, l’attenzione è posta anche sulle resistenze, individuali e collettive, a quello che potremmo definire – è stato definito – “confinamento umanitario”. Da questi contributi ci sembra emerga che, se i meccanismi di controllo sono in continuo cambiamento, lo sono anche in forza della compresenza e mutua influenza tra i tentativi di imbrigliamento e le istanze di liberazione, entrambe in continuo rinnovamento. Il campo vive di arretramenti, ripiegamenti, spinte in avanti e accelerazioni. Fare ricerca significa allora fare emergere dall’invisibilità le pratiche del controllo e le tattiche del suo aggiramento; significa far emergere le resistenze intrecciate al controllo e dare visibilità alle buone pratiche che pur esistono nei territori.
Non si tratta allora solo di ‘vedere’: certamente l’osservazione diretta e l’approccio etnografico, adottato dalla maggior parte degli autori dei saggi qui raccolti, possono fare la differenza (Wacquant, 2002), ma sono le testimonianze dei migranti e le interviste a loro rivolte a gettare una luce diversa, carica di significato altrimenti inaccessibile, anche su ciò che si dipana davanti agli occhi dell’osservatore: uomini e donne ammassati in stanze anguste non si lasciano più ricondurre a una mera questione amministrativa, la qualità scadente di cibo e vestiario non è più riducibile ad un mero problema di fondi, l’isolamento spaziale e sociale assumono nelle parole di chi li subisce un significato inedito. Solo l’opportunità di dare voce a chi ne è soggetto può offrire un significato nuovo alla descrizione di una quotidianità altrimenti difficilmente interpretabile. Le testimonianze delle persone migranti diventano preziose per decostruire i discorsi ufficiali e le retoriche sulla sicurezza, ma anche quelle sull’integrazione. Attraverso il dialogo tra le diverse ricerche e i diversi sguardi qui raccolti emerge chiaramente la riduttività della declinazione assistenziale delle rivendicazioni dei migranti ed emergono la domanda di lavoro, di libertà di movimento, di autodeterminazione, di legami sociali e affettivi.
Il sapere non è mai neutro: il contributo che proviamo ad offrire propone un sapere partigiano, ma non per questo meno scientificamente rigoroso; prende posizione, nella speranza di riuscire a mettere l’indagine del reale a disposizione delle istanze di libertà delle e dei migranti e di quei e quelle solidali che, nei diversi modi e nei diversi settori, quelle istanze di libertà aiutano a sviluppare e supportano nella pratica.

NOTE

1 Per questa ragione abbiamo organizzato uno writing workshop nel mese di luglio del 2018, un evento estremamente proficuo che ha visto le autrici e gli autori del libro discutere e confrontarsi in vista della composizione definitiva di ciascun contributo
2 A fronte delle retoriche sull’ “assedio”, il numero dei rifugiati in Italia è pari a 167.335 unità, ovvero 2,8 rifugiati ogni 1000 abitanti, in proporzione una delle presenze più basse in Europa (Unhcr, 2018; Global trends, 2017).
3 La storia dell’accoglienza in Italia e in Europa si intreccia con quella delle morti nel mar Mediterraneo – 17.819 nel periodo dal 2014 al 2018 secondo i dati UNHCR.
4 Della prima accoglienza facevano poi parte anche CPSA (Centri di Primo Soccorso e Accoglienza), CDA (Centri di Accoglienza) e CARA (Centri di accoglienza per Richiedenti Asilo). In teoria, secondo la Roadmap Italiana, CARA e CDA dovevano essere riconvertiti in Hub, centri regionali o interregionali con il ruolo di accogliere i nuovi arrivi nell’eventualità di sbarchi ingenti e ravvicinati nel tempo, che gli hotspot da soli non possono contenere. Non c’è molta chiarezza sulla transizione dal vecchio al nuovo sistema, e non si sa con esattezza quale sia la natura dei tanti centri dislocati in Italia, che faremo dunque prima a nominare più genericamente come Centri di Prima Accoglienza.
5 I decreti flussi hanno permesso l’ingresso (o meglio, la regolarizzazione) a 150.000 persone per motivi di lavoro nel 2008, ma solo a 30.850 del 2017. Ci sono stati anche anni, ad esempio il 2014, in cui il provvedimento ha riguardato appena 10.000 persone. Ciò ha avuto delle ripercussioni nel trend dei permessi di soggiorno per motivi di lavoro che vengono rilasciati ogni anno per la prima volta, che è in netto calo: da 272.791 del 2008 agli 8.409 nel 2017.