Pubblichiamo un’analisi di Anna Di Ronco, Senior Lecturer in Criminology, Deputy Director of the Centre for Criminology, Department of Sociology, University of Essex (UK) sul ruolo dei social media nelle lotte dei movimenti ambientalisti.

Ringraziamo Anna Di Ronco per il post. Buona lettura!

Tra oblio e mistificazione: movimenti ambientalisti e l’uso dei social media.

Il caso #NOTAP

di Anna Di Ronco

Moltissimi hanno ascoltato le parole di Greta Thunberg al recente vertice sul clima dell’ONU. “How dare you?”, come osate? – ha detto la giovane attivista ai 60 capi di stato presenti davanti a lei – “Le persone stanno soffrendo. Le persone stanno morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa. E tutto quello di cui parlate sono soldi e favole su un’eterna crescita economica?”. I video di questo discorso sono diventati virali, condivisi e commentati da milioni di persone in tutto mondo. Greta è certamente considerata uno dei simboli della lotta contro il riscaldamento globale – una lotta portata avanti non solo da lei, ma anche – e soprattutto – da tantissimi giovani scesi nelle piazze italiane e di tutto il mondo durante i cosiddetti #FridaysForFuture.

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Grazie ad una positiva e sostenuta copertura mediatica sia in Italia che altrove, conosciamo tutti molto bene i #FridaysForFuture. Questa è, però, più un’eccezione che la regola: il più delle volte, i movimenti ambientalisti – specialmente quando si occupano di tematiche regionali – non riescono a catturare l’interesse dei media generalisti. Questo è con  fermato dalla letteratura di green criminology, che enfatizza la natura selettiva dei media: essi tendono a coprire solo certe “storie ambientali”, e a nascondere o interpretare male altre (Brisman e South, 2013; Hulme, 2009). Tra queste “altre” storie, ci sono certamente quelle che vedono come protagonisti i movimenti ambientalisti considerati “locali”, ovvero quei movimenti che si collocano in un contesto sociale, geografico ed economico determinato. Se i media generalisti, per mission o per limite strutturale, non sono in grado di raccontare queste storie, quale medium possiamo immaginarci essere in grado di farlo in modo potente ed evidente?

È attraverso di loro che quotidianamente molte organizzazioni ambientaliste cercano di scalfire le dominanti – e prevalentemente negative – rappresentazioni mediatiche ed offrire una diversa immagine di sé e della protesta che portano avanti. È, ancora una volta, tramite i social che questi movimenti denunciano violazioni da parte di compagnie private spregiudicate e, talvolta, anche gli abusi e le violenze da parte delle forze dell’ordine. Un esempio a riguardo è quello dell’opposizione al gasdotto DAPL in North Dakota (US), che passa sulla riserva indiana protetta di Standing Rock. Tra settembre e ottobre 2016, gli attivisti usarono i social per documentare l’utilizzo da parte della polizia di metodi violenti per piegare la resistenza delle popolazioni indigene locali (Samson and Ravna, 2016). Attraverso i video e le immagini pubblicate, gli attivisti riuscirono ad attirare l’attenzione internazionale ed ad aumentare la partecipazione – anche in forma digitale (si veda The Guardian, 2016) – alla protesta.

Proteste simili a quella #NODAPL le troviamo anche a casa nostra – qui in Italia. Notap2 Il caso a cui mi riferisco è la protesta #NOTAP, di cui io e alcuni miei colleghi dell’Università di Essex (Dr James Allen-Robertson e Prof Nigel South) abbiamo studiato la rappresentazione sui social media, e su Twitter più in particolare (Di Ronco et al., 2018). La protesta #NOTAP è, in generale, poco conosciuta in Italia. Molti sanno che il gasdotto TAP è un progetto del consorzio di aziende TAP (appunto), che ha individuato in Puglia a San Foca (Melendugno) il suo punto di approdo in Italia, e che questo è un progetto finanziato dall’Europa (dalla Banca Europea per gli Investimenti, BEI). Un “progetto strategico” per l’Italia, a detta di molti. Questo è quello che si sa. Pochi invece conoscono i motivi specifici per cui molte persone in Salento si oppongono al gasdotto. C’e’ chi parla in modo molto generico di protesta contro l’eradicamento di ulivi malati di xylella o semplicemente associa la vicenda a quella NOTAV in Val di Susa, ed eventualmente ad ideologie contrarie al progresso.

Ma quali sono i motivi per cui molti Salentini si oppongono alla costruzione del gasdotto? E come si sono opposti? In sostanza, come fare a conoscere questa protesta, se le voci degli attivisti non sono state rappresentate dai canali mediatici tradizionali? Per chi non vive in Puglia, è qui che i social media entrano in gioco. Dall’inizio dei lavori a San Foca, gli attivisti hanno utilizzato i social per trasmettere al pubblico un messaggio alternativo sulla loro protesta contro il gasdotto. Non hanno solo fatto questo: essi hanno anche denunciato le violazioni di prescrizioni ministeriali da parte di TAP, e soprattutto la forte repressione della polizia. 

 

Non è certo questo il luogo per entrare nei dettagli – anche molto complessi e tecnici – di questa vicenda. Basti dire in estrema sintesi che il gasdotto è considerato dagli attivisti gravemente dannoso per il territorio, le sue specie protette (come la cymodocea nodosa, la posidonia oceanica e la scogliera corallina), e i suoi ulivi – che hanno anche un valore simbolico in Salento. Oltre al tema ambientale, l’opposizione al gasdotto passa anche per la preoccupazione per la salute dei cittadini delle zone interessate alla sua costruzione (in particolare data la ravvicinata presenza ai centri abitati di Melendugno e Vernole della centrale di depressurizzazione del gas), e per l’economia locale, basata in gran parte su agricoltura (olivicoltura), turismo e pesca. Gli attivisti, supportati da moltissimi sindaci salentini nonché da un gruppo di avvocati e professori universitari, stanno combattendo questo gasdotto nelle rilevanti sedi giuridiche. Per esempio, gli attivisti contestano a TAP la violazione delle prescrizioni imposte dal Ministro dell’Ambiente per il corretto svolgimento dei lavori (come quelle che impongono l’identificazione e protezione della cymodocea nodosa e della posidonia oceanica), e l’assenza di uno studio sugli impatti cumulativi dell’opera, che – se confermati nelle sedi giuridiche competenti – renderebbero il gasdotto abusivo. Molte famiglie salentine, insieme ai sindaci di moltissimi comuni, hanno manifestato il loro dissenso all’opera in proteste ed eventi pacifici svolti per lo più attorno al primo cantiere sorto a San Foca, e a Melendugno, ma anche in eventi nazionali (come la marcia per il clima e contro le grandi opere inutili, svoltasi a Roma il 23 marzo di quest’anno) ed internazionali.

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Ho parlato dei social anche come mezzo di denuncia di eventuali abusi subiti dalle popolazioni e dai manifestanti; il caso NOTAP ci mostra evidenza anche di questo fenomeno. Post su Twitter e Facebook contenenti immagini e video comprovanti l’eccessivo uso della forza da parte di vari corpi delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa (tra cui si annoverano anche Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza) sono stati pubblicati dagli attivisti soprattutto nel marzo 2017 (si veda il video pubblicato da Re:Common nel 2017). Da allora, post di questo tipo sono sostanzialmente diminuiti, nonostante l’attività di repressione sia ancora in atto. Durante una mia recente ricerca etnografica in Salento, ho avuto la possibilità di intervistare molti attivisti e di conoscere i modi in cui si è articolata questa attività repressiva ed intimidatoria di polizia. Multe molto ingenti, umiliazioni durante gli arresti, denunce penali poco sostanziali dal punto di vista probatorio, convocazioni in questura, fogli di via, e divieti di accedere spazi pubblici—ecco come, secondo gli attivisti, le forze dell’ordine hanno cercato di intimidirli e di reprimere il loro dissenso all’opera. A tutt’oggi le forze dell’ordine sono presenti massivamente nelle zone interessate dal gasdotto, specialmente nei mesi di bassa stagione turistica (in alta stagione i lavori procedono molto più lentamente, dato il divieto di espianto degli ulivi). Ho potuto constatare in prima persona come gli agenti controllino le zone militarizzate dei cantieri, identificando e riprendendo coloro che si avvicinano.

Come illustrato, i social media sono diventati uno strumento comunicativo cruciale per i movimenti ambientalisti, specialmente per quelli (la maggioranza) che non ricevono sufficiente ed accurata copertura mediatica. Il loro utilizzo da parte di attivisti in campo ambientale non è, ovviamente, solo oggetto di interesse da parte di criminologi come me, e più in generale di scienziati sociali; considerata l’attuale crisi climatica, esso è – o dovrebbe essere – d’interesse per tutti noi.

I social media hanno cambiato il modo di fare informazione e hanno contribuito a far crescere una nuova generazione di cittadini molto meno vincolati ai media “istituzionali” (tv, radio, carta stampata): essi sono cittadini-attivisti (e giornalisti) che pubblicano notizie “green” tramite post su Facebook, Twitter, Instagram, vari blog e vlog, e video pubblicati su canali YouTube. Le domande che sorgono spontanee a questo punto sono le seguenti: riusciranno i social media ad accesso libero e privi di vincoli di scopo o censure, ad essere uno strumento decisivo in questa battaglia di informazione e consapevolezza ambientale? Porterà – questa rivoluzione digitale in atto – ad una conoscenza più puntuale delle lotte contro il riscaldamento globale ed i cambiamenti climatici a livello locale ed, in definitiva, ad una loro più allargata partecipazione? Ovviamente, non conosciamo ancora le risposte a queste domande. Considerata l’attuale crisi climatica, i prossimi anni saranno decisivi.

 

 

Bibliografia

Brisman, A., & South, N. (2013). A green-cultural criminology: An exploratory outline. Crime, Media, Culture, 9(2): 115–135.

Di Ronco, A., Allen-Robertson, J., & South, N. (2018). Representing environmental harm and resistance on Twitter: The case of the TAP pipeline in Italy. Crime, Media, Culture, 15(1), 143-168.

Hulme, M. (2009). Why We Disagree About Climate Change: Understanding Controversy, Inaction and Opportunity. Cambridge: Cambridge University Press.

Re:Common (2017) TAP – La notte del 4 luglio 2017. YouTube, 24 July. Available at: https://www.youtube.com/watch?v=NJ98lxvALYk&t=3s.

Samson C and Ravna Ø (2016) Civil liberties of indigenous people have long been suppressed at Standing Rock. The Conversation, 8 December. Available at: https://theconversation.com/civil-liberties-of-indige- nous-people-have-long-been-suppressed-at-standing-rock-69817.

The Guardian (2016) ‘A million people ‘check in’ at Standing Rock on Facebook to support Dakota pipeline protesters’, 1 November, available: https://www.theguardian.com/us-news/2016/oct/31/north-dakota-access-pipeline-protest-mass-facebook-check-in